Tutti siamo sorpresi per l’impresa della nazionale della Costa d’Avorio che è riuscita ad andare in finale della Coppa d'Africa 2024. La sfida decisiva si terrà domenica 11 febbraio nella capitale Abidjan contro la Nigeria. Quest’ultima è senz’altro la squadra favorita, dovrà giocarsela alla pari con la squadra ivoriana che potrà contare sull’arrivo di un grande rinforzo: stiamo parlando di Padre Stefano Camerlengo, IMC, che atterrerà nella Capitale del Paese degli elefanti proprio questo sabato, 10 febbraio, la vigilia della grande inaspettata finale.

Nonostante le sue innegabili doti calcistiche, - confermate da chi lo conosce bene dai tempi del seminario - la sua "partita" si giocherà altrove, non nello Stadio All'Alassane Ouattara di Abidjan, sede della finale vera e propria, ma più precisamente nei diversi “campi” di missione che Dio ha affidato ai Missionari della Consolata nel nord del Paese, dove la maggioranza della popolazione è musulmana. A differenza di una partita di calcio, la sfida della missione durerà molto di più di 90 minuti... saranno anni…

Come un pellegrino della missione ad gentes, dopo 18 anni di generosa dedizione e servizio nella Direzione Generale, a 67 anni di età e 40 di sacerdozio, Padre Stefano riparte pieno di entusiasmo ed energia e molto bene “allenato” da questi anni di servizio all’Istituto, per continuare a condividere la gioia del Vangelo e il carisma della Consolazione ereditato dal Beato Allamano.

Prima della sua partenza, in un'intervista rilasciata al Segretariato Generale per la Comunicazione, Padre Stefano ha lanciato questo messaggio.

Vedi il video realizzato da Fratel Adolphe Mulengezi

Messa d'invio per la Costa d'Avorio

Nella Messa di saluto e di invio missionario celebrata il venerdì 09 febbraio, nella comunità di Casa Generalizia, padre Stefano ha condiviso i sentimenti che porta nel cuore. Ha fatto memoria di tutti i missionari che ha incontrato in tutti questi anni e ringraziato i Signore per il dono che sono stati per lui e l’insegnamento ricevuto per la sua vita. Il cambiamento all’inizio è stato uno spaesamento, dopo così tanti anni, ma poi si vive una spogliazione per amare e vivere dell’essenziale, l’amore per il Signore e per la gente. L’amore per la Madonna, che lo ha sempre accompagnato e protetto nel suo mandato a servizio dell’Istituto, anche in questo frangente è fonte di ispirazione. Sono tre gli atteggiamenti che Maria mi insegna, ha detto nell’omelia. Il primo: “avvolgere nelle fasce della tenerezza e della misericordia le persone che incontrerò, come Maria – ha continuato padre Stefano – che nella capanna ha avvolto nelle fasce il Bambino Gesù. Secondo, la capacità di custodire nel cuore le ispirazioni della Parola di Dio e poi, cercare di fare sempre “quello che il Signore mi dirà”, facendo mio l’esortazione che Maria ha ricolto ai servitori del banchetto di Cana. Sono tre atteggiamenti - ha concluso padre Stefano - con i quali cercherò di vivere la Missione in Cosa d’Avorio”.

Leggi l'omelia integrale di P. Stefano

Accompagneremo padre Stefano con la preghiera, affinché possa realizzare questi suoi propositi. Dunque “palla al centro”, auguri e preghiere per l’inizio della "partita" della missione.

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La comunità  IMC della Casa Generalizia a Roma accompaga Padre Stefano con la preghiera e sostegno.

Breve biografia

Nato a Morrovalle - Macerata l'11 giugno 1956, Padre Stefano Camerlengo è entrato in seminario a Varallo Sesia nel 1978, ha compiuto gli studi teologici a Torino e Roma, presso l’Università Gregoriana, ed è stato ordinato sacerdote il 19 marzo 1984 a Wamba, nell’attuale Repubblica Democratica del Congo, dove ha lavorato a più riprese, disimpegnandosi bene come parroco, formatore nel seminario e Superiore regionale. Nel suo percorso, ha lavorato in Italia nell’animazione missionaria vocazionale. Dal 2005 al 2011 ha svolto l'incarico di Vice Superiore Generale e dal 2011 al 2017 è stato Superiore Generale.

