Le speranze di padre Pietro Han, IMC, di arrivare un giorno alla riconciliazione fra le due Coree

La foto si può considerare un simbolo: si vede padre Pietro Han insieme a due suore che mimano il gesto di un abbraccio che racchiude un paesaggio alle loro spalle. Un’istantanea che potrebbe essere archiviata come la testimonianza di un bel momento di fraternità ma che in realtà nasconde un profondo messaggio.

Quelli che si intravedono alle spalle delle suore e del sacerdote, membro dell’Istituto Missioni Consolata, non sono i luoghi ameni di una felice scampagnata ma i campi verdi e le montagne brulle di uno dei paesi più impenetrabili e misteriosi della Terra: la Corea del Nord. E quell’abbraccio sorridente immortalato in una zona di confine della Corea del Sud sta a significare solo una cosa: il desiderio di riconciliazione dell’intera penisola coreana che dagli inizi degli anni ’50 vive tagliata in due da una guerra congelata che si teme possa riprendere da un momento all’altro.

20240224Corea2Sapere che il religioso e le due suore ritratti nella foto si trovavano al confine per partecipare a un pellegrinaggio per la pace non è un dettaglio di poca importanza ma rappresenta uno dei principali pezzi del complesso puzzle del cammino verso l’unità e la pacificazione che la Chiesa coreana sta tentando da anni di mettere insieme, anche se con difficoltà, accelerate e, molto spesso, brusche frenate. Ne sa qualcosa proprio padre Pietro Hann, della diocesi di Incheon, che è membro della Commissione di riconciliazione nazionale, nata grazie alla partecipazione degli istituti religiosi maschili e le società di vita apostolica: «La commissione, che è in stretta collaborazione con la nostra Conferenza episcopale, è stata fondata nel 2015 dopo l’esperienza di sette organizzazioni religiose impegnate a dare aiuto ai nordcoreani rifugiati al sud e a sostenere la popolazione della Corea del Nord», spiega a «L’Osservatore Romano». Una delle attività fondamentali della commissione, che opera su base diocesana ed è composta da quindici comitati di riconciliazione, è la preghiera. Ed è merito anche di questo organismo se, ormai da qualche anno, alle 21 di ogni giorno, in tutte le chiese si recita un’orazione per la pace seguita da un canto mariano e il Gloria.

«La nostra commissione — aggiunge padre Han — si impegna a portare avanti un costante movimento di preghiera che coinvolge leader e semplici fedeli. Con la nostra testimonianza di fede mettiamo in evidenza la necessità dell’unità e della riconciliazione nazionale. Inoltre, è forte la nostra collaborazione con altre associazioni per condividere le informazioni essenziali necessarie allo svolgimento dei nostri progetti».

Che il lavoro della commissione e di tutta la Chiesa coreana si possa paragonare a un vero e proprio cammino quaresimale lo si capisce, però, da un’altra foto. Quella scattata durante l’annuale pellegrinaggio per la pace al confine con la Corea del Nord che mostra delle suore sedute, forse anche stanche, provate. Davanti ai loro occhi si staglia l’orizzonte abitato da quei fratelli separati per i quali tutte loro, insieme a ogni cristiano del Sud, sono disposte ad affrontare pericoli, sconfitte e dolore, anche nel silenzio e nel nascondimento che la prudenza richiede e come ogni deserto insegna.

Hann è convinto che la Quaresima della Chiesa coreana passi anche attraverso il perdono reciproco dei torti subiti, la cancellazione dell’odio: «Il cammino verso la pace deve eliminare l’ira da ogni cuore seguendo il percorso della Croce di Gesù e mettendo in pratica i suoi insegnamenti: accettare il nemico come fratello». Nel deserto quaresimale che dura ormai da oltre sette decenni, la Commissione di riconciliazione nazionale non lascia indietro nessuno. Le persone che riescono a fuggire dal duro regime dittatoriale — i “defezionisti nordcoreani”, come li definisce la Conferenza episcopale — vengono assistite e sostenute non solo dal punto di vista spirituale ma anche materiale. Inoltre, ricorda il religioso, «portiamo assistenza umanitaria direttamente in Corea del Nord anche se ora, per via del deterioramento delle relazioni, i nostri canali sono stati interrotti». L’educazione all’unificazione è un altro obiettivo essenziale della commissione che sta sperimentando delle borse di studio destinate ai giovani rifugiati nordcoreani.

