Ez 17,22-24; Sal 91; 2Cor 5,6-10, Mc 4,26-34

La fiducia, la speranza e il coraggio in Dio sono le parole tematiche che impregnano tutte le tre letture.

Mentre il popolo d’Israele si trovava in una situazione umiliante e d’ insopportabile sofferenza, in esilio, sotto il giogo babilonese, Dio si fece sentire, attraverso il profeta Ezechiele, con un rassicurante messaggio di speranza: “un ramoscello io prenderò dalla cima del cedro… e lo pianterò sopra un monte alto, imponente; e diventerà un cedro magnifico” e poi dirà “e innalzo l’albero basso, faccio germogliare l’albero secco. Io, il Signore, ho parlato e lo farò”.

Tale messaggio infuse fiducia e coraggio al popolo di Dio, così il popolo era venuto a sapere che Dio era capace di capovolgere la situazione: il ramoscello diventare un cedro magnifico, l’albero basso venire innalzato. Se tale è il caso siamo invitati dunque ad essere pieni di fiducia, come afferma Paolo, nella seconda lettura. Mentre Gesù, con le due parabole del Vangelo, quella del seme che cresce da solo e del minuscolo granello di senape che cresce fino ad avere rami molto grandi, ribadisce l’invito ad avere fiducia in Dio che è una forza vitale capace di capovolgere la situazione.

Il Regno di Dio è come il seme gettato nella terra

Per spiegare la bellezza e la grandezza del regno di Dio, Gesù usa il linguaggio della quotidianità di un contadino della Palestina del tempo. Da osservatore attento, Egli paragona il regno di Dio ad un seme gettato nella terra che germoglia e cresce silenzioso, da solo e senza intervento dell’uomo.

L’uomo, secondo Gesù, getta soltanto il seme, pertanto che egli dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce senza un intervento umano, l’uomo non sa neppure come faccia la pianta a crescere da sola. Egli non è preso da ansia, fretta, inquietudine e dalla preoccupazione di andare a scavare e vedere ancora il seme per avere la certezza che stia germinando anzi sa che se lo facesse, rischierebbe di fare seccar il seme.

Il contadino sa che il seme ha, in se stesso, un dinamismo, una forza vitale che lo fa germogliare e crescere gradualmente: dallo stelo, alla spiga, al frutto che verrà raccolto. Il dinamismo vitale ha la capacità di rendere il ramoscello, da secco che era, in un cedro “magnifico” che si impone con i suoi rami e i suoi abbondanti frutti tanto che gli uccelli vanno a riposarsi sotto di esso, come il caso del granello di senape. Se la crescita è affidata a questa forza segreta e infallibile, all’azione di Dio, non rimane che attendere con fiducia e speranza.

Qualcuno mi scrisse che colpisce, in questa parabola, “la lentezza dinamica che fa da sfondo. Mentre oggi siamo pieni di frenesia e questa ci consuma ... abbiamo dimenticato la lentezza dinamica della crescita di un albero, del crescere e del maturare del grano ... a volte ci sfugge anche la lentezza dinamica del crescere dei nostri figli ... dinamicità non è frenesia”. In tal caso, non occorre essere agitati, sempre di corsa, affannati come al giorno d’ oggi.

Il granello di senape, una pianta coltivata in Palestina che ha semi molto piccoli “come la punta di uno spillo”, è caratterizzata da estrema piccolezza, ma da grande dinamismo. Gesù fa osservare che quel seme di estrema piccolezza “quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra”. Dal poco e con il poco, inizia il regno di Dio che si svilupperà gradualmente raggiungendo la piena realizzazione: quello di essere “più grande di tutte le piante dell’orto” e di avere “rami così grandi da ospitare gli uccelli del cielo”.

Mentre all’uomo viene chiesto solo di gettare il seme, tutto il resto viene affidato a Dio da cui tutto dipende e compete: far crescere e fruttificare. Bisogna dunque fidarsi, gettarsi nella mani di Dio, bisogna avere fede in Dio, mettere Dio al centro di tutto. Tale atteggiamento è difficile se ci mettiamo noi al centro e tutto vogliamo controllare, convinti che tutto dipenda da noi. Il voler controllare costantemente crea un blocco alla forza creatrice e proprio quando noi abbassiamo la guardia lei è libera... con il controllo non creiamo.

