Claudio Brualdi, Missionario della Consolata, è in Colombia dal 1981 e ha partecipato al corso dei Missionari con 50 anni di consacrazione sacerdotale e missionaria tenuta recentemente nella casa Generalizia di Roma. Ricorda per noi i primi passi di quella esperienza missionaria che ha avuto non pochi cambi imprevisti... che l’hanno sospinto rotte diverse, inaspettate, ma non meno importanti.

Sono marchigiano e sono entrato all'istituto attorno ai vent'anni, avevo studiato nel seminario diocesano di Fano. Parlando della mia vocazione vorrei parlare di due grandi momenti, due momenti che più o meno corrispondono anche al tempo: quello passato in Italia e subito dopo la l'ordinazione Sacerdotale, quando mi hanno destinato al lavoro di propagandista che era come si chiamava, allora, l’animazione missionaria e poi dopo ho lavorato anche alla formazione di giovani che volevano essere missionari.

Non avevo mai pensato in quella possibilità -il mio sogno era quello di andare in Africa- ma ho cercato di assumere positivamente quell’impegno. In Italia ho vissuto i primi 12 anni come sacerdote missionario, ero stato ordinato che non avevo ancora compiuto i 25 anni e quando sono partito per la Colombia di anni ne avevo 36.

Questa prima esperienza, che in un primo momento ho avuto difficoltà ad accettare, mi ha comunque insegnato tanto: ho imparato che bisognava veramente amare il lavoro che ci veniva dato. L’esperienza del concilio e il maggio del ’68 mi è servita per rapportarmi con i giovani. 

Poi è stata la volta della partenza... in quegli anni avevo incontrato tanti missionari della Consolata che lavoravano in Colombia, nella regione del Caquetá della quale potremmo dire che è nata con i Missionari della Consolata... loro erano lì quando questa regione si stava formando. Loro presentavano con molto entusiasmo il lavoro che stavano facendo. Così quando i superiori mi chiesero di partire, io stesso dissi che mi sarebbe piaciuto andare in Colombia, nel Caquetá, a San Vicente del Caguán. Esattamente quella fu la mia prima destinazione.

In quegli anni fra i missionari correva la voce che la missione, quella vera, era l’Africa. Eppure quando arrivai per la prima volta a San Vicente, vidi la povertà, l’isolamento dal resto del paese –bisognava attraversare vari fiumi senza ponti–, tutta una serie di peripezie per poter arrivare fin là, ero arrivato di notte e non si vedeva un granché nel paese non c'era la luce, solo qualche candela illuminava l’interno di alcune case... allora mi sono detto “ma questa è davvero missione! Più di così cosa vogliono?”.

Il giorno dopo mi ero messo a visitare la mia “missione” e avevo potuto vedere un po’ di altre cose, come per esempio che non c’era neanche e mi sono convinto che quella era missione, come no! Poi certamente con il tempo ho scoperto anche le ricchezze di questa regione: il bestiame, il legname, l’agricoltura... e anche le povertà più nascoste.

Appena arrivato mi hanno nominato subito vice parroco e rettore del collegio nazionale con studenti dalla primaria fino alle superiori. Il collegio si chiamava, e si chiama ancora, Dante Alighieri... non poteva se non essere fondato da missionari italiani. Io ero arrivato a San Vicente accompagnato dal padre Silvio Vettori, il 29 gennaio e ai primi di febbraio –senza parlare una parola di spagnolo– ero già rettore di un collegio. Questa è stato la prima difficoltà che ho incontrato lì perché non potevo comunicarmi, capivo qualche parola, però però non potevo fare un discorso. È stata una esperienza un po’ mortificante. Il primo giorno di scuola il padre Silvio mi ha presentato, c’erano tutti i professori presenti, gli studenti erano schierati ad ascoltare il loro rettore che non era nemmeno capace di parlare!

Ad ogni modo mi sono sentito bene accolto, lo stesso anche la gente sempre attenta e rispettosa. 

Ai primi di Marzo sono tornato a Bogotá perché era necessario andare al ministero per avere la nomina di cinque professori che mancavano... in quel caso si andava in aereo, con il DC3, e pensavo viaggiare più comodo, sicuro e alla svelta... se non fosse che in quel mio primo viaggio si è fuso un motore e siamo stati costretti a un atterraggio di emergenza nell’aeroporto di San Vicente da dove eravamo partiti pochi minuti prima. Ho dovuto rifare il viaggio in bus.