È nel profondo della sua anima che padre Pietro Han coltiva quella che lui stesso considera più di una speranza: «La possibilità concreta che la maggiore interazione con il Nord possa trasformarsi in uno strumento per diffondere meglio il Vangelo».

Fonte: www.osservatoreromano.va (Pubblicato il 21 febbraio 2024).

La visita del Papa alla Mongolia, i primi quattro giorni di settembre del 2023 non ha radunato decine o centinaia di migliaia di fedeli come in altre occasioni. Qui ci sono solo 1,500 cattolici battezzati. Tuttavia a me è bastato per  entrare in un turbinio di avvenimenti ed emozioni.

I nostri missionari, preti e suore, erano indaffarati per l’organizzazione dell’avvenimento. Uno incontrava i giornalisti RAI e Vaticano, sr Anna organizzava la logistica, p. Dido la liturgia, altri erano incaricati di ospiti di lingua spagnola e sr Esperanza era la cuoca ufficiale del Papa. In casa era tutto un via vai e p. Lourenco e io che eravamo appena arrivati dalla Corea, non riuscivamo a capire cosa stesse succedendo. Una sera p. Ernesto portò a casa due giornalisti e… Giovanni! Proprio p. Giovanni degli OMI che conoscevo bene dalla Corea e che era appena arrivato dalla Cina dove lavora da 12 anni. Che magnifica sorpresa! Che bello incontrare un vecchio amico quando meno te l’aspetti!

A Ulaan Baator erano arrivati anche alcuni fedeli della nostra parrocchia di Arvaikheer, a più di 400 km di distanza da qui, e una di loro aveva espresso il desiderio di poter “toccare” il Papa. Immaginatevi una comunità di cattolici più piccola di qualsiasi nostra comunità parrocchiale: che esperienza unica poter vedere dal vivo il Papa e toccarlo! Per i Cattolici Mongoli è stato come poter toccare la loro comunione con tutta la chiesa universale, e non solo in senso simbolico, ma proprio fisico. Perlima, quella cattolica di Arvaikheer che lo aveva tanto desiderato, insieme a tanti altri, ha avuto l’opportunità di toccare il Papa, quando all’offertorio della messa gli ha portato il calice del vino.

Molti non cristiani si chiedevano chi era questo signore tanto importante, che veniva da Roma e incontrava persino il presidente. Per loro è stata la prima vera esposizione alla Chiesa Cattolica. E da adesso non ci vedono più come una delle tante ditte straniere che vengono qui a far soldi, ma come portatori di una religione di pace e amore. Alcuni commentavano con orgoglio: “Questo grande uomo è il capo di un miliardo e trecento milioni di persone, quindi in questi giorni gli occhi di un miliardo e trecento milioni di persone guarderanno alla Mongolia”. E dopo che ha reso onore alla statua di Ginghis Khaan sulla piazza principale della capitale: “Ha onorato il nostro grande Ginghis Khaan, allora ha un grande rispetto per noi!”

Francesco ha lodato i missionari che lavorano in Mongolia per le loro attività nel sociale. “Questo è importantissimo,- ha detto –è il vostro biglietto da visita come cristiani. Ma sopra tutto ci vuole l’adorazione, la contemplazione. Dovete vivere e comunicare il: “gustate e vedete come è buono il Signore”.

Il giorno dell’incontro con i religiosi, gli incaricati della sicurezza erano sicuri che Lourenco e io, non potevamo entrare al luogo dell’incontro col pontefice a causa di un codice sbagliato. Poi p. Dido, incaricato della liturgia per la visita del Papa è riuscito a farci superare questo primo ostacolo. In seguito abbiamo trovato un altro incaricato della sicurezza che aveva delle sicurezze diverse da quello di prima e finalmente, anche se noi non eravamo più sicuri di niente, siamo potuti entrare nella chiesa cattedrale dove avremmo sicuramente incontrato il Papa. 

Non pensate che io sia uno che ci tiene particolarmente a queste cose. Ma sta di fatto che nelle ultime tre settimane facevo sogni in cui parlavo col Papa, scherzavo con lui, mangiavo pranzo con lui, parlavo di cose serie e facevo bella figura. Ma arrivato davanti a lui non sono riuscito a dire una parola. Certo che Giorgio (cioè sua eminenza il cardinal Marengo, Prefetto apostolico della Mongolia) mi ha presentato bene al Papa. E Francesco mi ha detto: “Ah tu vieni dalla Corea. Lì ci sono troppi preti. Mandateli in missione!” e così, ridendo, ho passato i miei 15 secondi di gloria senza dire una parola! A vederlo, il Papa, sembra proprio tanto invecchiato, ma quando mi ha parlato era tutto allegro e con tanta voglia di scherzare. E’ stato come incontrare un vecchio amico.

