Domenica della Divina Misericordia

At 4,32-35
Sal 117
1 Gv 5,1-6
Gv 20,19-31

L'itinerario della gioia pasquale tracciato dalla liturgia odierna ci porta a contemplare la prima comunità cristiana inviata nel mondo a testimoniare la vita nuova sprigionata dalla risurrezione di Gesù.

Quali sono le caratteristiche di questa comunità cristiana? Nella prima lettura (At 4,32-35) Luca descrive la comunità cristiana di Gerusalemme composta da persone diverse, che vivono la stessa fede con un cuore solo e un un'anima sola; una comunità dove l’amore fraterno si vive concretamente con gesti di condivisione e di solidarietà e che, per questo, testimonia Gesù risorto.

D’altra parte, in altri brani degli Atti degli Apostoli Luca racconta alcune difficoltà e tensioni vissute dentro la comunità cristiana. Questo vuol dire che l’intenzione di Luca è quella di descrivere la comunità di Gerusalemme come un ideale verso cui ogni comunità, che vuole dirsi cristiana, dovrebbe tendere, un modello verso cui aspirare, confidando nella forza dello Spirito.

Gli abitanti di Gerusalemme non avevano incontrato Gesù risorto, ciò che invece potevano vedere e “toccare con mano” era una sorprendente trasformazione nella vita dei discepoli, in grado di superare l'egoismo, l'orgoglio e l'autosufficienza per vivere l'amore, la condivisione e l’aiuto reciproco. È proprio questa testimonianza, nei fatti e nella vita, il modo migliore per dire a tutti che Gesù è vivo in mezzo a noi.

Quali sono per noi oggi le caratteristiche fondamentali della comunità cristiana? Prima di tutto, al centro ci deve essere il Cristo dell'amore, del servizio e del dono della vita. Per questo il cristiano non può vivere chiuso nel suo egoismo ed essere indifferente alla sorte degli altri fratelli e sorelle. Infatti, Luca parla della condivisione dei beni... Una comunità dove alcuni sprecano oppure accumulano dei beni per sé e dove altri, invece, vivono nell’indigenza, non è una comunità che testimonia la novità dell’amore che Gesù è venuto a portare. Un cristiano che, pur andando in chiesa, si mostra indifferente ai drammi e alle sofferenze dei più poveri è lontano dallo spirito e dalla prassi della comunità ideale. Altrettanto un cristiano che fa donazioni per i bisogni materiali della parrocchia, e che, nello stesso tempo, sfrutta i lavoratori e compie soprusi verso i più deboli è decisamente fuori dal modello della comunità ideale.

La seconda lettura (1 Gv 5,1-6) ricorda ai membri della comunità cristiana i criteri che definiscono un’autentica vita cristiana: il vero credente è colui che ama Dio, che aderisce a Gesù Cristo e alla proposta di salvezza che, attraverso di Lui, il Padre fa all’umanità e che vive amando i suoi fratelli e sorelle. Chi vive così va oltre la logica di questo mondo e diventa parte della famiglia di Dio.

Anche per l’autore della Prima Lettera di Giovanni, amare Dio, aderire a Gesù sono inseparabili dall’amore per il prossimo. Pertanto, chi non ama ed è indifferente ai bisogni degli altri, non adempie i comandamenti di Dio e non segue Gesù.

Gli ultimi capitoli del Quarto Vangelo (Gv 20,19-31)), ci presentano la comunità della Nuova Alleanza. L’indicazione che siamo nel “primo giorno della settimana” rimanda ancora una volta al tempo della nuova creazione inaugurata dalla morte/risurrezione di Gesù,

Nel cenacolo, a Gerusalemme, è raccolta la comunità creata dall'azione creatrice e vivificante del Risorto, che però è ancora insicura e spaventata perché circondata da un ambiente ostile, ma soprattutto perché non ha ancora fatto l'esperienza diretta dell’incontro personale con il Cristo risorto.

Nel brano della liturgia odierna, Giovanni ci presenta una catechesi sulla presenza di Gesù, vivo e risorto, tra i discepoli nel loro cammino nella storia. Non gli interessa tanto fare un resoconto giornalistico delle apparizioni di Gesù risorto ai discepoli, quanto piuttosto affermare per i cristiani di tutti i tempi che Cristo è vivo ed è presente accompagnando la missione della Chiesa nel mondo. Di questo incontro con il “Signore risorto” ogni credente può fare esperienza ogni volta che celebra la fede con la sua comunità.