Nella Costa d'Avorio, i missionari della Consolata sono presenti dall’inizio del 1996 dove attualmente lavorano 19 missionari nelle diocesi di Odienne e di San Pedro e nell’archidiocesi di Abidjan.

* Padre Jaime C. Patias, Comunicazione IMC Roma.

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Approfittiamo della visita a Roma di Mons Alain Clément Amiézi, da solo un anno vescovo della diocesi di Odienné e in visita “ad limina” a Roma per farci dire qualcosa della chiesa che sta accompagnando come pastore e dove anche i Missionari della Consolata sono presenti con tre parrocchie.

Devo cominciare con dire che io sono vescovo da solo un anno ed originario di un’altra regione, molto lontana da Odienné e lontana non solo geograficamente ma anche religiosamente e culturalmente. Nella mia terra d’origine le comunità cristiane sono fiorenti e la chiesa conta con una gran popolazione. Invece noi a Odienné abbiamo pochi cristiani che vivono assieme a una gran maggioranza di popolazione mussulmana. Almeno il 90% della popolazione è di religione islamica.

Insomma siamo la diocesi missionaria e di prima evangelizzazione della Costa d’Avorio e per questo lavoro, per me una sfida importante che il papa Francesco ha messo sul mio cammino –prima ero educatore in seminario–, abbiamo bisogno di missionari, pazienza e disponibilità al dialogo. 

Per fortuna, e a differenza di paesi poco più a nord del nostro, le relazioni con il mondo islamico sono armoniose e francamente buone. In un modo o nell’altro riusciamo a vivere come fratelli. Poi ci sono le famiglie che professano la religione tradizionale africana e con loro è più facile un processo di evangelizzazione, ma con tutti c’è dialogo, armonia e rispetto che è un indispensabile punto di partenza sul quale costruire qualsiasi processo di annuncio della Buona Notizia di Gesù.

Per questo diamo anche molta importanza alla cura delle situazioni umane in cui vivono le persone... per esempio voi in Dianrá Village, dove siete, avete aperto un piccolo ospedale per sopperire ai bisogni di salute della popolazione in questo senso abbastanza abbandonata dallo stato. La Pastorale Sociale vuole essere il nostro biglietto da visita e parla di cura, attenzione, preoccupazione, vicinanza.

Odienné ha un territorio immenso e quindi il lavoro sarebbe impossibile se non contiamo con la solidarietà di tante chiese che ci sono vicine. Ci accompagnano, spesso anche da molti anni, alcuni missionari di comunità religiose come voi o i missionari del Pime, dello Sma e i Saveriani, ma poi anche un certo numero di sacerdoti diocesani. Quando era stata creata la diocesi di Odienné, che oggi non conta con nessun sacerdote nativo di questa regione, c’era stato l’impegno formale delle altre diocesi di sostenere il lavoro missionario in questo immenso territorio. Forse con qualche difficoltà ma questo impegno è stato mantenuto o sono 16 i sacerdoti “fidei donum” che provengono da altre giurisdizioni della Costa d’Avorio. In sintesi l’evangelizzazione di questo territorio è un fatto potremmo quasi dire sinodale, un cammino fatto insieme con la solidarietà di altre chiese della Costa d’Avorio e di tutta la chiesa universale rappresentata dai missionari e dalla missionarie presenti da anni fa di noi. Di questo impegno dovrei ringraziare specialmente il vescovo Jean Salomon Lezoutié, della diocesi di Yopougon. Lui è stato mio predecessore ed è ancora particolarmente vicino a questa chiesa... e non ci ha lasciato mancare la collaborazione di sacerdoti e seminaristi. Era stato lui ad accogliervi quando eravate arrivati a questa zona del paese.

Su questo punto, se devo essere sincero, sono anche abbastanza ottimista: anche se i cristiani siamo ancora pochi, ho visto nelle mie visite famiglie cristiane solide e capaci di testimonianza, da queste famiglie nascono e nasceranno le future vocazioni della chiesa di Odienné. In questo momento abbiamo un seminarista che persevera nel suo processo di discernimento e di consacrazione, spero, anzi sono sicuro, che ne verranno degli altri. 

Ad ogni modo voglio ribadire il mio ringraziamento ai Missionari della Consolata che da anni ci stanno accompagnando. Il papa Francesco nell’incontro che abbiamo avuto in questa visita Ad Limina... ci ha invitati a rinnovare l’impegno a favore delle vocazioni, tutte le vocazioni, perché assieme faremo e saremo chiesa.