Chi ha parlato bene invece è Rufina, che ha conosciuto la fede quando era studentessa. Quando aveva 18 anni , una sera si trovò a parlare per ore con entusiasmo al papà di sua nonna materna, ottantenne, sulla vita di Gesù, partendo dalla nascita fino alla risurrezione. Questo episodio le fece capire che doveva comunicare la buona notizia anche ai suoi amici Mongoli. Così colse l’occasione di una iniziativa della Diocesi, andò a Roma a studiare catechesi, e adesso è operatrice pastorale della diocesi. Lavoro preziosissimo per portare il Vangelo più vicino al sentire della gente.

Saanja, il secondo prete mongolo ordinato, con la sua umiltà e semplicità, ha salutato il Papa a nome della chiesa mongola. Orfano di padre e aiutato dalle suore di Madre Teresa, ha poi conosciuto il padre Kim Stefano (sacerdote fidei donum coreano, morto a maggio di quest’anno e compianto da tutti), che lo ha battezzato e ispirato a diventare sacerdote.

Bella è sta a anche la cerimonia di intronizzazione della Madonna del Cielo. E’ una storia commovente. Tanti anni fa una signora trovò questa statua, avvolta nella carta, in una discarica di rifiuti. Si disse : “Chi sarà questa bella signora, forse ha voluto farsi trovare da me perché la portassi in casa mia.” La mise nella sua umile ger  (tenda mongola). Il parroco venne a saperlo e in seguito portò la statua in chiesa. Poi passò in mano ai salesiani. Infine Giorgio (cioè il Cardinale ecc. ecc.), toccato da questa storia, ebbe l’ispirazione di portarla in cattedrale e proclamarla protettrice della chiesa mongola col titolo di “Madre del Cielo”. E quella signora, che è stata battezzata un anno fa, sabato ha incontrato personalmente il Santo Pontefice.

Non c’erano solo Mongoli a ricevere il Papa, ma anche piccoli gruppi di fedeli e missionari dei paesi vicini. Russi, Vietnamiti, Coreani, Khazaki, Cinesi, ecc.. I Cinesi appena potevano incontrare un prete erano emozionatissimi. Subito volevano la foto insieme e poi ognuno chiedeva di essere benedetto.

Nella Messa di Domenica, Francesco ha sottolineato che dobbiamo avere coscienza della sete profonda che c’è dentro di noi, che è come la sete del nomade in queste sconfinate praterie mongole. E l’unica acqua che può spegnere questa sete è l’acqua dell’amore che conosce chi ha incontrato Cristo! 

Infine è arrivato lunedì, il Papa ha finito la sua visita, e anche i nostri missionari erano “finiti” e sono andati tutti a prendersi il meritato riposo, dopo notti con poche ore di sonno, corse di qua e di là per controllare che tutto funzionasse, e viaggi agli alberghi per seguire le varie delegazioni internazionali.

Ma tutti, fedeli e missionari siamo rimasti pieni di gioia e pace. E’ stato come se la Santa Madre Chiesa, nella persona di Papa Francesco, avesse preso in braccio e baciato il figlio più piccolo. E Francesco ci ha ricordato che la piccolezza può diventare una grande opportunità!

 

Pregare insieme per la pace

Ricorre proprio in questi giorni, precisamente il 27 luglio,  il 70° anniversario della firma dell’armistizio che ha posto fine alla sanguinosa guerra della Corea (1950-53). L’armistizio è però un accordo piuttosto precario, perché non è mai stato raggiunto un vero e proprio trattato di pace. Così, a seconda dei “momenti” politici, le due Coree continuano o a cercare un qualche dialogo ed accordo, o a guardarsi in cagnesco, accusandosi mutuamente di fomentare la divisione e il pericolo di una nuova guerra.  Lo scenario politico internazionale poi, con la diretta ingerenza di Stati Uniti, Cina, Russia e Giappone, in realtà non promette nulla di buono per quanto riguarda l’ideale sognato di un vero e proprio trattato di pace tra le due Coree.

