La festa del montone

  • Feb 21, 2024
  • Pubblicato in Notizie

Qui in Marocco, paese musulmano, oggi è la più grande festa  dell'anno: l’Eid detta anche festa del montone perché si celebra il ricordo del sacrificio di Abramo quando risparmiò il figlio Isacco.

Questa mattina alle 3,30 il muezzin ha chiamato alla preghiera. anch’io mi sono svegliato e siccome fa molto caldo in questo periodo, riaddormentarsi era impossibile. Così io ho celebrato alla stessa ora dei mussulmani il mattutino della festa del santi Pietro e Paolo. 

È certamente una bella coincidenza, cristiani e mussulmani siamo in festa assieme.

Alle nove una sirena, che rimbombava in tutta la città ha dato il via hai festeggiamenti. 

Il capo famiglia che ha comprato il montone lo sgozza alla presenza di tutta la famiglia dopo aver fatto una lunga preghiera. Anche noi con i nostri amici abbiamo pregato e poi, un ragazzo esperto, ha sgozzato il montone e l’ha disossato per bene. Alle undici la carne era pronta per la cottura. 

Tutti i giovani presenti nella casa, che in questo periodo sono una sessantina, sono andati a pregare nella vicina  moschea mentre i giovani cristiani preparavano i tavoli.  Al ritorno ci siamo seduti tutti attorno la stessa tavola: un ragazzo fa la preghiera di ringraziamento in arabo e francese; si mangia assieme il piatto di riso e montone e così è presto ricreato quel clima di festa che ognuno avrebbe vissuto in famiglia. Malgrado la loro condizione difficile di migranti un buon gruppo di persone hanno vissuto un po di gioia e speranza nel futuro che da tempo non vivevano. Con i giovani cristiani questa sera alle 17 celebreremo la santa Messa in occasione della festa apostolica di Pietro e Paolo. È bello vivere la festa nella gioia della preghiera; è bello stare assieme cristiani e musulmani come fratelli. Ringraziamo il Signore!

* Padre Francesco Giuliani è Missionario della Consolata che lavora con migranti a Oujda (Marocco)

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“Dio ha tanto amato gli uomini che ha dato loro il suo figlio” e così il verbo si è fatto fratello.

“Fratello di Abele e anche di Caino fratello di Isacco e di Ismaele, fratello di Giuseppe è anche degli altri che lo hanno venduto fratello di Pietro di Giuda dell'uno e dell'altro”(Christian De Cherge).

Per Christian De Cherge (martire di Tiberin) il verbo si è fatto fratello dell'ebreo (fratello di Isacco) dei musulmani (fratello di Ismaele) con la venuta nel nostro mondo di Gesù Cristo, dice Christian, è iniziata una fraternità nuova e universale.

In nome di questa fraternità universale, nel pomeriggio di Pasqua si è fatto grande festa nel salone della parrocchia di Oujda con i nostri fratelli Mussulmani. Anche oggi li ospitiamo in occasione della festa della Eid, festa grande per i nostri fratelli Mussulmani, quando termina il Ramadan.

Tutti assieme ci siamo uniti per dare gloria all’unico Dio che ama tutti gli uomini. La festa della Eid si svolge così: al mattino presto ci si alza per pregare e questa dura un’ora (lodi, ringraziamenti, canti e prostrazioni) poi si prepara la sala del banchetto e all’ora convenuta, verso le dodici, si inizia il pranzo.

Il pranzo è stato preparato in anticipo per poter stare tutti assieme il giorno di festa. È bello vedere questi giovani che si improvvisano cuochi, inservienti e poi uomini delle pulizie, tutto è fatto in famiglia. 

Dopo il pranzo la festa continua fino a sera. Musica e danze africane si succedono al ritmo che noi diremo di discoteca.

Il mese di Ramadan è stato lungo ed è faticoso viverlo con fedeltà: ci si alza la mattino presto per poter mangiare un po’ e poi digiuni tutto il giorno fino alle 18, quando il Muezim annuncia la rottura del digiuno, per mangiare ancora un altro frugale pasto. Durante il giorno scuola, lavoro e preghiera.