L’uomo deve imparare a lasciare che Dio possa fare la sua parte, come dinamismo e forza vitale. È Lui che capovolge le situazioni. Nel contempo, la parabola ci fa pensare che il regno di Dio è un regno di collaborazione dove ognuno fa la sua parte. Ognuno può fare la sua parte solo quando gli altri hanno fatto la loro, questo è un regno di condivisione.

Queste parabole sono state raccontate nel contesto del regno di Dio, il quale richiede fede, speranza, fiducia in Dio. La sua crescita non dipende da noi ma dalla sua forza, la forza dello Spirito Santo.

Un vero discepolo missionario vive nella fede e nella fiducia; egli è paziente e, come afferma Papa Francesco, lascia perdere l’ansia, la fobia di tenere tutto sotto controllo, il voler programmare e capire tutto.

“Egli prende sul serio la fede in Cristo e vive di fede, immerso in un cammino di perfezione nell’amore, che giunto al termine del suo sviluppo, diventato albero, costituisce un esempio per gli altri, un sostegno, una protezione, un punto di riferimento, un refrigerio dalle fatiche della vita quotidiana”.

* Mons. Osório Citora Afonso, IMC, è vescovo ausiliare dell’Archidiocesi di Maputo, Mozambico.

Gn.3,9-15; Sal.129; 2Cor.4,13-18.5,1; Mc. 3,20-35

Gesù ha commesso un’autentica follia. Di fronte al rifiuto da parte di Israele che addirittura ha deciso di assassinarlo Gesù rompe e istituisce dodici discepoli, dodici come le tribù che componevano Israele. Gesù compone il nuovo Israele.

Di fronte a questa clamorosa rottura di Gesù con l’istituzione religiosa ecco la reazione della famiglia e dell’istituzione. Scrive l’evangelista Marco al capitolo 3, versetti 20-35, che I suoi sentito questo, cioè sentita questa rottura di Gesù con l’istituzione, escono per andare a prenderlo, letteralmente catturarlo, è lo stesso verbo della cattura di Giovanni Battista e di Gesù, poiché dicevano è fuori di sé, cioè è pazzo perché poteva essere soltanto una pazzia.

L’evangelista per giustificare questa accusa di pazzia inserisce anche l’accusa da parte degli scribi che sono scesi niente meno da Gerusalemme, la sede dell’istituzione religiosa, gli scribi sono i massimi responsabili del sinedrio, che sentenziano costui è posseduto da Beelzebùl.

Chi è Beelzebùl? C’era una divinità filistea chiamata Beelzebub che era il dio delle mosche e i farisei, per impedire il culto verso questa divinità, c’era anche un re, il re Acazia che era andato a perpetrare la guarigione, l’avevano trasformato in Ba al zĕbūl, cioè il dio del letame, non solo non protegge dalle mosche, ma le attira. L’accusa che fanno gli scribi è sottile: attenti a Gesù, non possono negare che Gesù non guarisca le persone, ma le guarisce per infettarle ancora di più.

Allora Gesù li convoca e dimostra l’inconsistenza del loro discorso dicendo come può Satana scacciare se stesso? Se Satana scaccia se stesso è finito. E poi, ecco la sentenza molto dura in verità, quindi quello che Gesù afferma è sicuro, tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche le bestemmie che diranno. I peccati frutto di ignoranza, di fragilità saranno perdonati, ma, dichiara Gesù, ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna.

E poi Gesù continua Poiché dicevano è posseduto da uno spirito immondo, ecco il motivo. Cos’è questo peccato contro lo Spirito Santo? È quello che già il profeta Isaia aveva dichiarato, sono coloro che chiamano bene il male e male il bene. Cioè questi scribi capiscono, loro lo sanno, è gente colta, gente che conosce la Bibbia. Sanno che se Gesù agisce così lo fa per la forza che gli viene da Dio, ma non possono ammetterlo perché se lo ammettono crolla tutto il loro prestigio e il loro dominio che c’hanno sulla gente. Allora diffamano Gesù. Allora dicono che quello che è bene, l’attività che Gesù sta facendo, è male per mantenere il proprio prestigio. Ma perché non saranno mai perdonati? Perché mai chiederanno perdono. Quando Gesù ha perdonato il paralitico gli stessi scribi hanno sentenziato: bestemmia, cioè è reo di morte.