Eppure le religioni del Paese non si danno per vinte, e continuano a sognare un prossimo futuro in cui non ci siano più armi nucleari nei due Paesi, le famiglie rimaste divise dalla guerra (rimangono ancora più di 40.000 persone) possano tornare a ritrovarsi e riconoscersi, l’unità di tutto il popolo Coreano sia ristabilita… e così hanno dato vita quest’anno, assieme ad altre associazioni civili, a una raccolta di firme per spingere il governo a fare di tutto affinché ci possa essere la pace nella penisola coreana. 

Accompagnano questa iniziativa con una serie di altre iniziative, come incontri interreligiosi di preghiera per la pace, simposi e conferenze sulla situazione della pace nel Paese. 

A Daejeon nel locale ramo del KCRP (Conferenza Coreana delle Religioni per la Pace), la maggiore delle organizzazione “ufficiali” di dialogo interreligioso, abbiamo organizzato in città un Incontro di Preghiera per la Pace, a carattere interreligioso, la domenica 23 luglio, alle 4.00 del pomeriggio, nella sede centrale del Buddismo-won.

Avevamo fatto un paio di riunioni per preparare l’evento, e alla fine si era deciso di assegnare ad ogni religione un quarto d’ora di tempo per pregare “secondo la propria tradizione”. Le religioni che avevano deciso di partecipare sono state i Protestanti, i Cattolici, e il Buddismo-won (una religione autoctona della Corea). I Buddisti, disgraziatamente, non si trovavano in questo momento pronti per partecipare, e le altre piccole religioni non hanno voluto avere un tempo particolare assegnato loro, e la loro partecipazione è stata solo a livello individuale.  

A me è toccato presiedere il tempo assegnato alla Chiesa cattolica.

L’incontro di preghiera si è svolto nella grande sala di meditazione del Buddismo-won, alla presenza di un centinaio di persone (la pioggia insistente dell’attuale stagione monsonica ha certamente “frenato” una partecipazione maggiore) e si è svolta per un’ora e mezza, secondo il programma stilato precedentemente. 

I Protestanti hanno invitato uno dei loro pastori, che è un artista, a cantare un paio di canzoni con la chitarra, e offerto varie preghiere.

Il Buddismo-won ha proclamato alcuni insegnamenti del fondatore della religione sulla pace, intercalati da momenti di silenzio meditativo. 

Noi abbiamo proclamato due letture bibliche, seguite da un breve commento sulla “pace nella Bibbia”, e all’invito a scambiarci il “dono della pace” tra tutti i presenti (e questo è stato uno dei momenti più partecipativi ed emotivi dell’incontro), concluso con una bellissima preghiera per la pace di Papa Francesco, che tutti coloro che volevano potevano leggere nel libretto-guida dell’incontro. 

Alla fine, tre rappresentanti delle religioni hanno letto una “dichiarazione ufficiale” della campagna di raccolta di firme per la pace, nella quale si chiede al governo a nome di tutti i cittadini del Paese di fare tutto il possibile per arrivare ad un Trattato di Pace. Non sarà certamente facile visto che l’attuale governo di destra, è più propenso al “muro contro muro” che al dialogo con la Corea del Nord.

Oltre all’incontro di preghiera, sono previste anche un’attività specifica di raccolta firme il 27 di luglio, e una Tavola Rotonda sulla Pace il 6 agosto.

A volte sentiamo la lamentela che non comunichiamo molto all’Istituto di quanto stiamo facendo nel campo del Dialogo Interreligioso in Corea. Ma almeno questa volta, e grazie a questo evento abbastanza particolare, vogliamo testimoniare che  l’impegno nel dialogo interreligioso da parte di noi Missionari della Consolata, a Daejeon è continuo e diretto, anche se spesso oscuro e rutinario… 

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Il nostro passato e l’incontro con la missione

Prima del 2016 la nostra era una vita normale, come quella di altri cristiani. Abbiamo lavorato per mantenerci e crescere i nostri due figli e abbiamo vissuto nella felicità e anche nella difficoltà che quotidianamente trovavamo. Partecipavamo alla vita della comunità cristiana: negli Incontri Matrimoniali, nel gruppo di Studio della Bibbia, nei servizi alla parrocchia e così via.

Nel 2004 avevamo conosciuto i Missionari della Consolata e con loro abbiamo partecipato ad alcuni viaggi in missione che per noi sono state esperienze davvero toccanti, scoprire Dio vivo e presente nella vita dei missionari e nella vita delle comunità che loro servivano. Poco tempo dopo il rientro dall’ultimo viaggio in missione Rosa, nell’eucaristia in parrocchia, ha sentito fortemente il desiderio di partire, la presenza di Gesù che diceva “vai”! In seguito ci siamo consultati con i padri della Consolata per capire se si trattasse di un desiderio mosso dallo Spirito Santo oppure no. 