E’ difficile a parole esprimere la gioia che manifestano questi giovani nel ritrovare tutta la loro umanità e nel vivere la festa come a casa loro in famiglia. Loro hanno passato lunghi mesi di deserto e di incontri con persone che hanno tolto loro tutto compreso la voglia di vivere. Hanno vissuto tempi nei quali era rimasta loro solo la speranza in Dio che li ama e li protegge. Oggi possono ringraziare questo Dio con il cuore e con la gioia di chi si sente ancora pronto a vivere i propri sogni; con lo stesso coraggio con cui sono partiti da casa salutando i loro genitori, fratelli e sorelle. Domani, dopo la festa, molti si metteranno in strada per il lungo viaggio che ancora li aspetta prima di poter raggiungere la meta dei loro sogni. Per noi Missionari della Consolata di Oujda, il servizio missionario è precisamente questo: consolare, ridare speranza, pregare Dio con e per i giovani migranti che approdano nella nostra fraternità.

* Giuliani Francesco è Missionario della Consolata che lavora con migranti a Oujda (Marocco)

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In cammino con...

  • Feb 21, 2024
  • Pubblicato in Notizie

Sì, con la nostra terra, la gente dei nostri villaggi, come Timoulilte nei dintorni di Beni Mellal e la loro voglia di lavorare insieme. Halima, infatti, ci ha accolto questo martedì mattina nella sua cooperativa Taymate (che significa "fraternità"). Un mondo si è aperto per noi. Fraterno, laborioso, e in cammino verso la dignità di tante donne e uomini di qui. Preparano in questa cooperativa le olive, la loro selezione, la loro meticolosa preparazione con erbe fini, peperoncino o altri ingredienti. Un lavoro artigianale di amore e precisione. Poi, nel pomeriggio, qui si tengono corsi di alfabetizzazione per le donne. Suor Clotilde, poi, viene invitata a tornare per impartire lezioni sugli olii essenziali, di cui ha una lunga esperienza. Sì, qui si coltiva il senso del gusto, ma anche della parola, dell'educazione e della relazione. Tutto dice in questo villaggio ai piedi del massiccio del Medio Atlante la magia di un piccolo miracolo.  Poi, si visita la vicina cooperativa che prepara il cous cous, dove lavorano solo donne. I prodotti finiti sono in mostra all'entrata: una vera meraviglia di varietà, colori e qualità per un cous cous reale! Pranzo insieme, poi, attorno a un'enorme tajine di carne e verdure. Ma la preghiera che é sbocciata in quel momento attorno alla tavola comune, - mescolando fede cristiana e quella musulmana, - ha riempito il nostro cuore di gioia! E anche di emozione, seguendo "la Fatiha" (preghiera del Corano) sulle labbra commosse dei nostri vicini. Sì, solo dopo, la gioia... di riempire lo stomaco! "Che bello,- ci siamo dette - questo cammino sinodale con i vicini. In questa terra dell'Islam!"

Le parole dette da Al-Tayeb alla conferenza della Mecca, tre giorni fa, sono quanto di più importante possa succedere nel mondo musulmano. Egli ha parlato di come sia urgente rivedere l'insegnamento dell'islam in scuole e università, correggendo le interpretazioni estremiste del Corano e della sunna.

Quanto sottolineato da al-Tayeb, il rettore di Al-Azhar ("dobbiamo rivedere il nostro modo di capire il Corano e la sunna e il nostro modo di interpretarlo") è stato detto tante volte da musulmani dotti (es: Abdel Majid Charfi 1, Abdel Wahad, l'egiziano Nasr Hamed Abou-Zeid 2, il marocchino Abdou Filali Ansari 3, il francese Abdennour Bidar 4, ecc...), ma questi erano tutti laici e nessuno di loro era imam.

Ora al-Tayeb ha compreso e ha capito che occorre affrontare questo problema  in modo globale, nell'insegnamento delle scuole e delle università - e quindi fra i laici - ma anche nell'insegnamento degli imam.  L'impegno va preso a tutti i livelli, in tutte le categorie del mondo musulmano dove si educa la mente e soprattutto con gli imam, che ogni venerdì predicano nelle moschee e i cui discorsi sono diffusi su radio e televisione, con un'influenza mediatica molto forte.