Quale è stata la mia sorpresa quando, arrivato al ministero per chiedere la nomina, dopo un viaggio avventuroso anche quello, il funzionario che mi stava assistendo mi ha detto candidamente: “ma padre, non abbiamo professori che vogliano andare a San Vicente del Caguán. Veda un po’ lei come può fare: prende qualche maestro di là, quel che trova, e noi dopo lo nominiamo”. E così ha dovuto fare.

Poi i maestri non erano nemmeno degli stinchi di santo, facevano combriccola con gli studenti, il fine settimana erano capaci di ubriacarsi insieme. Mi sembrava necessario avere un po’ più di etica nel lavoro. Quando sono tornati dopo la Settima Santa ho chiamato l’attenzione e loro mi hanno detto: “se voi da noi un’atteggiamento diverso, noi vogliamo essere pagati il 27 di ogni mese”. Sapevo che era una richiesta impossibile: i soldi arrivavano a Florencia alla fine del mese e il contabile doveva andare fin là per prelevarli, non potevano esserci il giorno che loro dicevano. Con un po’ di dialogo abbiamo pattuito il pagamento per il 5 del mese successivo.

Appena arrivò il giorno cinque, dopo la messa delle sei –alla stessa ora cominciava la scuola– mi avviai  al collegio e trovai tutti i ragazzi sbandati e che correvano da tutte le parti. Mi parve davvero strano, sapevo che i soldi erano arrivati e non mi sembrava ci fossero motivi per uno sciopero. Quando una segretaria, prima, e l’incaricato della disciplina, dopo, mi cercarono per dirmi che i professori volevano parlare con me ho scoperto che effettivamente la causa di tutto quello era il non avvenuto pagamento. È stato uno sciopero facile da controllare: mi è bastato consultare l’orologio, e dire che il giorno cinque era cominciato solo da sette ore e che prima di sera, tutti sarebbero stati pagati. Anche i professori, in fondo, non erano dei cattivi ragazzi... tutti sono tornati al lavoro.

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Un altro episodio simpatico è stato quando abbiamo avuto la chiesa occupata da “campesinos”, provenienti dalla zona de “El Pato”, durante otto giorni: la ragione era che l’esercito si era messo a combattere con la guerriglia da quelle parti e questa aveva a modo suo convinto i campesinos a scendere a San Vicente. Era Sabato sera e io celebravo la messa delle sette e vedevo tutto un trafficare in chiesa, gente che portava zaini. Finita la messa il padre Silvio mi dice: “hanno occupato la chiesa, per questa notte possiamo anche lasciarli lì, poi vediamo”. Il giorno dopo, domenica, celebravo anche la messa del mattino e la chiesa era pienissima... c’erano i fedeli che pregavano e gli occupanti che dormivano o si stavano appena svegliando. Avevo appena finito di distribuire la comunione ai pochi che solitamente venivano a messa la domenica mattina... e arriva gente con delle grandissime pentole, loro per distribuire la colazione a coloro che avevano passato la notte in chiesa. È stata una settimana molto agitata, esercito e polizia che volevano buttarli fuori violentemente, il padre Silvio –che conosceva bene la situazione– che insisteva nel dialogo. Poi è venuto anche il vescovo Serna, il sindaco... e con i rappresentanti dei “campesinos” si si erano accordati che la gente si sarebbe spostata ai saloni parrocchiali. A me è toccato andare a dirlo a quelli che occupavano la chiesa e in tutta risposta ho avuto un “da qui noi non ci muoviamo, è qui il posto dove ci sentiamo sicuri”. Niente da fare, il vescovo era andato via, il padre Silvio era andato via e io non sapevo che fare con tutta sta gente in chiesa. Ho chiamato il vescovo che ha messo un ultimatum... se non se ne vanno prima di giovedì allora scatta l’interdetto. Mi sono chiesto se queste persone potevano sapere che cosa fosse un interdetto. Bisognava spiegare loro che la chiesa non si poteva usare ed era prossima la festa patronale, le prime comunioni, le cresime... un pasticcio. Nel frattempo la facciata della chiesa si era popolata di striscioni e di cartelli che dicevano a chiare lettere la decisione di non muoversi. Dopo una settimana la situazione si è sbloccata e gli occupanti hanno preso la strada del paese di Puerto Rico. Abbiamo cercato di avvisare là che tenessero ben chiusa la chiesa, ma alla fine si sono stabiliti in un collegio dove sono stati almeno un mese... poi poco a poco sono tornati a casa anche perché l’esercito aveva offerto assistenza, aveva consegnato generi alimentari e le cose si sono placate.