In questo frangente scrive l’evangelista giunsero sua madre e i suoi fratelli, quindi tutto il clan familiare e stando fuori, stando fuori significa che non hanno compreso l’insegnamento di Gesù, ritenendo di avere un potere su di lui lo mandano a chiamare. Ma, sottolinea l’ evangelista, c’è un impedimento. Tutto attorno a Gesù era seduta la folla, e il termine che adopera Marco indica una folla mista di persone impure, di persone pagane e gli dissero: ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano, il verbo cercare nel vangelo di Marco ha sempre una connotazione negativa nei confronti di Gesù.

Ed ecco la risposta tremenda, terribile da parte di Gesù Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Cioè quelli là fuori? Quelli che si vergognano di me, del pazzo di casa? E girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, quindi non vede né la madre, né i fratelli che sono rimasti fuori, Gesù afferma ecco mia madre e i miei fratelli.

E poi l’invito, l’invito rivolto al suo clan familiare, in particolare alla madre e ai fratelli chi compie la volontà di Dio costui è mio fratello, sorella e madre. A Nazareth il clan familiare di Gesù è vittima dell’insegnamento degli scribi, pensano veramente non solo che Gesù sia matto, ma che sia un posseduto. Gesù vuole arrivare a far comprendere che i veri posseduti sono i rappresentanti dell’istituzione religiosa che, per non perdere il proprio prestigio, dicono che l’azione di Gesù è negativa e fa male.

* Padre Alberto Maggi, OSM, Centro Studi Biblici G. Vannucci, a Montefano (Mc).

Es 24,3-8; Sal 115; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26

Una nuova ed eterna Alleanza

Vorrei prendere il concetto dell’Alleanza come il concetto chiave che ci permette di riflettere sulle letture della Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo.

L’autore della Lettera agli Ebrei, infatti, partendo dalla passione e morte di Cristo – sacrificio di Cristo -, considerate come offerta incondizionate di se stesso per la salvezza dell’umanità, chiama Cristo come mediatore della nuova ed eterna Alleanza. Infatti, Cristo dirà “questo è il mio sangue dell'alleanza”. La novità di questa Alleanza sancita con il sangue di Cristo, come sottolinea la Lettera agli Ebrei, è in contrapposizione all’antica Alleanza, come letta nel libro dell’Esodo: mentre nella Nuova Alleanza Gesù consegna volontariamente se stesso, nell’Antica si offrivano in olocausto gli animali. Il segno della nuova Alleanza è il corpo e il sangue di Cristo, il quale ci invita a prenderne per mangiare e bere.

Prendete: questo è il mio corpo e questo è il sangue dell’Eterna Alleanza

La consapevolezza dell’importanza di quella Pasqua, l'ultima per Gesù, spinge i discepoli a celebrarla in modo ineccepibile, anticipando una desiderata ed accurata preparazione. “Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?”, chiesero i discepoli a Gesù.  Per Lui, c’era una stanza pronta: una grande sala al piano superiore, già arredata e pronta. Lì avrebbero preparato la cena per tutti loro. È in questa sala che Gesù, durante la cena, dirà: “prendete questo è il mio corpo” e “questo è il mio sangue dell'eterna alleanza”.

Al piano terra, forse si trovava la sala di soggiorno, sala dello svago sempre fremente dell’agitazione che la vita quotidiana porta con sé. Gesù sceglie la sala al piano superiore per allontanarsi dalla distrazione e dall’agitazione giornaliera e mondana. Gesù preferisce che tutto avvenga in un luogo intimo, facendo riferimento alla sala interna ed intima degli uomini: il cuore che è il luogo più intimo dell’essere umano, il luogo dove Dio deve compiere la sua Alleanza con gli uomini, come ben profetizzò Geremia: “porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo” (Ger 31,33). La nuova Alleanza, in Cristo, è scritta nel cuore. Dobbiamo dunque allontanare il cuore dall’agitazione della vita quotidiana per entrare nell’intimità dell’incontro con Cristo e far risuonare quel comando di Gesù: “prendete questo è il mio corpo” e “questo è il mio sangue dell'eterna alleanza”.

Pendere è il primo gesto di Gesù, in quell’ultima cena

Egli prese il pane e il calice e lo presentò ai discepoli, accompagnato dall’imperativo: “prendete”. Prendete e cioè tendete la mano, apritela e riceverete in dono questo pane, nel riceverlo come dono, siete in comunione con me. Questo verbo vuole sottolineare che quel pane preso viene donato diventando così segno dell’amore e del dono di sé. A noi viene chiesto soltanto di prendere, un gesto alquanto passivo, poiché è Cristo che dà e si dà, è Lui che si fa presente.
In questo verbo “prendere”  si intravede tutto il bisogno di Cristo di entrare in una comunione senza ostacoli, senza paure, senza secondi fini: è un dono, prendetelo pure.