 

A colloquio con l’architetta Daniela Giuliani

A nord della Costa d’Avorio, nella diocesi di Odienné, presso la parrocchia Saint Joseph Mukasa di Dianra-Village dei Missionari della Consolata, su di un piccolo poggetto di pietra rossa, dal 2019 sorge una chiesa che è la più umile delle architetture, ma stupisce chi arriva per il suo simbolismo profondo. L’architetta Daniela Giuliani, della diocesi di Senigallia, in Italia, ci racconta come è nata questa chiesa piena di luce e di colori, dove anche chi non sa leggere, o non conosce la lingua in cui si celebra può partecipare alla vita nuova. «La chiesa parrocchiale Saint Joseph Mukasa di Dianra-Village nasce dalla fede grande del primo catechista Maxime Soro e della sua gente, dalla premura dei padri missionari, dalla generosità di molti, e dal coraggio del mio amico, padre Matteo Pettinari, che mi ha chiesto di dar forma al loro sogno: poter celebrare le meraviglie di Dio in un edificio che potesse annunciare il suo amore per noi. Il cantiere è durato tre anni e ci ha insegnato tanto: nell’ascolto della cultura Senoufo, nella fede della gente semplice, nei materiali locali, nel cammino dei neofiti che a Pasqua ricevono il battesimo e danzano tutta la notte, nelle architetture copte e siriache più vicine alla terra ivoriana. Abbiamo proceduto spesso a tentoni, senza pretendere di capire sempre tutto, disegnare tutto, ma vivendo l’obbedienza alle ispirazioni che piano piano sono cominciate ad arrivare. E con stupore i mattoni impastati uno ad uno sono diventati muri, archi, volte, mai visti a Dianra, ma realizzati da una piccola impresa locale. E poi le mattonelle, scarto di un magazzino di Abidjan, che i catecumeni hanno dapprima sgranato e poi ricomposto, con l’aiuto di alcuni giovani partiti per una esperienza di missione, in forma di pani, di croci, di acqua che dà vita. E infine Sorò, piccolo di statura, arrampicato su trabattelli di fortuna per affrescare le pareti, lui che dipingeva murales e ha voluto usare i suoi tre barattoli di colori da carrozzeria… con una abilità degna dei migliori artisti». 

Nella chiesa di Dianra-Village a prima vista colpiscono i colori: quelli della tonalità della terra a segnare i volumi all’esterno; il blu, il rosso e il giallo oro all’interno, nella navata e nell’abside. Perché questa manifestazione forte dei colori, che, tra l’altro, era presente spesso nella storia della Chiesa quando la fede è stata forte? 

In architettura oggi dominano spesso il bianco, il grigio e le linee essenziali, cercando forse semplicità e purezza dopo l’epoca barocca, ma esprimendo probabilmente anche la realtà dell’uomo contemporaneo, il suo vuoto. La tradizione della Chiesa, dall’altra parte, ci dona esempi straordinari di edifici liturgici pieni di colore e di potenza espressi va. Lo spazio liturgico è spazio abitato, è spazio di relazioni e di incontro. La liturgia che vi si celebra tocca la vita, quella della terra (fatta dell’ocra delle case di terra cruda, del verde delle piantagioni di anacardo, del rosso delle strade impolverate) e quella del cielo, dove il rosso di Dio e il blu dell’umanità danzano insieme, i volti dei santi ci fanno compagnia e l’oro di Dio rende luminosa la vita. Me lo hanno ricordato gli abiti degli amici di Dianra: in questo villaggio, dove non vi sono quadri alle pareti delle case, la loro vita esplode nel colore dei vestiti, che dicono la nostra appartenenza e cambiano colore nei giorni di festa. 

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È proprio la gioia che esprimono questi colori e la luce che pervade la chiesa. Secondo Alexander Schmemann la gioia non è soltanto una componente della nostra fede, ma «la tonalità che pervade tutto», è «la vocazione stessa della Chiesa». Nella gioia, ricorda Schmemann, la Chiesa diventa ciò che essa è. Come può un’architettura trasmettere questa gioia? 