La scomunica fra sunniti e sciiti

L'insegnamento deve correggere quello stile invalso fra i musulmani di bollarsi reciprocamente come "miscredenti", come kāfir, di praticare il takfīr. Tutte le volte che al-Tayeb parla, torna sull'accusa di miscredenza affibbiata agli musulmani.

Che significa questo? I gruppi musulmani, i sunniti, considerano gli sciiti come miscredenti, e lanciano una specie di anatema contro di loro. Questo atteggiamento è molto diffuso. Da anni negli ambienti ufficiali si dice che occorre finirla con questa caccia alle streghe, ma gli stessi ambienti ufficiali (vicini al Qatar e al wahhabismo dell'Arabia saudita) lo usano per incitare la gente a compiere attacchi contro altri musulmani. Ogni mese in Pakistan vi sono bombe contro moschee sciite, talvolta anche il contrario; lo stesso avviene in Iraq, nello Yemen, in Bahrain e talvolta anche in Iran, nelle province del Baluchistan e del Kurdistan.

La tendenza è quella di considerare chi non la pensa come me come qualcuno da eliminare. Dietro questo problema si nasconde la questione della libertà di coscienza, di fede, di cambiare religione. Deve essere garantita la possibilità di essere miscredente, senza che vi sia persecuzione o eliminazione. Va detto che è molto più comune la condanna dei sunniti verso gli sciiti, che il contrario.

Al-Tayeb ha anche invitato ad "andare a fondo sulle cose che ci uniscono", per vedere cosa unisce sunniti e sciiti senza scomunicarsi reciprocamente, ma mostrando le due tradizioni come due modi di vivere l'islam con uguale dignità.

Di questi tempi ho sentito alcuni cristiani che a proposito della guerra fra sunniti e sciiti commentano fregandosi le mani: "Tanto meglio per noi! Che si combattano fra di loro, a noi non importa!".  No: davanti a Dio, questo non è bello e poi, a livello politico e storico, si vede benissimo che dopo la guerra fra di loro, si comincia a uccidere gli ebrei e poi i cristiani. Ma poi, qual è lo scopo dei cristiani? Non è quello di far vincere una religione sulle altre, ma di rendere il mondo più pacifico, più fraterno. Qualunque forma di odio va contro questo progetto. Per questo, noi cristiani dovremmo sostenere i tentativi di dialogo e di convivenza pacifica fra sunniti e sciiti, e naturalmente tra musulmani e non musulmani.

Contro l'interpretazione alla lettera

Un altro punto importante messo in luce da al-Tayeb sta nell'indicare come causa della divisione nell'islam "la cattiva interpretazione del Corano e della sunna". Dire questo è un salto formidabile, un passo importante di autocritica.

Al-Tayeb dice che l'estremismo nasce da una non corretta interpretazione del Corano; ma proprio gli estremisti pretendono di avere la vera e autentica interpretazione del Libro e della tradizione maomettana, perché la seguono letteralmente.

Questa critica implica affermare che Corano e sunna devono essere interpretati e non si può prenderli alla lettera! Solo i fanatici prendono tutto alla lettera e il letteralismo è una falsa lettura dell'islam, come del cristianesimo.

Nel mondo musulmano per tradurre "interpretazione" si usano due parole.  Una è la parola "tafsīr", che significa "commento". Tutti i grandi imam della storia hanno scritto dei "tafsīr": essi consistono nel prendere il testo parola per parola, spiegare l'origine filologica, il posto grammaticale della parola nella frase, ecc...

L'altra parola è "ta'wīl", interpretazione, e questa non è quasi per nulla praticata. Forse la si usa solo un po' nel mondo sciita.

Non ho avuto il tempo di vedere il testo in arabo del discorso di al-Tayeb e quindi non so quale di queste due parole egli abbia usato.