L’anno successivo mi sono spostato a Puerto Rico per un lavoro più pastorale e meno amministrativo per il quale, fra l’altro non ero molto preparato e là sono stato altri sei anni... prima di prendere la strada per Bogotá dove ho fatto un po’ di tutto: vice superiore provinciale, formatore nel seminario teologico, parroco della parrocchia della Consolata nel quartiere del Vergel. I miei anni di missione sono stati abbastanza frammentati a causa delle responsabilità che ho avuto nel corso dei miei anni in Colombia.

Tornai a San Vicente, la mia prima parrocchia, nel 1991 quando il vescovo era Mons. Castro e il vicariato di San Vicente funzionava già da qualche anno. Ho fatti lì altri cinque anni molto belli: vicino alla gente, mi piaceva andare a visitare i villaggi, Mi trovavo molto bene.

Poi nuovamente superiore, per due mandati... e nel secondo mandato è successo quello che ha cambiato in modo sostanziale la mia vita, ho perso quasi totalmente la vista a causa di una malattia alla retina tra l’altro non adeguatamente trattata in un primo momento. Sono tornato in Italia dove successivi interventi medici mi hanno permesso di recuperare una percentuale esigua di vista ma in buona parte la situazione non era reversibile. Ricordo che quando ho mandato la lettera di in cui mi dimettevo da superiore pensavo “beh, la mia vita missionaria termina qui”. In quel momento avevo ancora 58 anni e mi sentivo un po’ depresso per quel che mi era successo e per quello che poteva succedere in futuro. Ho ritrovato animo negli incontri fatti con i missionari e le missionarie anziane, a  Alpignano e Venaria: è stato un momento di sofferenza ma ho capito che nonostante le limitazioni potevo ancora andare avanti, mi sentivo bene, lì c’erano persone che erano più limitate di me. Ho deciso di ritornare, sapevo con chiarezza che non saprei più potuto tornare nella prima linea missionaria, ma mi sono dato da fare... ho perfino fatto il superiore della casa provinciale e ho trovato la collaborazione molto bella del padre Carlos Olarte, lui stava lavorando alla rivista, che mi accompagnava per la spesa o altre attività dove fosse necessario guidare la macchina.

Dopo qualche anno sono stato spostato alla parrocchia Maria Madre delle Missioni e ormai sono un bel po’ di anni che sono là. Malgrado le limitazioni sono contento e sono sereno, anche quella la considero una bella esperienza. La messa la posso celebrare col tablet sul quale ho il messale a caratteri cubitali; posso confessare, lo faccio durante ore; fino all’anno scorso ho perfino avuto la responsabilità del gruppo giovanile e anche altri gruppi. In parrocchia ci sono 11 case di anziani che posso visitare. Ci sono tre centri di recupero di drogati... posso visitarli, qualche volta celebro la messa... le mie giornate sono assolutamente piene. Ho intenzione di continuare in questo, alla fine una vita davvero appagata, finché il Signore vorrà.

Da anni i Missionari della Consolata lavorano con la popolazione che poco a poco ha colonizzato la parte occidentale della grande foresta amazzonica, a ridosso della cordigliera delle Ande. 

Dopo qualche decennio per molti di loro le pendici scoscese delle montagne che limitavano la foresta sono ormai un ricordo lontano perché la colonizzazione si è estesa più in profondità e il diboscamento, l’allevamento estensivo del bestiame, le povere coltivazione per il sostengo quotidiano, il veleno del narcotraffico ci parlano di una vita difficile, complicata, sotto tanti punti di vista violenta, fatta di fragili equilibri che si possono spezzare in qualsiasi momento. 

Fatta eccezione degli indigeni, la maggior parte delle persone che vivono in questi territori inospitali sono arrivati qui quasi per caso, e per caso o per mancanza di altre alternative ci sono rimasti. Come fare chiesa con questi che sono i nostri cristiani? È un po’ la domanda alla quale cerca di rispondere il seguente documentario.

* Padre Angelo Casadei è parroco di Solano, al centro dell'area amazzonica del Caquetá (Colombia)

Nel 1962 l'allora padre José Luis Serna Alzate arrivò come missionario della Consolata alla regione del Caquetá; questa in quel tempo era una terra di pace e armonia: Il flusso migratorio conseguenza della guerra civile degli anni Quaranta e Cinquanta era passato, ma continuavano ad arrivare sfollati e impoveriti, in cerca di terra e tranquillità. Questo era ciò che cercavano: terra e pace.