Il “come” ci è insegnato nella liturgia che celebriamo. Noi entriamo con il nostro grigio, il nostro buio, la nostra morte. Ma il Signore fa nuovi noi e tutte le cose. Chi entra dalla porta, che è Cristo, è generato a vita nuova. La chiesa di Dianra è costruita a partire dal fonte battesimale, dove la notte di Pasqua i catecumeni si spogliano dell’abito vecchio e indossano quello di luce. E poi entrano in questa «stanza al piano superiore» dove tutto ci è dato in dono, da quella mano aperta del Padre che è nel punto più alto della chiesa, sopra l’altare. E tutta la vita è attratta dall’oro della Gerusalemme celeste dipinta nell’abside, dove tutto ciò che è oggi fatica e sudore, se vissuto nell’amore, diventa oro pieno di luce. 

Dipinti, mosaici, terracotte, volte a botte e archi... tutto vive in armonia in questo spazio. Ci ricorda le fabbriche delle basiliche, dove l’architetto univa tra di loro diverse arti. Un architetto che accoglie, mette insieme, ascolta, aiuta a discernere, fa partecipare. Perché, secondo Crispino Valenziano, tra tutti gli artisti è proprio l’architetto il «dispositore in globalità con armonia». 

Quello di Dianra era il mio primo cantiere e io ero lontana 7.186 chilometri da lì. Fortunatamente era presente padre Matteo che mi ha insegnato la via della Chiesa: se qualcosa deve parlare di Dio allora deve parlare il linguaggio di Dio, che è la comunione. In chiesa lavoravano non solo artisti con differenti abilità, ma lingue diverse, etnie diverse, religioni diverse. Poteva essere una Babele! Ma lo Spirito ha insegnato a tutti noi la via dell’umiltà, che significa in primo luogo ascoltare l’altro, cercare la sua bellezza, desiderare che possa essere il primo. Chi ha fatto i mosaici a terra con le piastrelle come nelle foto di Parc Guell di Gaudì, chi ha dipinto le pareti guardando i mosaici del Centro Aletti, chi ha costruito la volta a botte senza betoniera, ma catino dopo catino di cemento versato nella cassaforme di legno... non era lì per essere il primo, ma per servire nell’unità. 

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Credo anche io che l’architetto non può essere uno che produce delle cose da solo nel suo laboratorio e poi le offre o quasi le impone al mondo, ma che il suo ruolo sia quello di dare la possibilità di partecipare alla costruzione anche a persone diverse e di lavorare nella comunione, sperimentando la verità della vita nuova. Come faceva per esempio Gaudì che chiedeva l’opinione persino alle persone che incontrava per strada. 

Ogni architetto partecipa dell’azione creatrice di Dio. E questo è un mistero grande. Però possiamo abusare di questo potere e “imp orre” le nostre opere, oppure metterci in ascolto dello Spirito, di quella Sapienza che danzava davanti al Creatore mentre creava il mondo. Per me è stato facile perché era la mia prima architettura. Mi sono ripetuta spesso «quando sono debole è allora che sono forte, perché Tu sei la mia forza!». Si è generativi solo se in relazione. E la relazione è concreta: è non poter usare i materiali che vorresti, è non poter decidere tu le cose, è fidarsi dell’altro anche quando è debole come te. Ma se fai spazio, se ascolti, se ti fai strumento, allora ciò che si edifica non parla più “solo” di te e a te, ma partecipa della bellezza di Dio. 

Avete veramente lavorato insieme! La creatività della Chiesa, dunque, credo possa esprimersi nella bellezza di una chiesa che, anche se semplice, attira gli altri. A Dianra, infatti, in alcune case hanno cominciato a riprodurre ciò che hanno visto realizzare nella chiesa. 

Se un tetto di lamiera, la vernice da carrozzeria, le mattonelle di scarto, possono divenire «la chiesa più bella della Costa d’Avorio» come amano definirla loro, allora anche la loro vita di stenti, le loro case di terra cruda, il loro villaggio, può divenire il più bello della Costa d’Avorio! Nessuno aveva spinto o forzato queste persone a realizzare la stessa cosa che era stata fatta nella chiesa. In realtà la Chiesa non dovrebbe mai forzare. Erano semplicemente sospinti verso la bellezza, affascinati da qualcosa di vivo che poteva suscitare un po’di allegria nei loro cuori. 