La comunità cristiana è costruita attorno a Gesù da cui riceve vita, amore e pace. Senza Gesù siamo condannati all’aridità e alla sterilità, incapaci di vivere pienamente la nostra vita; senza di Lui siamo come un gruppo di persone spaventate e, soprattutto, incapaci di affrontare i drammi e le sfide di questo mondo con un atteggiamento costruttivo e trasformativo; senza di Lui al centro, tra noi nascono divisioni, conflitti e rivalità, che ci allontanano dall’ideale di una comunità di fratelli e sorelle che vivono “con un cuore solo ed un’anima sola” … Allora è opportuno chiederci: è Cristo veramente al centro della vita della comunità? È a Lui che tutto tende e da cui tutto proviene?

Nella risurrezione, Gesù dona ai suoi discepoli un nuovo vincolo di unità, più forte di prima, che non è il risultato di sforzi umani, ma semplicemente dono gratuito della incommensurabile misericordia divina.

È dunque l'amore misericordioso di Dio che unisce saldamente, oggi come ieri, la Chiesa e fa dell'umanità un'unica famiglia.

San Giovanni Paolo II, ha voluto chiamare questa domenica, la seconda di Pasqua, Domenica della Divina Misericordia, e ha indicato Cristo Risorto come fonte di fiducia e di misericordia, accogliendo il messaggio spirituale trasmesso dal Signore a Santa Faustina Kowalska, che si riassume nell'invocazione “Gesù, confido in te!”

* Padre Geoffrey Boriga, IMC, studia Bibbia nel Pontificio Istituto Biblico a Roma.

At 10,34a. 37- 43
Sal 117
Col 3, 1-4
Gv 20, 1-9

È la Domenica di Pasqua! E mi viene in mente il saluto dei cristiani greco-ortodossi. Christos Anesti (Χριστός Ανέστη) che significa “Cristo è risorto!” e la risposta è Alithos Anesti (Aληθώς ανέστη!) il cui significato è “Veramente è risorto”. Sì, è veramente risorto.

Dal Mercoledì delle Ceneri abbiamo percorso l’itinerario quaresimale, un cammino durato quaranta giorni, e poi vissuto intensamente la Settimana Santa che ci ha portato concretamente alla gioia della Pasqua, alla vittoria della vita sulla morte.

La liturgia di questa domenica è tutta incentrata sulla risurrezione di Gesù. Si proclama, infatti, la vittoria della Vita sulla morte, dell'Amore sull'odio, del Bene sul male, della Verità sulla menzogna, della Luce sulle tenebre. Ci assicura che la morte non può fermare chi ha accettato di fare della propria vita un dono d'amore. È dall'amore che nasce la Vita piena, la Vita in abbondanza, la Vita vera ed eterna.

Nella prima lettura (At 10,34a. 37- 43), Pietro “presenta” Gesù a Cornelio e alla sua famiglia. Si tratta di un “primo annuncio”, che elenca le coordinate fondamentali della vita e del cammino di Gesù. Pietro, a nome della comunità, presenta l'esempio di Cristo che «ha attraversato il mondo facendo il bene» e che, per amore, ha fatto della sua vita un dono totale a Dio e agli uomini. Dio, dunque, Lo ha risuscitato: la strada che Gesù ha percorso e proposto conduce alla Vita. I discepoli, testimoni di questo dinamismo, devono mostrare lo stesso “cammino” con la loro vita, a tutti gli uomini.

Siamo nel giorno di Pasqua, celebriamo la risurrezione di Gesù e cerchiamo di comprendere tutta la portata di questo Evento. Qual è il nostro ruolo in tutto questo? Aderiamo a Gesù e accogliamo la sua proposta liberatrice? Stiamo risuscitando con Lui? Tocca a noi essere testimoni, davanti a tutti gli uomini e le donne, di Gesù e della Vita nuova che da Lui abbiamo ricevuto. È proprio questa testimonianza che Pietro rende davanti a Cornelio e alla sua famiglia.