Monsignor Serna arrivò in cerca di anime da evangelizzare e di uomini che le rendessero degne. Era un missionario, ma abbiamo già detto che aveva anche bevuto il mondo.

Fin la bambino sono stato vicino ai missionari: prima chierichetto a El Doncello, con padre Juan Demichelis, e poi a Florencia con monsignor Serna. 

Poiché il Caquetá era una terra di missioni, si celebravano le "settimane missionarie", che in realtà erano occasioni che tutti approfittavano per socializzare e magari battezzarsi, confessarsi, sposarsi... erano i taglialegna della giungla; gli agricoltori coltivatori di riso, mais, banane, yucca; gli allevatori di bestiame e i commercianti. Questa terra come una grande isola, era scollegata dal mondo e abitata da persone che, grazie alle missioni e ai missionari, stavano trattando di gettare le loro radici in uno spazio vergine e primitivo. 

A questo progetto Mons. Serna ha collaborato non poco.

La prima cosa che fondò fu il Club della Gioventù, accanto alla Cattedrale. Lì conoscevamo -le generazioni dagli anni '50 in poi- i tavoli da ping pong, gli scacchi, la dama, i tavoli da biliardo, la palestra, sì, tutto questo, insieme a una grande biblioteca che ci parlava di altri mondi che si estendevano oltre la Cordigliera Orientale che era il nostro limite. 

Ben presto, già nel 1964, monsignor Serna iniziò quel bell'esperimento di incontri sociali che erano le "Settimane culturali". Non erano settimane. Erano mesi e anni. Sì, perché per tutto l'anno ci si preparava a gareggiare in narrazione, poesia, declamazione, oratoria, teatro, canto, musica o con carri decorati secondo le regioni di provenienza dei nostri genitori. E poi, quando arrivava il momento di celebrare la settimana culturale, ci godevamo i balletti, la danza classica, i migliori cantanti e compositori nazionali, il cinema e il teatro classico che Monsignor otteneva dalle ambasciate di Francia, Germania, Regno Unito, Italia, ecc. 

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Noi, figli di coloni semianalfabeti, abbiamo bevuto il meglio della cultura universale, grazie a monsignor José Luis Serna Alzate! Erano tempi in cui non avevamo elettricità, né televisione, né telefoni, né strade... soli nella nostra selva, esseri rudi ma pacifici. 

Quando le settimane culturali si sono estinte Monsignore cercò di continuare a collegare i coloni con la conoscenza e con il mondo, e per questo fondò la stazione radio “Armonías del Caquetá”. Lì ha continuato, con altri mezzi, a promuovere la cultura e l'informazione, formando poco a poco un senso di appartenenza regionale. Poco dopo ha fondato anche il Centro Cultural Nocturno.

Monsignor Serna era soprattutto un insegnante. Era il mio insegnante di filosofia e teologia al Colegio Nacional La Salle. Ero il suo peggior allievo, ma mi ha sempre perdonato. Per questo, quando nel 1982 divenne il primo Alto Commissario per la Pace nel governo di Belisario Betancur, intervenne per farmi nominare Segretario per l'Educazione nel Caquetá, dando prova di tolleranza e democrazia, proprio quando ero un leader di sinistra del Movimento Nazionale FIRMES. Sono stato allora testimone del suo instancabile lavoro per la pace.

Il fallimento della colonizzazione mirata ha portato all'emarginazione e alla povertà delle grandi masse di coloni. L'intolleranza politica, l'esclusione e il clientelismo del Fronte Nazionale, oltre all'effervescenza ideologica mondiale degli anni '60 e '70 (tempi di Vietnam, Laos e Cambogia; di Cuba e Ché; teologia della liberazione) fecero della nostra regione uno spazio favorevole all'insurrezione guerrigliera, dopo che i movimenti di protesta legali e istituzionali erano stati repressi e stigmatizzati, o semplicemente ignorati, come l'occupazione contadina di Florencia nel 1972.

Ricordo particolarmente lo sciopero civico di Florencia del 1977, per ottenere l'interconnessione elettrica con la vicina regione del Huila. Dopo lo sciopero, morti e scomparsi; solo grazie ai suoi sforzi sono riuscito a lasciare Florencia, vivo e vegeto, perché ero il segretario del comitato di sciopero.  