In giugno 2018 siamo partiti per la Tanzania. Avevamo un sogno: stabilire relazioni positive con ogni persona che avremmo incontrato. Al’inizio pero la gioia provata è stata di breve durata. Abbiamo sperimentato delle difficoltà comprensibili per l’impatto con l’ambiente ma anche difficoltà di comunicazione con la comunità. In quei momenti, correvamo davanti all’Eucarestia, ci lamentavamo e pregavamo: ne tornavamo confortati e con la voglia di superare le avversità. Abbiamo capito che non eravamo lì per fare la nostra volontà, ma eravamo stati mandati e saremmo dovuti tornare, solo a missione compiuta.

Ci siamo sentiti scortati nella preghiera da tanti amici, sacerdoti e suore; la loro solidarietà si è fatta concreta ogni volta che ci inviavano ciò di cui avevamo bisogno, nella mostra fragilità. È cosi che ci siamo sentiti amati anche da Dio e mamma Consolata.

Evidentemente abbiamo trovato anche molto altro: ambienti naturali belli, studenti e persone che ci hanno accolto in modo affabile e generoso, l’essere liberi da incombenze e preoccupazioni. Grazie a tutto questo abbiamo potuto raggiungere la fine del contratto e siamo tornati in Corea in Gennaio 2022.

A tu per tu con l’italiano

In questi mesi, da febbraio a aprile 2023 siamo stati a Roma, ospiti nella Casa Generalizia, con l’intenzione di studiare italiano. Ne abbiamo sentito il bisogno perché e la madre lingua del nostro Istituto e in qualche modo anche della chiesa cattolica; nella nostra esperienza in missione abbiamo avuto la visita di tante persone che parlavano italiano e con le quali non riuscivamo a comunicare. Certamente tre mesi non è un tempo sufficiente ma speriamo che possa essere un aiuto per le prossime missioni.

Ci siamo trovati molto bene nella casa generalizia con i nostri padri e fratelli. È stato un grande onore  per noi stare con loro e ci hanno sempre dimostrato una grande accoglienza e molto amore che certamente viene da Dio. Che bello poi aver condivido il nostro tempo con due gruppi di missionari che sono passati da Roma in questi mesi per la loro formazione permanente. I missionari con 25 anni di ordinazione e quelli con 50 anni. In loro e nella vita dei membri della comunità abbiamo visto la bellezza della vita del missionario consacrata a Dio e al servizio della comunità.

Con voi abbiamo celebrato la Pasqua di Gesù risorto e in qualche modo anche noi abbiamo sperimentato la risurrezione e siamo tutti stati guariti dall’amore di Dio. Adesso, possiamo ripartire con nuova forza e speranza. Siamo venuti qui per studiare l’italiano ma il Signore ha arricchito questo tempo di nuovi e grandi doni. Grazie a tutti voi. 

Il libro della missione

Dopo il nostro ritorno abbiamo in mente un piccolo progetto editoriale. Normalmente i cattolici della Corea non sanno che ci sono missionari laici all’estero e a noi sembra importante cominciare a condividere la nostra esperienza. Spesso nel 2022 siamo stati chiamati a dare testimonianza della nostra esperienza in Tanzania. Vorremmo rendere questa testimonianza un po’ più consistente per mezzo di questo libro per il quale vorremmo attingere dai nostri diari di missione.

Vorremmo anche praticare un po’ di più l’italiano con i padri che ci sono in Corea, sono tanti i documenti della chiesa cattolica in Italiano.

Non sappiamo ancora quando avremo l’opportunità di tornare in missione. Siamo disposti ad andare ovunque Dio voglia. Pregherete per noi per favore. Ci vediamo nella preghiera. Grazie di nuovo.

*Rosa e Thomas Kang sono missionari laici della Consolata coreani.

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P. Kim, nato il 19 dicembre 1973 a Geum San, provincia di GimJe (Corea del Sud), in una famiglia composta dai genitori Kim Ki Su e Jo Bok Yeo e da una sorella, è tornato in patria dopo dieci anni di lavoro missionario fra la Colombia e l’Ecuador. Ha rilasciato questi riflessioni al portale “Consolata America”.