Per Paolo, nella seconda lettura (Col 3, 1-4), il punto di partenza e il fondamento della vita cristiana è l'unione con Cristo Risorto che si realizza attraverso il battesimo. Quando siamo battezzati e così uniti a Cristo, moriamo al peccato e risorgiamo con Cristo a Vita nuova, piena e vera. E questa nuova Vita avrà la sua piena realizzazione nel mondo di Dio, quando supereremo i confini della vita terrena ed entreremo nella gloria di Dio insieme al Risorto. Dal Battesimo in poi, Cristo diventa il centro e il riferimento fondamentale attorno al quale si costruisce l'intera vita di un cristiano. Che posto occupa Cristo nella nostra vita? Siamo consapevoli che in forza del nostro Battesimo siamo chiamati ad impegnarci con Cristo, identificandoci totalmente con Lui?

Il brano del Vangelo (Gv 20, 1-9) ci racconta che, nel primo giorno della settimana, “al mattino presto”, Maria Maddalena si reca al sepolcro di Gesù. Maria Maddalena rappresenta, nel Quarto Vangelo, la nuova comunità nata dall'azione creatrice e vivificante del Messia. Per Maria Maddalena “era ancora buio”: la comunità nata da Gesù era convinta, in quel momento, che la morte avesse trionfato e che Gesù fosse prigioniero del sepolcro. Era, quindi, una comunità smarrita, disorientata, insicura, impaurita, senza speranza!

Il racconto giovanneo inizia con un'indicazione apparentemente cronologica, ma che va intesa soprattutto in chiave teologica: “il primo giorno della settimana”. Vuol dire che qui comincia un nuovo ciclo, quello della nuova creazione, quello della liberazione definitiva. Questo è il “primo giorno” di un tempo nuovo e di una nuova realtà: il tempo dell’Uomo Nuovo, dell’Uomo nato dall’azione creatrice e vivificante di Gesù.

Maria Maddalena vede che la pietra che chiudeva il sepolcro, che significava la morte definitiva di Gesù, era stata rimossa. Perché questa pietra è stata rimossa? Inoltre, la tomba è vuota. Che cosa significa tutto questo? Maria constata questi fatti, ma non riesce a decifrarli. È disorientata e perplessa. È ancora nell'oscurità. La sua difficoltà nell'interpretare i segni rivela probabilmente la perplessità e lo sconcerto dei discepoli, nelle prime ore del mattino di Pasqua, davanti al sepolcro vuoto di Gesù.

Giovanni intende poi presentare una catechesi sul duplice atteggiamento dei discepoli di fronte al mistero della morte e risurrezione di Gesù. Questo duplice atteggiamento si esprime nel comportamento dei due discepoli che, la mattina di Pasqua, allertati da Maria Maddalena del fatto che il corpo di Gesù era scomparso, corsero al sepolcro: Simon Pietro e un “altro discepolo” non identificato.

La risurrezione ci apre prospettive del tutto nuove e ci garantisce il trionfo di Dio sulle forze di morte che vogliono distruggere l’umanità. Noi che crediamo e celebriamo la risurrezione di Gesù, sapremo essere testimoni della vittoria della Vita tra i nostri fratelli e sorelle succubi della paura e del pessimismo? Il messaggio che portiamo al mondo è un messaggio di gioia e di speranza che ha i colori della mattina di Pasqua?

Come ci ricordava con insistenza Papa Benedetto XVI, «l'annuncio della Pasqua si diffonde nel mondo con il canto gioioso dell'Alleluia». Cantiamolo si con le labbra, ma soprattutto è da “cantare” con il cuore e con la vita.

Surrexit Christus spes mea”, Cristo, la mia speranza, è risorto. È Lui la nostra speranza, Lui è la vera pace del mondo. Amen!

Auguri di Buona Pasqua a tutti!

* Padre Geoffrey Boriga, IMC, studia Bibbia nel Pontificio Istituto Biblico a Roma.