Si tratta di prendere il suo corpo – soma in greco - che significa la persona intera con la sua attività, storia e vita. Gesù chiede ai discepoli di prendere non solo quel “pezzo di pane”, ma la sua vita, la sua storia, il suo modo di vivere, il suo progetto di vita e tutto quanto la sua vita ha mostrato: l’amore, dunque Gesù invita i suoi ad essere come lui nella vita. “Prendete questo è il mio corpo, segno del mio amore per l’umanità”.

E il sangue suo sarà versato per la moltitudine

Si ricordi che Gesù, a Giacomo e Giovanni, che gli chiesero di sedersi uno a destra e l’altro a sinistra, chiese loro: “potete bere il calice che io sto per bere, o ricevere l’immersione nella quale io devo essere immerso?” (Mc 10,38). Bere il calice è essere partecipi del Suo Regno caratterizzato dall’amore e servizio all’altro; cioè, essere disposti a dare la propria vita per amore a Dio e dedicarci a servire i nostri fratelli, con lo stesso atteggiamento misericordioso che ebbe Gesù. Bisogna sottolineare che l'evangelista non dice che i discepoli mangi(a)no il pane, mentre sottolinea che beva(o)no il calice. Questo significa che non si può condividere il destino di una persona, nel caso di Gesù, se non si è disposti a dare se stessi agli altri.

La nuova ed eterna alleanza è l’amore, è scritta nei nostri cuori e viene simbolizzata dal pane e dal vino, corpo e sangue di Cristo. Dobbiamo sempre predisporci a prenderne, per nutrirci spiritualmente, per poter essere capaci di divenire pane spezzato per il bene dell’umanità, per essere in comunione con Dio e con i fratelli.

Il discepolo missionario è consapevole che l’Eucaristia, come ha giustamente sottolineato Papa Francesco, “ci permette di non disgregarci, perché è vincolo di comunione, è compimento dell’Alleanza, segno vivente dell’amore di Cristo che si è umiliato e annientato perché noi rimanessimo uniti. Partecipando all’Eucaristia e nutrendoci di essa, noi siamo inseriti in un cammino che non ammette divisioni. Il Cristo presente in mezzo a noi, nel segno del pane e del vino, esige che la forza dell’amore superi ogni lacerazione, e al tempo stesso che diventi comunione anche con il più povero, sostegno per il debole, attenzione fraterna a quanti fanno fatica a sostenere il peso della vita quotidiana, e sono in pericolo di perdere la fede”.

* Mons. Osório Citora Afonso, IMC, è vescovo ausiliare dell’Archidiocesi di Maputo, Mozambico.

Dt 4, 32-34.39-40; Sal 32; Rm 8,14-17; Mt 28,16-20

Le letture di questa Domenica dedicata alla Santissima Trinità ci immergono nella vita di amore e di comunione di Dio uno e trino: Padre, Figlio e Spirito Santo e ci invitano inoltre a rispondere con generosità all’amore che Dio ha verso di noi.

Dal giorno del nostro battesimo, come afferma Paolo, nella Lettera ai Romani, siamo entrati in questa relazione d’amore e comunione con Dio Padre, grazie allo Spirito Santo, per mezzo di Cristo. Siamo dunque eredi di Dio e coeredi di Cristo. Ecco perché, nel Vangelo di oggi, Cristo manda i suoi discepoli con una missione ben specifica: fare discepoli tra le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Fare discepoli tutti

Questa pagina del Vangelo di Matteo è l’unica, nel Nuovo Testamento, che presenta insieme i tre nomi delle tre persone della Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo. Il testo è la conclusione del Vangelo di Matteo e sono, dunque, le ultime parole di Gesù prima della sua ascensione.

Gesù risorto, prima di salire al Padre, si avvicina ai discepoli, rendendosi presente e affiancandosi nel loro cammino di fede. Non li lascia da soli poiché Egli è l’Emmanuele, “Dio con noi”, ed è sempre presente, dirà alla fine del Vangelo “io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. È un Dio che è appassionato dell’uomo e che va sempre all’incontro con lui. La Sua è una presenza potente la cui potenza gli è stata data dal Padre. Il Suo non è un potere di morte e di dominio, ma un potere di vita, di amore. È il potere che Gesù ha dimostrato in croce: quello di servire e di dare la vita in maniera incondizionata. Il Suo è il potere di fare le cose nuove attraverso l’amore. Ecco perché ha bisogno dei discepoli che possano fare l’esperienza del suo amore incondizionato ed essi, a loro volta, facciano discepoli tutti i popoli.