Nel suo intervento alla Mecca, senza esplicitare, al-Tayeb ha citato "gruppi estremisti" che praticano questa interpretazione letterale. Un motivo è che alla conferenza erano presenti personalità del Qatar o dell'Arabia saudita, o della Malaysia che usano la stessa interpretazione. Forse, la sua citazione generica serviva a non far nascere subito un dibattito non essenziale.

Di fatto, è molto probabile che con "gruppi estremisti" al-Tayeb indicasse non solo l'Isis, ma anche i wahhabiti, i salafiti, i Fratelli musulmani, ecc... Tutti questi interpretano il Corano in modo letterale, anche se non tutti loro ricorrono poi alla violenza.

Purtroppo, giorni prima, lo stesso grande imam ha condannato i "crimini barbari" dello Stato islamico e si è augurato per loro la condanna che vi è nel Corano 5 per "quegli aggressori corrotti che combattono Dio e il suo profeta: la morte, la crocifissione o l'amputazione delle loro mani e piedi". In tal modo, anche lui ha usato il Corano in modo letterale! Purtroppo questa è un'ambiguità presente nel mondo musulmano: quando conviene si cita il Corano alla lettera; quando si è criticati, si dice che il Corano va interpretato!

Islam e islamofobia

Un altro punto saliente dell'intervento del grande imam di Al-Azhar è quando dice che i gruppi estremisti "stanno diffondendo un'immagine negativa dell'islam": non ha attribuito all'islamofobia dell'occidente l'immagine negativa dell'islam. Spesso fra i musulmani e fra gli occidentali "buonisti" si dice che le critiche all'islam vengono da un preconcetto atavico, da una chiusura a priori che hanno gli occidentali. Invece per al-Tayeb, l'immagine negativa dell'islam viene dall'islam stesso. Dire troppo facilmente che "l'islam è una religione di pace", che tutto va bene, con condiscendenza è una posizione falsa.

Ma anche qui la posizione di al-Tayeb è un po' equivoca. Infatti fra le cause delle lotte fra musulmani, il grande imam parla di "un nuovo colonialismo globale alleato al sionismo mondiale". In questo modo egli ricade nello stile tradizionale del mondo islamico, che dà la colpa ad altri di quanto succede, diminuendo le responsabilità dei musulmani.

Io non credo a questa cospirazione "globale" e "sionista". Certo, Israele, gli Stati Uniti, l'occidente possono sfruttare le divisioni e le lotte fra i musulmani per i loro interessi. Ma essi non potrebbero fare nulla se nel mondo islamico non ci fossero delle lotte di cui sono responsabili anzitutto i musulmani.

Vero è che anche al-Tayeb ammette che tale cospirazione sfrutta "le tensioni confessionali dei musulmani", ma non si può subito concludere che l'occidente è in guerra contro l'islam.

Credo che le parole di al-Tayeb alla Mecca abbiano un'importanza fondamentale. Se nel mondo islamico si afferma quanto lui sottolinea, ossia l'aspetto teologico-interpretativo del Corano, ci sarebbe una vera rivoluzione.

Al-Sisi e i copti, cittadini egiziani

In questi giorni c'è da registrare un altro fatto rivoluzionario: i raid aerei che il presidente egiziano al-Sisi ha compiuto contro le basi dello Stato islamico in Libia. L'elemento rivoluzionario sta nel fatto che egli ha dato ordine per i raid dopo l'uccisione di 21 cristiani egiziani. In queste guerre nel mondo islamico sono morti migliaia di musulmani. Ma al-Sisi ha lanciato la rappresaglia dopo la morte dei 21 cristiani copti, riconoscendoli quindi cittadini a parte intera dell'Egitto. Egli stesso ha detto: Noi non vogliamo fare la guerra, ma difendiamo la nostra patria e i nostri cittadini". E ha lanciato una possibile alleanza dei Paesi arabi per una lotta contro lo Stato islamico. Inoltre ha partecipato al rito dei funerali nella cattedrale copta del Cairo, e ha deciso di ricompensare le famiglie che hanno perso il loro marito o padre.

Anche il re saudita Salman, ha detto cose interessanti al seminario della Mecca. Per il monarca "il terrorismo è una piaga prodotta da un'ideologia estremista". Esso è "una minaccia alla comunità musulmana e al mondo intero".

