Costruttori di pace

Dal Mozambico, dove si trova in missione, il padre Edegard Silva, salettiano di origine brasiliana, risponde ad alcune domande sulla situazione della guerra nella Provincia di Cabo Delgado. "Non parlerò di numeri e statistiche. Dalla missione di Mieze, voglio solo raccontare come abbiamo vissuto questi ultimi tempi in questa conflittiva regione".

La guerra a Capo Delgado continua?

Sì, continua. Di solito dico che qui viviamo in una sorta di "scatola delle sorprese". In ogni "capitolo" di questa guerra, veniamo colti da un fatto inaspettato, che cambia l'agenda e lascia l'intera popolazione sbalordita. Per la comunità attaccata, l'azione terroristica è qualcosa di inaspettato. Per i terroristi si trattava probabilmente di un'azione pianificata.

Il giorno in cui verrà dichiarata "ufficialmente" la fine di questa guerra, i postumi del "dopoguerra" diventeranno una sfida e un lento processo di ricostruzione (umana e fisica) delle comunità. E in questo processo entra in gioco la nostra presenza come Chiesa in queste terre. Sarebbe esagerato dire che "ricominceremo da zero", ma la ripresa del processo di evangelizzazione in questa regione sarà impegnativa.

Ci sono nuovi scenari?

In tutto questo tempo, abbiamo visto che questa guerra è stata caratterizzata da azioni differenziate. Inizialmente, l'uso di machete per decapitare le persone; poi, attacchi a mezzi di trasporto, incendio di case, rapimenti, fino ad arrivare all'uso di armi pesanti e di grosso calibro. Queste azioni non sono improvvisate. Al contrario, si tratta di attacchi pianificati, probabilmente con indicazioni preventive sulle tattiche e i mezzi da utilizzare.

Non si parla molto di questa guerra. Le persone si sono abituate alla guerra?

L'espressione "abituarsi alla guerra" è molto crudele. Chi è mosso da compassione e umanità non può accettare questa posizione di passività. Questa espressione non può far parte del nostro vocabolario. Tuttavia, questa guerra va avanti da cinque anni, il primo attacco è avvenuto nell'ottobre 2017. Il fatto che si svolga nel continente africano non sembra suscitare alcun interesse da parte di molte persone, né dei media tradizionali; per questo motivo, rischia di cadere nel dimenticatoio.

Questo mi ricorda il testo di Marina Colasanti, scrittrice italo brasiliana, che si intitola "So ma non devo", che dice: "Ci si abitua ad aprire il giornale e a leggere della guerra. Quando accettiamo la guerra, accettiamo i morti e che ci possono essere e, accettando i numeri, si accetta di non credere ai negoziati di pace, si accetta di leggere ogni giorno della guerra, dei numeri, della lunga durata". Non possiamo abituarci alla guerra, né alle barbarie che l'umanità e la creazione possono subire!

A Cabo Delgado "respiriamo" ogni giorno questo clima di guerra, gli sfollati sono ovunque. Che ci piaccia o no, accompagniamo con ansia questa via crucis che sembra non avere fine.

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Ci sono stati nuovi attacchi?

In realtà gli attacchi non si sono mai fermati. Quelli di maggiore intensità o impatto rimangono nella memoria della stragrande maggioranza delle persone: il giorno dell'attacco, la fuga nella boscaglia, la distruzione del villaggio, tutto questo è registrato nella storia della vita di ogni persona. In molte di questi villaggi che sono stati attaccati non resta più nulla da distruggere. Inoltre, alcuni villaggi del nord, che non erano stati attaccati, sono stati successivamente conquistati dai terroristi.

La "novità" di questi ultimi giorni sono gli attacchi nella regione meridionale della Provincia, precisamente nel distretto di Ancuabe, dove sono stati distrutti alcuni villaggi: questo ha innescato un nuovo ciclo di fuga, la popolazione locale è stata colta dal panico che ha scombussolato l'intera regione.

Questa notizia si è diffusa molto velocemente...

Anche se quasi nessuno ha accesso alla radio, alla televisione o ai social, la notizia si è diffusa in modo fulmineo. La popolazione, in generale, dispone di telefoni cellulari, molto semplici, ma ricaricabili con piccole piastre solari; possiamo comunicare in modo veloce attraverso questi dispositivi, si stabilisce una sorta di "rete di comunicazione" molto efficiente perché ogni famiglia ha parenti o conoscenti distribuiti in geografie molto ampie, uno avverte l'altro a grande velocità. Evidentemente non si può controllare quali informazioni siano vere e quali no, e le fake news si verificano in modo incontrollato in questo contesto di guerra.