Is 50,4-7
Sal 21
Fil 2,6-11
Mc 14,1-15,47

Non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio

Paolo, nell’inno cristologico nella Lettera ai Filippesi, mette al centro, di un duplice movimento, la condizione divina di Gesù: Egli è figlio di Dio ed è uguale a Dio nella divinità perché partecipa della stessa divinità di Suo Padre. Nel movimento discensionale, Cristo Gesù, nonostante la grandezza divina che gli appartiene per natura, sceglie di scendere fino all’umiliazione della ‘morte di croce’. Così Egli partecipa alla realtà di sofferenza e di morte dell’umanità. “Egli non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso; assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”.

Nel secondo movimento, quello ascensionale, Cristo Gesù viene esaltato in modo sovreminente, cioè, viene intronizzato alla destra di Dio. Dio lo ha esaltato al di sopra di ogni possibilità “al Figlio, che per amore si è umiliato nella morte, il Padre conferisce una dignità incomparabile, il ‘Nome’ più eccelso, quello di ‘Signore’, proprio di Dio stesso”, come aveva detto Papa Benedetto XVI. Anzi Paolo dice che le ginocchia devono essere piegate davanti a Gesù, davanti a quell’uomo che si è abbassato così tanto. Tutti: in cielo, in terra, sottoterra, devono inginocchiarsi davanti Gesù, già il centurione, quasi in ginocchio, aveva detto: “Davvero quest'uomo era Figlio di Dio!”.

Davvero quest'uomo era Figlio di Dio

Fin dall’inizio del Vangelo di Marco, Gesù, oltre ad essere Figlio di Maria, viene presentato come “il Figlio di Dio”: “Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio”. Questo termine “Figlio di Dio”, oltre che in Mc 1,1, compare altre 4 volte. Due volte viene pronunciato dal demonio, il grande conoscitore di Gesù, che confessa anticipatamente la sua figliolanza divina per creare negli uomini un’immagine falsa del Figlio di Dio, quella del guaritore dei suoi malanni fisici o psichici e quella di colui che è mandato da Dio a tormentare l’uomo a causa della sua miserabile condizione (Mc 3,11; 5,7). Una volta il termine “Figlio di Dio” è pronunciato dal sommo sacerdote per accusare Gesù di bestemmia perché egli, che è uomo, pretende di essere il Figlio di Dio (Mc 14,61). Un’ultima volta è pronunciato dal centurione romano, un pagano che, stando di fronte al crocifisso, “vistolo spirare in quel modo, disse: Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!”.

Nella Passione di Gesù, secondo il Vangelo di Marco, si vuole mostrare come Gesù il Figlio di Dio accetta di realizzare il progetto del Padre, anche quando questo progetto passa attraverso un destino di croce. Marco vuole che i credenti, a cui si rivolge la catechesi, concludano nello stesso modo del centurione romano che assiste alla passione e morte di Gesù: "Davvero quest'uomo era il Figlio di Dio" (Mc 15,39). Così si conferma la tesi di Marco, che fin dall'inizio del Vangelo (cfr. Mc 1,1), si propone di presentare: Gesù, il Messia, è il Figlio di Dio. Nei vari momenti e luoghi della Passione viene sottolineato questo suo essere figlio di Dio.

Nel Getsemani, Gesù si rivolge al Padre che non chiama “Padre” ma con una formula affettuosa e intima: “Abba’ (babbo), un modo infantile di chiamare il Padre, ma che anche gli adulti usano. Nei momenti normali, è difficile trovare delle persone che, rivolgendosi a Dio, lo chiamino Papà. Chiamandolo così, Gesù rivela la sua relazione unica con il Padre. San Paolo, invita anche noi a chiamare Dio “Abbà”, con la stessa tenerezza, la stessa confidenza di Gesù. Benché Gesù chieda al Papà di “allontanare il calice, la sofferenza, l’imminente morte, Egli mette un “però”: “Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. L’ultima parola non è l’«io» di Gesù, ma il «tu» del Padre: «Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). È quanto Gesù aveva insegnato a chiedere ai discepoli: «Sia fatta la tua volontà» (Mt 6,10). Quando Gesù poteva avere tante ragioni per annebbiare la sua fiducia nel Padre, dice invece ‘Abba’! Su questo punto Gesù è irremovibile: può capitare qualsiasi cosa, ma davanti al Padre è sempre suo Figlio. Anche sulla croce farà una domanda, ma al proprio Dio, dal quale non si stacca.