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Paolo VI diceva agli artisti che «questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione» e che «la bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini». Ascoltando il suo racconto nasce il pensiero che forse proprio gli artisti e gli architetti cristiani potrebbero ridare all’architettura la sua verità profonda, ciò aiuterebbe anche l’uomo a ritrovare e a confermare la sua verità. 

Lavorare in terra di missione ti mette nel cuore gli stessi desideri del Padre: che ogni uomo e ogni donna abbia la vita e l’abbia in abbondanza. E quando risuonano queste parole nel buio di un villaggio dove tutto è povertà, solo ciò che è nell’amore ti sembra essere degno di essere pronunciato e costruito. Sembra che in questa storia stia succedendo qualcosa di tipicamente ecclesiale: una Chiesa locale che cammina insieme, che discerne insieme, che vive la comunione. Si potrebbe concludere che il cammino sinodale è il cammino della costruzione della Chiesa. 

*Andrej Brozovic è architetto, sacerdote e dottore in Missiologia. Questo articolo è stato pubblicato nell'Osservatore Romano martedì 28 febbraio 2023.

Oggi, 6 gennaio 2023, appena alzato ho visto la nuova macchina portata questa notte da Matteo. Si tratta di una Land Cruiser bianca che sarà la nuova ambulanza per l'ospedale. Finalmente, grazie all'impegno di tanti, il sogno si è avverato ed è  diventato realtà.

Quando circa un anno fa Matteo parlava della necessità di un'ambulanza idonea per viaggiare su queste piste, io per primo - quando aveva specificato il costo per l'acquisto - avevo pensato che era una assurdità... di questi  tempi sarà impossibile raccogliere  una tale somma (60 mila €)!

Confesso che questa è la seconda volta che  mi capita di peccare per mancanza di fiducia.

La prima volta è stato quando nel 2014 Matteo era in Italia per le sue prime vacanze dopo il suo ritorno in Costa d'Avorio. Io di solito  accompagnavo Matteo ai vari incontri e appuntamenti che aveva ed una volta ho assistito, a Senigallia, ad una riunione insieme a Daniela Giuliani ed altri suoi amici Architetti e Ingegneri. Si parlava di progettare la costruzione di una chiesa a Dianra Village. 

Seduto in un angolo della stanza, ascoltavo quanto dicevano in merito all'opera da realizzare e mi dicevo tra me: "Questi sono proprio dei sognatori matti!"

Infatti, nel 2007, io avevo  visitato quel luogo dove loro, 7 anni dopo, pensavano di costruire la chiesa a Dianra Village. Il posto era un terreno sopraelevato rispetto al villaggio con tante grosse pietre. Su una di queste, all'ombra di alberi maestosi, i primi missionari della Società  delle  Missioni Africane –negli anni novanta– avevano celebrato la prima Messa, usandola come altare. Il terreno interessato era stato poi dato alla comunità cattolica perché dicevano che quel luogo elevato era abitato dagli spiriti...

Ebbene, nel 2019 ho avuto  il privilegio di essere presente all'inaugurazione della nuova chiesa!

Oggi devo dire con assoluta certezza che la Provvidenza c'è! Esiste ed è veramente all'opera! 

Basta  avere fede, confidare nel Signore ed anche i sogni più  impossibili possono realizzarsi e diventare realtà. Di questo sono stato testimone!

*Pietro Pettinari è il papà di padre Matteo che lavora in Costa d'Avorio

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Da sinistra, Pietro, babbo di P. Matteo Pettinari che segue nella foto, la signora Carla Paccoia, promotrice principale del progetto, e Igino Pettinari

La narrazione che trasforma

Padre Clovis Audet, Missionario della Consolata, è nato nel 1935 in Quebec (Canada); ha emesso la prima professione religiosa nel 1959 ed è stato ordinato sacerdote nel 1963. La sua vocazione missionaria l’ha portato a lavorare 22 anni in Colombia; altri 17 in Africa (fra Costa d'Avorio e Congo) e poi, inarrestabile, in anni recenti ha raggiunto il Messico dove si trova tutt’oggi. Un mese fa ha pubblicato in Canadà il suo libro di memorie “Qui m’a appelé. Une vie missionnarie” (Chi mi ha chiamato. Una vita missionaria). Pubblichiamo un estratto del prefazio di questo libro, firmato dal padre Stefano Camerlengo, superiore Generale dei Missionari della Consolata, che fa una lettura del significato della missione nella vita di un missionario.