Salman ha definito i terroristi islamici come gente "fuorviata e fuorviante", che danno l'opportunità al mondo di "attaccare l'islam e trattare i musulmani come dei vili".

In questo modo si vede che l'autorità religiosa (Al-Azhar), l'autorità politica più importante della regione (Arabia saudita), e l'autorità del Paese arabo più popoloso (Egitto) sembrano alleati per una trasformazione del mondo islamico. Forse ci vorrà almeno un decennio per vedere i frutti. Ma bisogna cominciare.

Tale riforma nell'interpretazione e nella modernità era iniziata agli inizi del '900 con l'imam di Al-Azhar di allora, Mohammad Abdou, morto nel 1905. Poi purtroppo, il suo miglior discepolo, Rashid Rida, ha bloccato la riforma ed è divenuto il padre spirituale dei Fratelli musulmani, un movimento che applica l'interpretazione letteralista del Corano. Più di un secolo dopo la morte di Mohammad Abdou, siamo tornati indietro! Speriamo che la reazione alla violenza di gruppi islamisti marchi l'inizio di una riforma islamica, come se lo augurano la maggioranza dei musulmani!

Cfr Pensée l'Islam aujourd'hui, conferenza televisiva di 78 minuti. Vedi: https://www.canal-u.tv/video/universite_de_tous_les_savoirs/penser_l_islam_aujourd_hui_abdelmajid_charfi.3005 

Reformation of Islamic Thought: A Critical Historical Analysis, (Amsterdam: Amsterdam University Press, 2006, 113p.); Islam e storia: Critica del discorso religioso (Torino: Bollati Boringhieri2002); Testo sacro e libertà. Per una lettura critica del Corano, antologia di testi a cura di Federica Fedeli, introduzione di Nina zu Fürstenberg (Venezia: I libri di Reset, Marislio editori, 2012).

Cfr Abdou Filali-Ansary, Réformer l'islam ? Une introduction aux débats contemporains (Paris, La Découverte, 2003, 284 p.)

Un Islam pour notre temps (Paris, Éditions du Seuil, 2004) ; L'islam sans soumission : Pour un existentialisme musulman (Paris, éd. Albin Michel, 2008).

Cfr Corano 7,124 : «  Vi farò tagliare mani e piedi alternati, quindi vi farò crocifiggere tutti ».

 Fonte: AsiaNews

L'alleanza proposta in questi giorni da Boko Haram mostra l'internazionalizzazione dello Stato islamico. Ecco, di seguito, una panoramica dell'organizzazione estremista sunnita. Da un articolo del quotidiano libanese in lingua francese L'Orient-Le Jour (Olj). 

Un "califfato" e 25 "province"

Lo Stato islamico il 29 giugno scorso ha annunciato la nascita di un califfato nei territori a cavallo di Siria e Iraq, due dei nove Paesi in cui il movimento islamista ha piantato le proprie radici. 

In totale, il gruppo rivendica 25 province (wilayat, in arabo) in Siria, Iraq, Libia, Yemen, Algeria, Arabia saudita, Egitto, Afghanistan e Pakistan. Ed è in Iraq, dove lo SI trae le sue origini, che il numero delle province è il più elevato: 10, in seguito alla creazione dei wilayats di Dijla e di Jazira nel febbraio scorso. Seguono poi la Siria (7) e la Libia (3). 

Secondo l'esperto di Medio oriente Pieter Van Ostaeyen, nel complesso circa otto milioni di persone vivono all'interno dei territori controllati dallo Stato islamico in Iraq e in Siria. In Libia, aggiunge, "i territori non sono così vasti e non sono sotto il completo controllo dei jihadisti". Louay al-Khatib, ricercatore associato al Brookings Institute, presenta una forbice più bassa "che va dai sei ai sette milioni di persone". Una popolazione vasta che obbliga i jihadisti, aggiunge il ricercatore, a "possedere una forza armata potente e numerosa". 

Lo Stato islamico, quanti uomini?