Nella lettura della passione di Gesù secondo il Vangelo di Marco, nuovamente appare il suo essere “figlio di Dio” quando si trova nel palazzo del sommo sacerdote, Gesù è condotto davanti al Sinedrio, mentre Pietro resta fuori. Nel processo Gesù viene interrogato ma egli tace fino a che il sommo sacerdote non gli rivolge la domanda esplicita: «Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?». Gesù non nasconde la sua vera identità, anzi, fa una rivelazione solenne: parlando di sè egli dice: “Io lo sono” E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo». È una risposta disarmante.

Il titolo “Io sono” è l’appellativo che Dio usa rivelandosi a Mosè: “Dio disse a Mosè: “io sono Colui che sono (Es 3,14-15)” e poi dirà “dirai agli israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi”. Gesù, nel momento del processo, non vuole nessun equivoco, anzi parla con parresia, con franchezza: “Io sono”. Adopera il nome di Dio per dire che non solo è figlio di Dio ma è Dio, che viene da Colui che si era rivelato “Io sono”. È impressionante che nel Vangelo di Marco, Gesù molte volte, quando viene svelata la sua missione e la sua identità, comandi il silenzio, il segreto, il non dire agli altri.

L’ultima volta che viene chiamato Figlio di Dio, è nella professione di fede del centurione, davanti alla croce. Come diceva Carlo Maria Martini, “una strana professione se pensiamo che viene da parte di un uomo incaricato ufficialmente di condurre a morte il Signore! Eppure, noi stessi, come quel soldato, siamo implicati nella morte e nel calvario di Gesù; noi stessi siamo protagonisti e non solo spettatori di questo evento. E, come il centurione, sentiamo di non avere le disposizioni adatte a comprendere ciò che sta accadendo”.

Il discepolo missionario, come afferma Papa Francesco, “non si sente orfano di Dio poiché siamo suoi figli. Quindi come figli dello stesso Padre buono e misericordioso possiamo guardarci come fratelli e le nostre differenze non fanno che moltiplicare la gioia. Mediante il Fratello universale, che è Gesù possiamo relazionarci agli altri in modo nuovo, non più come orfani, ma come figli dello stesso Padre buono e misericordioso. Guardarci come fratelli, e le nostre differenze accrescono la meraviglia di appartenere a quest’unica paternità e fraternità”.

* Mons. Osório Citora Afonso, IMC, è vescovo ausiliare dell’Archidiocesi di Maputo, Mozambico.

Ger 21,31-34
Eb 5,7-9
Gv 12,20-33

Un’ alleanza nuova scritta nel profondo del cuore

Il tema dell’alleanza è stato oggetto della meditazione nella prima domenica di Quaresima quando Dio, nel libro della Genesi, dopo il diluvio, stabilisce la sua alleanza.  Partendo dalla profezia di Geremia, il Signore promette di concludere una nuova alleanza molto diversa di quella che aveva stabilito con i padri.

Sarà un’alleanza nuova caratterizzata dall’obbedienza, dalla fedeltà, in contrapposizione a quella della disobbedienza e dell’infedeltà del passato. La Nuova Alleanza verrà scritta da Dio dentro il cuore dell’essere umano. Come è noto, nella Bibbia, “il cuore è la sede più intima della persona, delle sue decisioni: organo del pensare, del volere, del discernere, del percepire, del sentire”. La nuova alleanza verrà osservata e vissuta perché Dio stesso interiorizzerà la sua legge e scriverà sul cuore dell’uomo questa alleanza e dal cuore scaturirà la volontà di viverla, di obbedire. Essendo scritto nel cuore della persona umana tutti potranno conoscere il Signore; ognuno potrà sentire dentro di sè il desiderio di conoscere il Signore. Dice il Signore Dio “non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: ‹Conoscete il Signore›, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande”. Ci sarà dunque “una connaturalità” con la volontà di Dio. È in questo che consiste la Nuova Alleanza.