Ecco perché, Gesù comanda che i discepoli non restino chiusi nel loro gruppo e nella loro esperienza, ma Egli vuole che essi possano uscire per percorrere le strade del mondo per convincere tutti quelli che incontrano a diventare anch’essi discepoli del Signore come lo sono loro. “Andate e fate dei discepoli”, così comanda Gesù. Il comando è chiarissimo: non andare ad annunziare una fede oppure una morale o una dottrina, né a predicare interessi personali e particolari. Essi sono mandati a fare discepoli tutti i popoli.  La nuova traduzione rende più chiara questa missione: non è più “andate e ammaestrate”, ma andate e “fate discepoli”.

Questo cambia profondamente il vero senso del mandato di Gesù: fare discepoli. Il discepolo è dunque colui che ascolta, impara e cerca. Il discepolo è colui che vive in intima unione e comunione quotidiana con Cristo. Questo implica l’instaurazione di un rapporto personale con Gesù. Tuttavia il discepolato non è una esclusività per alcuni, per pochi, ma è per tutti i credenti ogni giorno della propria vita, si tratta di fare discepoli tutti i popoli. Gesù afferma che Voi siete discepoli fate gli altri come voi, discepoli e ascoltatori dell’unica parola. Nessuno è maestro: siamo tutti uguali e la nostra missione, quella della Chiesa, è annunciare il Vangelo e attirare tutti a diventare discepoli di Gesù; bisogna dunque annunciare il Vangelo.

Nell’esortazione apostolica, “Evangelii gaudium”, Papa Francesco ha fatto risuonare, ancora con forza, il comando di Gesù: “Andate e fate miei discepoli tutti i popoli”. Scrive: “l’intimità della Chiesa con Gesù è un’intimità itinerante e la comunione si configura essenzialmente come comunione missionaria. Fedele al modello del Maestro, è vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura. La gioia del Vangelo è per tutto il popolo, non può escludere nessuno”(n° 23).

Battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo

Per Gesù si diventa discepoli attraverso il battesimo. Infatti, Egli dirà “andate e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli”. Battezzare vuole dire immergersi, andare a fondo. Il discepolato, il rapporto intimo tra il discepolo e Gesù, si fonda nel battesimo: il participio in greco reso “battezzando” è specificazione del modo di “fare discepoli”, mettendo in relazione la Divinità, con il mistero dell’amore e della comunione della Trinità. Il discepolo deve immergersi nell’amore e nella comunione della trinità, quindi deve vivere in Dio, nel figlio e con l’unico Spirito che è l’amore tra Padre e Figlio. Si tratta di immergersi nell’amore del padre, per essere suo amore in mezzo alla gente, immergersi nella comunione per essere anche comunione.

Infine, i discepoli devono osservare il comando lasciato dal maestro: amare. Pertanto, discepolo missionario è colui che vive il mandato di Gesù ogni giorno della sua vita. Come afferma Papa Francesco: “Nell’andare per le vie del mondo è richiesto ai discepoli di Gesù quell’amore che non misura, ma che piuttosto tende ad avere verso tutti la stessa misura del Signore; annunciamo il dono più bello e più grande che Lui ci ha fatto: la sua vita e il suo amore. Non chiudiamo il cuore nelle nostre preoccupazioni particolari, ma allarghiamolo agli orizzonti di tutta l’umanità”.

* Mons. Osório Citora Afonso, IMC, è vescovo ausiliare dell’Archidiocesi di Maputo, Mozambico.

At 2,1-11; Sal 103; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27; 16,12-15

Nella solennità di Pentecoste, la liturgia della Parola ci invita a contemplare lo Spirito Santo, la sua azione nella Chiesa e nel mondo. Infatti, lo Spirito Santo è una fonte inesauribile di Vita perché trasforma, rinnova, guida, incoraggia, rafforza, edifica la comunità, favorisce l'unità e trasmette ai discepoli la forza per diventare araldi coraggiosi del Vangelo di Gesù.