Quando si viene a sapere di un attacco, cerchiamo di entrare in contatto con diverse fonti (le équipe missionarie, gli animatori delle comunità o qualche organizzazione), persone che possano garantire la veridicità di queste informazioni.

Ad ogni modo c'è la sensazione che i villaggi siano totalmente abbandonati e la paura si impossessa della gente.

Quale è la situazione della gente?

Non abbiamo lasciato molto spesso l'area in cui svolgiamo la nostra missione. Migliaia di famiglie continuano a vivere in case di parenti, o in insediamenti con condizioni precarie. Come missionari cerchiamo di promuovere azioni che siano alla nostra portata. Abbiamo progetti piccoli e puntuali, soprattutto con i nostri animatori che sono in queste aree ma è una realtà impegnativa e troppo grande per le nostre risorse umane e finanziarie. Anche le organizzazioni umanitarie sono presenti. 

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Che analisi fai della guerra?

Ho trovato interessante un articolo di un responsabile dell'Unione Europea presente in Mozambico che è stato pubblicato di recente. Parla delle tante iniziative intraprese, ma dice che "ci vorrà ancora molto tempo prima che la situazione sia completamente sotto controllo".

È in corso un'azione congiunta tra le Forze armate del Mozambico, le Forze armate della Ruanda e la Missione della Comunità di sviluppo dell'Africa australe. Sono stati compiuti passi significativi. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che anche gli insorti hanno le loro tattiche, e stanno dimostrando un addestramento molto consolidato e probabilmente anche sufficienti finanziamenti.

Come state voi missionari e come stanno le famiglie?

Noi Missionari salettiani, su richiesta dello stesso Vescovo della Diocesi di Pemba, Mons. Antonio Juliasse, continuiamo ad essere un "punto di riferimento" per le comunità di Muidumbe. Non sono in grado di parlare di quel che succede in ogni distretto dove sono pur presenti altre comunità. A Muidumbe la gente ci cerca, ci chiama e molti animatori sono vicini.

Abbiamo informazioni che in molti distretti hanno iniziato a ripulire l'area, con la riconquista di alcune località e questo ha scatenato nella popolazione un grande desiderio di ritorno. Comprendiamo, umanamente parlando, la nostalgia della casa e della comunità. Ci sono molti fattori ma credo che il più forte sia il desiderio di fare ritorno a casa.

Una volta un animatore mi ha detto: " Se devo soffrire nel mio villaggio o soffrire dove mi sono rifugiato... prefersico soffrire nel mio villaggio". Non è una decisione comune fra tutti gli sfollati. In alcuni casi il padre di famiglia fa un sopralluogo per vedere come stanno le cose lasciando indietro inizialmente moglie e figli. Altri preferiscono aspettare un po' anche a causa di continue notizie di nuovi attacchi o addirittura presenza di terroristi. Per dare una idea nel il distretto di Muidumbe ci sono 26 villaggi. In 13 di loro alcune persone, non la totalità della popolazione del villaggio, sono tornate alle loro case.

Noi stiamo anche organizzando, insieme alla diocesi di Pemba, l'invio di materiale agli animatori per realizzare la Celebrazione della Parola. Anche quello un piccolo segno di ritorno alla normalità.

Che significa essere missionari in questo contesto di guerra?

I missionari sono esseri umani e ognuno vive in modo diverso questa emergenza. Non siamo né superuomini, né superdonne!

Non possiamo negare che proviamo paura, che la struttura fisica delle case in cui viviamo spesso ci preoccupa, che dobbiamo fare i conti con una possibile fuga. Sono situazioni che ci riguardano. Il processo di discernimento di fronte alla decisione "partire/restare" è molto difficile.

Ma in tutto questo continuiamo ad essere pastori delle comunità che ci sono state affidate, abbiamo una responsabilità e un impegno, il si aspetta una parola di fiducia e di speranza. 

È di estrema importanza sapere cosa dire ed essere prudenti con le informazioni che vengono trasmesse. La testimonianza e la presenza amorevole tra la gente in questo momento sono molto importanti. 

Poi ci è sempre stato chiesto di non stancarci di pregare e chiedere la pace e, visto come vanno le cose nel mondo, non solo in Mozambico. Come seguaci e missionari di Gesù dobbiamo poter entrare ovunque per dire "Pace a questa casa" (Lc 10,5)... venite, unitevi a noi, siamo sognatori, esecutori e costruttori di pace!

* Padre Edegard Silva Júnior, missionario salettiano di origine brasiliana è in missione nella parrocchia di Nostra Signora del Monte Carmelo, Mieze, diocesi di Pemba.

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