La legge, iscritta nel cuore della persona umana, dev’essere vissuta ed ubbidita. L'ideale di Ger 31,31-34 è diventato piena realtà umana nel cuore e nella vita di Gesù, come ha ben detto l’autore della Lettera agli Ebrei. Cristo “pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono”. Tutti gli uomini devono imparare ad ubbidire come fece Gesù. Egli imparò ad obbedire all'interno di un'esperienza drammatica, nel momento della sua sofferenza e in presenza di tanti dolori. Anche in quei momenti, Gesù obbedì. Avrebbe potuto ritornare indietro, chiedere di essere liberato ma scelse di ubbidire fino in fondo, si addentrò totalmente nel progetto della salvezza dell’uomo, ubbidienza imparata attraverso la sofferenza. Avendo imparato l'ubbidienza con la sofferenza, Gesù era perfettamente qualificato per essere il sacrificio e Sommo Sacerdote per la garanzia della nostra salvezza. Se Gesù ha imparato l’ubbidienza, a maggior ragione dobbiamo imparare noi, impariamo a vivere l’ubbidienza per vivere da figli nella logica della Nuova Alleanza.

Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo

Il brano evangelico si apre con la domanda che rivela un grande desiderio di vedere e conoscere l’identità profonda di Gesù: ‘Vogliamo vedere Gesù’. Coloro i quali fecero la richiesta erano un gruppo di greci che credevano in Dio e nella sua Alleanza.  A tale domanda segue un lungo discorso di Gesù: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto per terra non muore rimane solo; se invece muore produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”. Gesù parla del chicco di grano che deve morire, parla cioè dell’ora della sua morte: “è giunta l’ora”.

L’ora in cui, nonostante le difficoltà e la sofferenza, ubbidirà al Padre per la salvezza dell’umanità. È l’ora dell’ubbidienza. Quell’ora in cui i pagani, i greci, gli stranieri vanno a cercarlo per conoscerlo.  La semente gettata deve dunque morire per dare frutto. È l’ora in cui si capirà il vero senso della Sua esistenza: dare la vita per gli altri. È l’ora dell’angoscia e, paradossalmente, è l’ora della gloria: “Ecco il Figlio dell’uomo sta per essere glorificato” (Gv 12,22). Spogliamento ed esaltazione. È nell’ora della croce che Dio unirà il cielo e la terra, facendo cose nuove di ogni cosa. È l’ora della nuova ed eterna alleanza. Infatti, nell’ora della morte, Gesù dirà “Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te”. L’alleanza nuova che Dio stabilisce con il suo popolo, una alleanza di perdono per ogni uomo, si realizza nella passione di Cristo, il chicco di grano che muore per produrre il frutto del perdono. Dobbiamo imparare da Cristo l’ubbidienza.

Il discepolo missionario è quello che sceglie di ascoltare ed obbedire Dio. Infatti, come afferma Papa Francesco, “«obbedire viene dal latino, e significa ascoltare, sentire l’altro. Obbedire a Dio è ascoltare Dio, avere il cuore aperto per andare sulla strada che Dio ci indica. L’obbedienza a Dio è ascoltare Dio. E questo ci fa liberi». In questa scelta di obbedienza a Dio e non al mondo, senza cedere al compromesso, il cristiano non è solo”.

* Mons. Osório Citora Afonso, IMC, è vescovo ausiliare dell’Archidiocesi di Maputo, Mozambico.

Introducendo la liturgia con la seguente antifona d'ingresso: “rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l'amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell'abbondanza della vostra consolazione”  (cf. Is 66,10-11), ci troviamo nell’ambiente della gioia che è elemento caratteristico della IV domenica di Quaresima, appunto domenica della gioia. Gioire perché Dio è amore e ricco di misericordia, il suo amore verso di noi è la sorgente della nostra gioia. La chiave di lettura è dunque la significativa affermazione di Gesù: “Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”

Rallegrarsi perché Dio è ricco d’amore e misericordia

Il brano biblico tratto dal libro delle Cronache ci narra la storia drammatica del popolo di Israele che consiste nella distruzione del tempio e la deportazione del popolo di Israele verso Babilonia, terra di schiavitù. Viene sottolineata l’infedeltà da parte del popolo di Israele per avere dimenticato tutto quanto Dio è stato per loro a lungo la loro storia più antica a quella più recente. L’infedeltà del popolo è la causa della rottura relazionale tra Dio e il suo popolo, il quale moltiplica la sua infedeltà imitando gli abomini di quelli che non conoscono Dio. Il male, dunque, consiste nell’imitare gli altri che si sono creati delle divinità di comodo, fatte su misura d’uomo, quello che funziona a chiamata, fa da tappabuchi e viene invocato e utilizzato in base alle necessità. Questo è anche il male che colpisce la nostra società che si allontana del Dio vero per imitare altre genti che si sono create divinità di comodo.