L'autore degli Atti degli Apostoli nella prima lettura (At 2,1-11) ci presenta lo Spirito Santo come la Nuova Legge che guida e anima il Popolo della Nuova Alleanza. Lo Spirito fa sì che uomini e donne di ogni razza, popolo e nazione accolgano la Buona Notizia di Gesù e formino una comunità unita e fraterna che parla la stessa lingua, quella dell'amore.

Luca colloca il dono dello Spirito nel giorno in cui la comunità ebraica celebrava l'alleanza e il dono della Legge sul Sinai. La coincidenza temporale non è fortuita, anzi, indica chiaramente che la comunità nata da Gesù è la comunità della Nuova Alleanza di cui lo Spirito ne sarà la Legge. Il percorso nella storia di questa comunità non sarà accompagnato da una Legge esteriore, scolpita su tavole di pietra (come quella di Mosè con Legge del Sinai); ma si ispirerà allo Spirito Santo che risiederà nel cuore dei discepoli. La comunità nata da Gesù e guidata dallo Spirito è il nuovo Popolo di Dio. Si compie così la promessa fatta da Dio al suo popolo: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme.” (Ez 36,26-27).

La scena della manifestazione dello Spirito è illustrata con due simboli molto espressivi: (vv. 2-4): il “vento di tempesta” e il “fuoco”. Entrambi richiamano la teofania sul Sinai, quando Dio stipulò un’alleanza con il Popolo, con il dono della Legge che così lo costituì Popolo di Dio (cfr. Es 19, 16.18; Dt 4,36). Questi simboli evocano la forza di Dio che, irresistibilmente, entra nella vita del Popolo, ne trasforma il cuore e lo rende comunità di Dio.

È in questo contesto che dobbiamo comprendere gli effetti della manifestazione dello Spirito descritti dall'autore degli Atti degli Apostoli (cfr At 2,5-13): i discepoli proclamarono il loro messaggio e ciascuno lo poteva comprendere “nella propria lingua” (v. 6). Gli astanti che, nel giorno di Pentecoste, ascoltavano gli apostoli, rappresentavano i popoli di tutto il mondo antico, dalla Mesopotamia alla terra di Canaan, dall'Asia Minore al Nord Africa, fino ad arrivare a Roma. E, pur appartenendo a popoli di lingue e culture diverse, tutti erano in grado di capire l'annuncio «delle meraviglie di Dio» (v.11). L'espressione indica “il Vangelo”, fonte di vita, amore, comunione, fraternità e salvezza per tutti. Coloro che si dimostreranno disponibili ad accogliere questo annuncio entreranno a far parte della comunità della salvezza, dove si parla la stessa lingua: quella dell'amore. Con il bagaglio della propria cultura, delle proprie tradizioni, nella nuova comunità, ognuno potrà sperimentare questa “convivialità delle differenze” che unisce persone valorizzando le diversità come una ricchezza per tutti.

Gli africani, gli europei, i sudamericani, gli asiatici, gli oceanici, i neri, i bianchi: tutti sono invitati, con le loro differenze, ad accogliere questo progetto liberatore di Dio, ad accogliersi e rispettarsi vicendevolmente nell'amore. Allora chiediamoci: la mia comunità è un luogo di libertà e di fraternità? In essa tutti trovano posto e vengono accolti con amore e rispetto, anche quelli di altri popoli, che hanno abitudini differenti, che non fanno parte della “cerchia” dei miei amici e ancor di più, che sono emarginati e allontanati dalla società?

L'orgoglio e l'egoismo fomentano le divisioni, l’indifferenza costruisce muri di egoismo e di rifiuto. Lo Spirito Santo, invece, rende i cuori capaci di comprendere i linguaggi di tutti, mentre costruisce ponti di autentica comunione tra la terra e il cielo, perché lo Spirito Santo è Amore. Perciò la nostra seconda lettura (Gal 5,16-25) ci invita a vivere secondo quest’ amore, entrando nel mistero dello Spirito Santo e testimoniando i suoi stessi frutti.

Ma com’è possibile entrare nel mistero dello Spirito Santo? Come si può comprendere il segreto dell'Amore?

Il brano del Vangelo odierno (Gv 15,26-27; 16,12-15) ci conduce nel Cenacolo dove, dopo l'Ultima Cena, un senso di smarrimento pervade gli Apostoli, preoccupati dalle parole di Gesù che suscitano interrogativi inquietanti: cosa vuol dire che il mondo proverà odio contro di lui e contro i suoi? Cosa significa la sua misteriosa dipartita? Tante altre cose avrebbe potuto aggiungere, ma gli apostoli non ne avrebbero retto il peso. (cfr. Gv 16,12).