Monsignor Serna conosceva nel dettaglio le cause del conflitto armato e i suoi protagonisti. Per questo ha dedicato il meglio della sua vita e della sua intelligenza alla giusta causa della pace e della riconciliazione per i colombiani. Con lui abbiamo percorso fiumi e torrenti per accogliere i guerriglieri dell'M-19 a cui era stata concessa l'amnistia tra il 1982 e il 1983 e quando fu trasferito da Florencia alla diocesi di Líbano e Honda, continuò a fare sua la lotta per la convivenza e la pace: è stato l'artefice del patto tra gli indigeni Nasa e le Farc e della difesa dei coltivatori di caffè durante la crisi del caffè.

Nessuno ricorderà mai i nomi dei falsi testimoni che hanno cercato di oscurare il nome di monsignor Serna. Lui li ha perdonati e la storia li ha condannati come cattivi e innominabili.

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Oggi sarebbe per me una vera sofferenza se i miei concittadini, soprattutto i giovani delle scuole e degli istituti superiori, ignorassero il ruolo di quel missionario di anime e di uomini degni che è stato il vescovo Serna.

Sicuramente, il giorno in cui "scoppierà la pace", e speriamo presto, i colombiani e i caqueteños avranno costruito il più grande monumento possibile alla storia di monsignor José Luis Serna Alzate.

L'insaziabile lotta per la pace e per la cultura erano le sue parole d'ordine. È nostro dovere portarla avanti. 

Che riposi in pace, caro costruttore di uomini degni. Ci incontreremo sempre di nuovo.

*Jorge Reinel Pulecio Yate è professore associato presso l'Università Nazionale della Colombia. Testo letto in occasione delle onoranze funebri nel settembre 2014, nella cattedrale di Florencia.

In questo mese di ottobre 2022, mese missionario, si è svolta a Roveredo in Piano, in provincia di Pordenone, paese natale del padre Bruno Del Piero, l’iniziativa “Ricordo di padre Bruno” in occasione del 60esimo anno dalla sua partenza per la Colombia, avvenuta dal porto di Genova il 18 ottobre 1962, e i 90 anni dalla sua nascita avvenuta il 4 ottobre 1932 in questo municipio. 

Padre Bruno è stato ricordato il sabato 1 ottobre, nella Chiesa di San Bartolomeo, dove è stata inaugurata la mostra fotografica dal titolo “Vite che parlano” presentata da Alex Zappalà, responsabile del Centro Missionario Diocesano di Pordenone, con l’esposizione di foto realizzate dallo stesso Alex Zappalà in varie missioni nel mondo oltre a una importante collezione di foto del Padre Bruno. Erano 16 cartelloni che ricordavano i giorni della sua ordinazione sacerdotale (avvenuta a Torino al Santuario della Consolata il 18 marzo 1961) la prima messa a Roveredo in Piano il 3 aprile 1961 e molte immagini dei lunghi anni di missione in Colombia, dal 1962 fino al 2014.

Il giorno in cui avrebbe compiuto 90 anni, martedì 4 ottobre, è stata celebrata la Santa Messa con la partecipazione di Don Ruggero e  i Missionari della Consolata padre Renato Martini e Tiziano Viscardi. Accompagnata dal coro parrocchiale, l’eucaristia ha visto anche la presenza del Sindaco, il vice Sindaco e alcuni assessori dell’Amministrazione Comunale di Roveredo in Piano.

In questa Eucaristia è stata esposta la veste bianca e il crocefisso di padre Bruno portati dalla Colombia.

Al termine della Santa Messa dalla chiesa si è formato un corteo che si è portato alla casa natale di padre Bruno dove è stata scoperta e benedetta una targa commemorativa in ricordo di padre Bruno. Nella targa si ricorda la nascita di Padre Bruno e il 60esimo anno dalla sua partenza per la Colombia. Padre Tiziano Viscardi benedicendo la targa ha così ricordato il padre Bruno: “in questo piccolo segno che lo ricorda, davanti alla sua casa natele, sia per noi testimonianza di questa fede e di questo impegno per gli altri, nell’annuncio del Vangelo e della salvezza per tutti gli uomini, per Cristo nostro Signore”. 