Dall’altra parte, invece, ci troviamo davanti un Dio che non si arrende mai: la sua essenza è amore e misericordia. Ed è a motivo del suo amore che si ricorda del suo popolo e suscita, in mezzo a esso, degli istrumenti salvifici. Infatti, “il ricordo del Signore, è la gioia per il suo popolo”. Dio che è amore e misericordia, rimane fedele alla sua promessa e si ricorda sempre del suo amore. Manda dei profeti, ma il popolo, infedele, indurisce il cuore ed è resistente a tutti i richiami. Sono stati capaci di beffare i messaggeri di Dio, disprezzare le loro parole e schernirli.  Per tale motivo hanno una vita disperata e triste perché schiavi delle loro divinità di comodo. È impressionante che mentre il Suo popolo si dedica ad imitare altri popoli, causa della loro rovina, Dio è colui che si ricorda della sua essenza e questo ricordare Lo fa agire con amore e misericordia andando incontro al Suo popolo.  Paolo afferma “Dio è ricco di misericordia” e ci ha fatto rivivere con Cristo, da morti che eravamo per le nostre colpe. La bontà e la gratuità di Dio è fonte della nostra gioia e salvezza.

Alzare lo sguardo sulla croce di Gesù per avere la vita e la gioia

Parlando del serpente, Gesù fa riferimento alla narrazione di Nm 21,4-9, il popolo si trovò davanti ai serpenti velenosi, inviati da Dio a causa della loro infedeltà. In questa situazione, il popolo chiese al Signore di allontanare i serpenti. Allora, il Signore disse a Mosè: “Fatti un serpente e mettilo sopra un'asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita”. Quando un serpente mordeva qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita. Così, il popolo che era accecato e che guardava solo in basso e alle cose materiali che li distraevano da Dio e causato infedeltà, era chiamata ora ad alzare lo sguardo verso alto, verso Dio che è vita e fonte di vita. Il popolo era chiamato ad avere l’atteggiamento del salmista che afferma: “alzo gli occhi verso il Signore (i monti), perché Egli è il nostro aiuto e la nostra salvezza ed è Lui che ha fatto il cielo e la terra.”

Gesù parlando della sua passione, fa riferimento a questo episodio per dire che bisogna che Egli sia innalzato in croce per essere messo in un punto verso cui tutti devono alzare lo sguardo per avere la vita. È guardando Gesù in croce che scopriamo il vero senso della sua vita: dare la vita per gli altri: morire per gli altri. La croce è segno dell’amore di Dio verso l’umanità, occupata a guardare in basso e alle cose materiali, ma che è invitata a guardare la croce per avere la vita e la gioia.  Dev’essere uno sguardo di fede, dobbiamo credere in lui poiché chi crede ha la vita eterna, non viene condannato ma salvato ed ha la vita. Questa è la vera gioia. Contemplare la misericordia e l’amore di Dio.

Il discepolo missionario è colui che è capace di alzare lo sguardo sulla croce di Gesù per imparare e vivere ciò che essa significa, come ha ben detto Papa Francesco: “Bisogna sempre «guardare la croce di Gesù, ma non quelle croci artistiche, ben dipinte»: guardare invece «la realtà, cosa era la croce in quel tempo». E «guardare il suo percorso», ricordando che «annientò se stesso, si abbassò per salvarci». Anche questa è la strada del cristiano. Infatti, se un cristiano vuole andare avanti sulla strada della vita cristiana deve abbassarsi, come si è abbassato Gesù: è la strada dell’umiltà che prevede di portare su di sé le umiliazioni, come le ha portate Gesù. 

* Mons. Osório Citora Afonso, IMC, è vescovo ausiliare dell’Archidiocesi di Maputo, Mozambico.

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