È davvero difficile valutare nel loro complesso le forze a disposizione dello SI, perché "non vi sono fonti affidabili per fornire una cifra esatta" sottolinea al-Khatib. "È un gruppo terrorista - ricorda ancora - non convenzionale, che conduce una guerra non convenzionale". Egli valuta il numero dei combattenti "circa 80mila", di cui "almeno 20mila stranieri". 

Per Pieter Van Ostaeyen, lo SI può contare su un numero di combattenti variabile fra i 60mila e i 70mila anche se "è molto difficile fornire una stima esatta". Se la grande maggioranza di essi si trova in Iraq e in Siria, "si può stimare fra i 1500 e i 2000" il numero dei jihadisti che hanno stretto alleanza con lo SI in Libia. Nella sola Siria, lo Stato islamico avrebbe a disposizione dai 40mila ai 45mila uomini, secondo quanto riferisce il direttore dell'Osservatorio siriano per i diritti umani Rami Abdel Rahmane.

Dalia Ghanem-Yazbeck, analista al Carnegie Middle East Center, è molto più prudente sul numero dei combattenti. "Se ci riferiamo al totale, saranno al massimo 25mila" afferma la studiosa, che chiede al contempo di "smetterla di sovrastimare il loro numero" perché "è come far loro pubblicità gratuita". 

Lo Si è ricco?

È allo stesso modo impossibile determinare le risorse finanziarie a disposizione dello Stato islamico, il quale ha messo le mani sulle ricchezze economiche delle regioni conquistate. Una di queste è il petrolio estratto dai pozzi in Siria e in Iraq. Secondo Van Ostaeyen "essi ne ricavano un gran quantitativo di denaro e lo vendono a chiunque sia disposto a comprarlo". 

A ottobre il sottosegretario americano al Tesoro responsabile degli affari legati al terrorismo e alle informazioni finanziarie David Cohen ha dichiarato che l'oro nero garantirebbe agli islamisti un milione di dollari al giorno. Ma questi numeri sono contestati da Louay al-Khatib, il quale ritiene che lo SI produca "un massimo di 50mila o 60mila barili al giorno"; una quantità insufficiente per soddisfare la domande "delle popolazioni sotto il suo giogo". 

Al petrolio, si aggiungono i proventi derivanti dalla vendita di reperti antichi, dai sequestri, dalle tasse e dalle estorsioni impose "ai commercianti locali, che devono pagare un balzello per mantenere aperti i loro negozi". 

Lo Stato islamico ha anche potuto servirsi degli istituti finanziari delle città conquistate come Mosul, dove le riserve delle banche in termini di liquidità erano di circa 400 milioni di dollari prima dell'offensiva. A riferirlo è Bachar Kiki, il capo del consiglio provinciale di Ninive, di cui Mosul è la capitale. 

Le risorse finanziarie, secondo Dalia Ghanem-Yazbeck, sono e saranno il nerbo di questa guerra. "Il giorno in cui - prevede la studiosa - lo Stato islamico non avrà più il denaro per finanziare la popolazione che amministra, allora essa gli si rivolterà contro". 

Come opera lo Stato islamico?

La struttura amministrativa dello Stato islamico è basata su quella di un qualunque Stato, con al suo vertice Abou Bakr al-Baghdadi, auto-proclamatosi califfo. Egli è assistito da una serie di vice "territoriali" e un comando militare. Baghdadi è al tempo stesso sostenuto da un consiglio della shura, che raggruppa gli alti vertici jihadisti e, secondo alcune informazioni, vi sono anche altri consigli specifici, che si occupano nel dettaglio di questioni militari, della sicurezza, economiche e mediatiche. 

Al contempo, lo Stato islamico è divenuto un maestro nell'arte della comunicazione grazie all'utilizzo sistematico delle nuove tecnologie. Esso è diventato "un marchio di fabbrica con una forza attrattiva, come la Coca Cola o Mc Donald's" spiega Dalia Ghanem-Yazbeck. "La sua vera forza è virtuale, su internet, su YouTube... A ogni sconfitta militare sul campo o quasi, essi pubblicano un video shock per fare in modo che si parli di loro. È  un modo di compensare la sconfitta militare attraverso la propaganda". 

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