Attorno alla Parola: XVI domenica – Anno B

Pubblicato in Domenica Missionaria
{mosimage}Per tre domeniche Marco ci ha fatto da guida nella maggior conoscenza di Gesù, stimolando la nostra fede e la nostra fiducia in Lui, nostro salvatore. La tua fede ti ha salvata, disse alla donna inferma; continua ad aver fede disse a Giairo; e alla giovinetta morta: alzati e cammina. Poi domenica scorsa, quasi come riconoscenza per i benefici ricevuti, il vangelo ha iniziato il discorso sulla missione inviando discepoli.

Quando Paolo VI, ancora cardinale di Milano, di rientro dall’Africa, incontrò noi missionari all’Università Cattolica, pronunciò una frase che ha fatto epoca: “Quando un cristiano prende coscienza di ciò che significa essere cristiano, non può non essere missionario”.

E da Papa nel suo documento “Il dono della fede” scrisse: “Se vogliamo dire grazie al Signore per il grande dono della fede che ci ha dato, dobbiamo cercare tutti i modi per farlo conoscere a quei popoli che ancora non conoscono Gesù Cristo nostro salvatore”.


Il vangelo di oggi ci suggerisce due componenti per un efficace impegno missionario: la preghiera e la compassione.

Due le scene che ci sono di guida ed esprimono la grande delicatezza d’animo di Gesù: l’invito ai discepoli a prendere un po’ di riposo e la compassione verso la folla che lo cercava.

I dodici che stavano con Gesù per la prima volta sono chiamati da Marco apostoli, che vuol dire inviati. Erano infatti appena tornati da una ricca esperienza missionaria a cui Gesù li aveva inviati e non finivano di raccontare a Gesù come avevano insegnato e fatto. Gesù, quasi soddisfatto, rivolse loro un delicato invito: Venite in disparte, in un luogo solitario e riposiamo un po’. E con loro si allontanò dalla folla che non lasciava loro nemmeno il tempo di mangiare.

Salì sulla barca e si diresse verso una delle tante vallette che fanno da corona al lago di Tiberiade. Era sua intenzione condividere con i suoi dodici, fatti apostoli, un clima di quiete, di intimità, di dialogo per riflettere e pregare.

“… Il missionario deve essere un contemplativo in azione. Egli trova risposta ai problemi nella luce della parola di Dio e nella preghiera personale e comunitaria. Il contatto con i rappresentanti delle tradizioni spirituali non cristiane, in particolare quelle dell’Asia, mi ha dato conferma che il futuro della missione dipende in gran parte dalla contemplazione. Il missionario, se non è un contemplativo, non può annunziare il Cristo in modo credibile. Egli è un testimone dell’esperienza di Dio e deve poter dire come gli apostoli: Ciò che noi abbiamo contemplato, ossia il Verbo della vita…, noi lo annunziamo a voi (1Gv 1,1-3). Il missionario è l’uomo delle beatitudini. Gesù istruisce i dodici prima di mandarli a evangelizzare, indicando loro le vie della missione: povertà, mitezza, accettazione delle sofferenze e persecuzioni, desiderio di giustizia e di pace, carità, cioè proprio le beatitudini attuate nella vita apostolica (cf Mt 5,1-12). Vivendo le beatitudini, il missionario sperimenta e dimostra concretamente che il regno di Dio è già venuto ed egli lo ha accolto” (Redemptoris Missio, 91).

Una seconda scena si presenta nel vangelo. Forse Gesù con i suoi dodici si era attardato a lungo sul lago, trovando quella quiete ricercata. Fatto sta che quando sbarcò sull’altra riva, si trovò nuovamente circondato dalla folla, che intuendone la direzione, passato il guado del giordano, l’aveva preceduto.

È l’abbraccio della folla che non desidera tanto vedere altri miracoli, ma piuttosto ascoltare la parola del maestro, piena di autorità e che va al cuore. Di fronte a questo spettacolo, l’umanità di Gesù, la sua delicatezza d’animo sembra quasi esplodere. Osserva Marco: vide molta folla e si commosse.

Commosse: una parola che vuol significare una forte intensità di sentimenti e che propriamente nella lingua originale vuol dire: amore viscerale.

Si commosse quindi e cominciò ad insegnare loro molte cose. Gesù offre la sua parola, ma come sempre la sua parola è una risposta all’intensità del nostro desiderio, alla nostra buona volontà di ascoltare.

Nella sua lettera sul “Giorno del Signore”, Giovanni Paolo II invitava a vivere con intensità e responsabilità il momento liturgico dell’ascolto della Parola di Dio. Per questo il sacerdote deve conoscere bene i testi delle letture e presentarli in modo accessibile ed attraente, con linguaggio attuale ed adeguato alle necessità sociali e familiari della vita quotidiana.

Ed occorre che ogni fedele sappia ascoltare bene, con raccoglimento e particolare attenzione. Soprattutto aver fame della Parola di Dio, aver un buon appetito che gli faccia gustare ciò che ascolta.

Paolo VI amava dire: l’anima senza preghiera rischia di morire per asfissia. Come il sangue deve essere continuamente ossigenato, così la nostra vita cristiana familiare e sociale deve essere alimentata dall’ascolto della Parola di Dio; ascolto che diventa preghiera, dialogo con Dio.

La Madonna ci è di esempio. Scrive Luca nel suo vangelo che Maria osservava tutto ciò che avveniva attorno a Gesù e vi rifletteva nell’intimità del suo cuore.
Ultima modifica il Sabato, 07 Febbraio 2015 21:54

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