I miei genitori mi hanno dato la vocazione

Non è esagerato dire che i miei genitori mi hanno trasmesso la vocazione sacerdotale. Mio padre, che era un falegname, dopo il matrimonio si trasferì in un paesino dove vivevano dei pii cattolici che ha uno spazio particolare nella storia della chiesa cattolica coreana. Sono nato lì e quindi sono cresciuto in un ambiente molto religioso che ha anche prodotto non poche vocazioni sacerdotali e religiose. quando io avevo 8 anni tutti i membri della mia famiglia sono stati battezzati.

Ai tempi della scuola ero molto impegnato nella parrocchia ma non ero interessato a diventare sacerdote. Tuttavia, mi sono spesso interrogato sulla mia identità personale, su chi ero io. Era una domanda che non mi lasciava in pace.

Poco prima di entrare alla Consolata stavo lavorando nella Hyundai e ogni fine settimana andavo in discoteca con i miei amici... eppure, in un angolo del mio cuore, c’era un vuoto che non riuscivo a colmare fino a quando, un giorno, ho sperimentato un cambiamento interiore e da quel momento ho deciso di vivere una vita diversa. A 25 anni ho venduto la mia auto e il mio appartamento. I miei genitori, all'inizio, erano contrari perché ero l'unico maschio in famiglia ma sapevo che una nuova vita inizia sempre così: con decisioni radicali e superando questo tipo di avversità.

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Con gli studenti del collegio Allamano (Bogotà)

Sacerdote missionario della Consolata

Quando sono arrivato in Colombia non avevo mai vissuto a 2500 metri sul livello del mare e quindi ho fatto fatica anche ad adattarmi all'altitudine ma poi la lingua e la cultura sono stati l’impegno maggiore soprattutto quando, poco più di un anno dopo essere arrivato in Colombia, sono stato mandato alla pastorale indigena nella regione di Sucumbíos, in Ecuador. In quella missione è stato impegnativo adattarsi all'ambiente amazzonico, caldo e umido, e alla lingua e cultura indigena. Quel primo salto è davvero stato complicato e difficile anche se ha lasciato un segno nella mia vita missionaria; mi ha permesso di conoscere da vicino la ricchezza della cultura indigena e la gravità della deforestazione e dello sfruttamento ambientale.

Tra la giungla e la città

Dopo l’esperienza di Sucumbíos ho lavorato per poco più di 3 anni come vice parroco nella parrocchia di “Nuestra Señora de Fátima” nella città di Manizales, nella bella regione del caffé situata nella regione occidentale della Colombia. Ho anche aiutato ad amministrare la casa “San José” che ospitava i nostri missionari anziani. Forse il periodo trascorso a Manizales è stato il mio periodo più felice.

Poi il 9 novembre 2019 sono andato a Puerto Leguízamo ancora una volta nella regione amazzonica, non lontano da Sucumbíos dove ero già stato ma in Colombia e non in Ecuador. Ho lavorato come vicario nella cattedrale e vissuto con intensità la fraternità con i missionari presenti in quella geografia, tra di loro anche il vicario apostolico Mons. Joaquín Umberto Pinzón.

Ho fatto del mio meglio e ho vissuto felicemente, ma onestamente non posso cancellare le brutte impressioni e il dolore che mi è rimasto nel cuore, quando ho visto da vicino la situazione di violenza che dilagava nella regione: innumerevoli persone scomparse o reclutate o uccise vittime dei conflitti socio-politici. Eppure la gente viveva tranquilla e come se nulla fosse accaduto. L'esperienza di tre anni a Leguízamo è per me come l'esperienza che fece Fëdor Dostoevskij quando trascorse quattro anni a Omsk.

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Con il vescovo e membri dell'equipe missionaria in una comunità indigena di Sucumbíos

Ritorno in patria

Ad essere sincero, sono molto felice di essere tornato nel mio Paese. Negli ultimi due anni mi sono successe molte cose. Dopo un incidente in moto a Leguízamo, un'operazione di rimozione della cistifellea per calcoli biliari e la morte dei miei genitori, ho sentito la necessità di cambiare il luogo della missione.

È stata un'esperienza preziosa in Colombia e credo che rimarrà per sempre nella mia memoria. Grazie a tutti i sacerdoti della Regione Colombia.

* Kim Myeong Ho è un missionario coreano della Consolata che ha trascorso 10 anni in Ecuador e Colombia.

 

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