La missione lascia un segno nella vita

Molte volte mi sono domandato come la mia esperienza missionaria abbia influito sul mio modo di percepire gli altri, sul mio rapporto con il mondo delle cose, sulla mia relazione con Dio. Detto in altro modo: quali percorsi mi hanno condotto a essere quello che sono? In quale modo i contatti con gente di diversa cultura e sensibilità mi hanno cambiato? In che modo la vita in comune con confratelli, segnati da esperienze positive ma anche tragiche, mi ha cambiato? Come situazioni dense e difficili hanno affinato la mia sensibilità missionaria?

Nel racconto che fa padre Clovis della sua vita e missione ho trovato risposte interessante a queste domande. Leggendo il suo racconto conosciamo la missione non come qualcosa di perfetto e stupendamente unico, ma come un camminare passo dopo passo con l’umiltà di quello che siamo, la voglia di non mollare, il desiderio di andare avanti.

Raccontare la missione non è allora solo riportare fatti e problematiche missionarie e non si tratta nemmeno di esporre "criteri missionari" che forse solleticano la mente ma non il cuore. Raccontare la missione è soprattutto "ricordare" gli eventi fondanti che hanno segnato la vita, nel senso più ampio del termine e nei quali ci siamo sentiti accarezzati dalla mano invisibile di Dio. Lo ricorda anche il Papa Francesco quando dice che solo grazie all'incontro con l'amore di Dio siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall'autoreferenzialità; solo quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi, giungiamo ad essere pienamente umani oltre che disposti ad annunciare l'amore che ridona valore alla nostra stessa vita. (cf EG 8)

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Il padre Clovis in una foto recente, con un carissimo amico dei  Missionari della Consolata: Jacques Pelletier

Dimensioni fondamentali del nostro vivere missionario

Nel libro di padre Clovis mi sembra si possano identificare tre tipi di eventi che sono quasi paradigmatici e diventano insegnamento perché esprimono le costanti, gli atteggiamenti e le dimensioni fondamentali del nostro vivere la missione.

1. La narrazione dei dettagli della sua vocazione e del suo impegno missionario: i posti dove ha vissuto, le persone con cui ha condiviso. Nel suo suo racconto si mettono in evidenza azioni che, per quanto apparentemente insignificanti, innescano trasformazioni e mettono in movimento persone che, a loro volta, diventano strumenti di cambio. Le situazioni e le persone che si intrecciano con la missione di tutti i giorni, e la fanno crescere nella dimensione dell’annuncio, descrivono perfettamente la missione che non ci appartiene mai pienamente perché è di Dio.

2. La narrazione delle sconfitte, gli sbagli, le difficoltà. Questa è pure missione! Questa è la difficile strada della vita, e lui la presenta così com’è senza camuffare o barare! Ecco allora un richiamo a ritornare all’essenziale, a “Colui che ci ha chiamati". Anche la tragedia, le sconfitte, la perdita, l’annullamento delle nostre certezze mondane diventano appello alla conversione, si trasformano in eventi fondanti che ci riportano alle radici della nostra identità e missione.

3. La narrazione delle tensioni, dei cambi, dei problemi, dei conflitti. Anche tutto questo fa parte della missione, del camminare lento e quotidiano alla ricerca del meglio che sta sempre più avanti.

Il conflitto non si dissimula; tanto meno vi si rimane prigionieri gettando sugli altri le proprie “confusioni e insoddisfazioni”; semplicemente si accetta, si risolve, ci trasforma. Va affrontato nell’orizzonte della propria identità carismatica e missionaria e a partire dal criterio dell’accettazione dell'altro. Così le occasioni di conflitto sono trasformate in potenzialità a vantaggio della missione. 

Il libro di padre Clovis chiede a tutti noi, nessuno escluso, di far fruttare questo talento: fare della comunicazione, del racconto, uno strumento per costruire ponti, per condividere la bellezza dell'essere fratelli in un tempo segnato da contrasti e divisioni. I primi destinatari di un messaggio così impegnativo siamo noi, Missionari della Consolata come lui.

* p. Stefano Camerlengo è Superiore Generale dei Missionari della Consolata.

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Clovis bambino e la sorella Rita nella terra di famiglia a Maria, suo paese natale.

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