La conclusione della settimana in ricordo del padre Bruno è stata celebrata sabato 8 ottobre, nella Chiesa di San Bartolomeo, con la chiusura  della mostra fotografica e con racconti di Alberto Cancian, scrittore e collaboratore dei missionari della Consolata in Colombia. 

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Roveredo nel giorno della prima messa del padre Bruno del Piero

Ci sembra interessante tradurre alcune reazioni, ricevute per mezzo del profilo Facebook, provenienti dal Caquetà e del Putumayo, regioni della Colombia nelle quali  il padre Bruno è stato particolarmente presente.

"Mi racconta mio padre, quando ci sediamo a parlare per ore, che padre Bruno Del Piero era un sacerdote integro, umile, disponibile, rispettato e ammirato dalla comunità di Puerto Rico. Lui ricorda che padre Bruno non si toglieva mai l'abito ecclesiastico, quello che ho poi visto nella foto che è stata pubblicata il giorno della celebrazione nel suo paese natale. Mio padre lo ammira particolarmente per quello e parla con così tanto rispetto di padre Bruno che ha portato anche me a provare per lui una grande ammirazione. Due mesi fa, ho mantenuto la promessa di visitare la sua tomba a Cartagena del Chairá. Preghiamo per il nostro Padre Bruno Del Piero nella gloria di Dio riposi in Pace". (Alexandra Suárez Zambrano)

"Grazie Dio Eterno per aver scelto padre Bruno del Piero, un uomo di fede, un missionario amorevole e instancabile. Noi, abitanti di Cartagena del Chairá, abbiamo la certezza che un uomo santo ha vissuto e condiviso tra noi l'amore e la pace di nostro Signore Gesù. Ti ameremo per sempre Padre Bruno del Piero". (Martha Nuñez)

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I bambini di Padre Bruno del Piero

"Porto sempre nel mio cuore padre Bruno Del Piero che qui a Puerto Leguizamo è ricordato e apprezzato come uomo di fede e sacerdote esemplare per il suo impegno missionario. Gli piaceva visitare gli ospedali dopo la Messa delle 18.00 per salutare i malati e portare loro le sue preghiere e la comunione. Lo ammiro così tanto che lo vedo come un Santo, anche se non lo è ancora, spero che un giorno lo sarà". (Myriam Gonzalez)

"Eccellente sacerdote e guida spirituale. Abbiamo avuto l'onore di avere da lui il matrimonio e il battesimo dei nostri figli. La sua umiltà e l'amore per la sua professione lo hanno reso una persona integra, con molte virtù". (Yolanda Fajardo)

"Ho conosciuto padre Bruno nel 2011 in occasione delle mie vacanze nella mia bella Colombia e nella mia amata terra di Florencia. Sono andato a trovarlo in parrocchia e lui è stato molto felice per il vino della sua terra che gli ho portato, e per aver parlato un perfetto italiano... L'ho visto molto felice! (Carlos Capo Perez Osorio)

La Associazione padre Bruno, costituita in settembre 2014 per continuare a sostenere la sua opera missionaria, nel corso di questi anni ha finanziato vari progetti in Colombia: la ristrutturazione della cappella di San Bartolomeo e la costruzione ex novo della casa missionaria di Puerto Refugio nella regione del Putumayo; la ristrutturazione della casa canonica di Solano; la ristrutturazione della cappella di Campo Alegre e della casa canonica di Puerto Tejada nella regione del Caquetá; l’acquisto del crocefisso per il santuario di Santa Laura Montoya nell’archidiocesi di Florencia; il contributo per la fondazione “i bambini del padre Bruno” di Cartagena del Chairá dove riposa il padre Bruno;  il progetto: “moto a pezzetti” per l’acquisto di una motoretta per padre Alex, missionario della neonata Parrocchia Nuestra Senora della Consolata di Puerto Leguizamo, necessaria per raggiungere le tante famiglie bisognose dei quartieri del paese; la manutenzione della cappella del cimitero di Puerto Leguizamo. 

L’Associazione continua a sostenere il Centro di accoglienza "Buen Samaritano Marie Poussepin" di Puerto Leguizamo che dopo il Covid ha potuto finalmente riprendere le sue attività, offrendo un pasto ai bambini poveri del quartiere. Suor Yanneth, coordinatrice della mensa, ha potuto comprare farina, latte, uova, olio, pasta, riso e carne. Lei ci manda sempre foto dei bambini, delle signore che sono impegnate a preparare i pasti e delle madri di bambini. 

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L'Associazione Padre Bruno del Piero

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