Per consolarli spiega il senso della sua partenza: andrà, ma poi tornerà, sicuramente non li abbandonerà, non li lascerà orfani. Manderà il Consolatore, lo Spirito del Padre che ci farà comprendere l’amore con il quale Cristo ci ha amati e ha dato tutto sé stesso per salvare l’umanità.

Il Paraclito è presentato subito come un protagonista a pieno titolo la cui venuta (otan elthe) instaura un tempo qualitativamente differente, il tempo della chiesa. È anche il portatore della verità. Per essere più precisi, la missione del Paraclito consiste, dopo la dipartita di Cristo, nel fare memoria della testimonianza che gli è stata resa nel tempo della vita pubblica e nel mostrane le implicazioni per l’epoca post pasquale.

Considerando retrospettivamente il destino di Cristo ormai compiutosi, il Paraclito è in grado di mostrarne il perenne significato per i discepoli. Accanto al Paraclito l’evangelista Giovanni cita un secondo protagonista della testimonianza: i discepoli. La loro testimonianza ha come fondamento il loro perdurante rapporto intimo e personale con Cristo. La testimonianza resa dai discepoli è dunque relativa al dire e all’agire del Cristo incarnato. Mentre la testimonianza post-pasquale dei credenti rimane un dono ricevuto mediante la forza dello Spirito Santo.

C’è un’altra indicazione sul ruolo Paraclito nel futuro della communita post- pasquale: si farà araldo delle “cose future” aiutando a comprenderle cristologicamente. Siamo così invitati a un ribaltamento di prospettiva. Lo Spirito, infatti, non è in balia di una creatività insensata che svelerebbe i segreti rimasti nascosti. Nell’eventualità che lo Spirito dischiuda l’avvenire l’unica parola che pronuncia è “Cristo”. Tale annuncio dell’inabitazione del futuro da parte di Cristo non è, a sua volta, fine a sé stesso, ma rimanda in ultima istanza a Dio. Dire che Cristo viene significa dire che si fa presente nella vita e la trasforma con la sua azione liberante.

Papa Benedetto XVI spiega molto bene in che cosa consiste il mistero della Pentecoste: lo Spirito Santo illumina lo spirito umano e, rivelando Cristo Crocifisso e Risorto, indica la via per diventare più simili a Lui, cioè essere «immagine e strumento dell'amore che scaturisce da Cristo» (Deus caritas est, n. 33).

Nel giorno di Pentecoste, lo Spirito Santo discese con potenza sugli Apostoli, riuniti in preghiera con Maria nel Cenacolo (At 1,14); ebbe così inizio la missione della Chiesa nel mondo. Stare insieme, in preghiera prolungata e in armonia, era la condizione posta da Gesù per ricevere il dono dello Spirito Santo. Ci viene offerto in questo modo un formidabile insegnamento per ogni comunità cristiana e per la nostra attività di evangelizzatori.

A volte pensiamo che l'efficacia missionaria dipenda innanzitutto da un'attenta programmazione e dalla sua successiva intelligente applicazione attraverso delle azioni concrete. Il Signore esige certamente la nostra collaborazione, ma alla base di ogni attività che svolgiamo è fondamentale da parte nostra riconoscere che “l’opera è sua” (1 Cor, 3,9) che è lui a prendere l’iniziativa, perché lo Spirito Santo è “l’agente principale della Missione” (E.N. 75), è “il protagonista della Missione” (R.M. Capitolo III).

Riuniti con Maria in questo giorno in cui la Chiesa fa memoria della sua nascita invochiamo tutti insieme: "Veni, Sancte Spiritus! - Vieni, Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore!". Amen.

* Padre Geoffrey Boriga, IMC, studia Bibbia nel Pontificio Istituto Biblico a Roma.

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17-06-2024 I Nostri Missionari Dicono

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Come meglio allora ringraziare il Signore per la Sua bontà? Arrivate in Etiopia nel marzo del 1924, le Suore Missionarie della...

Una serata a Senigallia per padre Matteo Pettinari

17-06-2024 Notizie

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La vita donata, la vita che chiede vita. La diocesi di Senigallia rende omaggio a padre Matteo Pettinari, IMC, a...

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