Attorno alla Parola: XVII domenica – Anno B

Pubblicato in Domenica Missionaria
{mosimage}Marco, l’evangelista più antico, concreto e vivace, che ci accompagna in quest’anno, si prende una vacanza di cinque settimane. Prende il suo posto in queste cinque domeniche l’aquila che vola in alto, Giovanni, con uno squarcio del suo vangelo spirituale.

Troppo importante la posta in gioco! La moltiplicazione dei pani rappresenta il punto culminante dell’attività di Gesù e un momento decisivo per la nostra adesione a lui. Per questo la liturgia sceglie Giovanni che, molto più che agli episodi vistosi e sonori, bada ai sottili insegnamenti profondi e mette in particolare luce le analogie tra fatti materiali e principi spirituali.

Il capitolo sesto, 69 versetti, è chiamato il discorso del pane di vita. Un discorso in cinque parti: cinque anelli che si agganciano l’un l’altro in una meravigliosa struttura chiasmatica. Non è il caso di analizzare lo stile e la composizione letteraria finemente curata.


È bene invece cogliere la logica dello schema che intende manifestare la vera identità del Cristo. La liturgia la riprende in cinque puntate: Cristo che come Eliseo moltiplica il pane, Cristo che come Mosè offre il vero nutrimento celeste, Cristo che come per Elia è pane di vita, Cristo che nell’eucaristia è carne e sangue, Cristo che solo ha parole di vita eterna. Eventi biblici che indicano in Gesù il Messia promesso.

In quel tempo: la folla di buon mattino, per via terra, aggirato il lago di Galilea, passò il Giordano e raggiunse Gesù nel deserto, al di là di Betsaida, incurante del vitto e dell’alloggio, avida di ascoltare la parola del maestro. E Gesù scese dalla barca e vista la folla, osserva Matteo, si commosse fino alle viscere. Una compassione rivolta ai corpi malati, ma soprattutto compassione spirituale, perché scrive Marco, erano pecore senza pastore.
E si mise ad insegnare loro molte cose e si fece sera. La folla non si stancava e non si staccava.

Gli apostoli, uomini pratici, preoccupati pensarono di richiamare Gesù alla realtà. “Maestro, è tardi, siamo isolati. Licenzia la folla perché possa raggiungere il villaggio in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti”.

E Gesù, provocatoriamente, rispose loro: “date voi stessi da mangiare”. Ma ti rendi conto di ciò che ci chiedi? Scherzi? Abbiamo solo cinque pani e due pesci. Fai un po’ il calcolo: non bastano nemmeno duecento denari pari a 4800 porzioni. E qui sono cinque mila persone senza contare donne e bambini.

Tutt’attorno si stendeva la prateria in pieno rigoglio primaverile; c’era molta erba. Era vicina la pasqua, la festa dei giudei. E fattasi sera…, fattili sedere…

Natura deserta, data primaverile, ora tarda, atteggiamento conviviale, nel linguaggio simbolico di Giovanni tutto sembra preludere il mistero pasquale e prefigurare il convitto eucaristico.

Come il padre di famiglia nella cena giudaica, Gesù presi i pani, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti. E lo stesso fece con i pesci.

E tutti ne furono saziati.

Il prodigio richiama alla mente degli ebrei la manna di Mosè, il pane e l’olio inesauribili dei profeti Elia e Eliseo, la moltiplicazione dei pani del tempio celeste. Non ci voleva altro per mandare in visibilio il popolo di Dio che esclama: questi è veramente un profeta, il Messia che aspettiamo.

Un fatto unico, eccezionale, carico di significato. Un fatto descritto variamente per ben sei volte in Matteo, in Marco, in Luca e in Giovanni. Un miracolo che deve aver inciso profondamente nell’animo degli apostoli e delle prime comunità cristiane.

E, dopo il lungo discorso di addio, nell’ultima cena, Gesù riprende quegli stessi gesti e ci dona il pane di vita: l’eucaristia, euloghein, benedizione o eucharestein, rendimento di grazie, confessione.

Cinque gesti di Gesù nella moltiplicazione, cinque i gesti di Gesù nella cena pasquale, cinque gesti che ricordiamo e rinnoviamo in ogni celebrazione eucaristica: prese il pane, alzò gli occhi, rese grazie, lo spezzò e lo diede. Gesti che hanno una finalità istituzionale: mangiate e bevetene, tutti.

Sant’Agostino chiama l’eucaristia il sacramento della memoria. Non pura memoria storica ma memoria efficace, che non solo ricorda ma ripresenta, attualizza: quod mystice geritur, veraciter impletur.

La tradizione apostolica ritiene essenziali per questa memoria i cinque gesti e la liturgia li ricorda prima di entrambe le consacrazioni. Con le ipsissima verba Domini della consacrazione costituiscono il racconto dell’istituzione, cuore della preghiera eucaristica. Gesti che quasi diventano personalizzati nella frazione e nella comunione.

“Voi date loro da mangiare”. È un invito che diventa segno simbolico, profetico, che assume il suo pieno significato durante l’ultima cena nella parola fondante e istitutiva del sacerdozio: fate questo in memoria di me”. Non in mia memoria, ma in memoria di me, una memoria cioè personalizzata, vivente.

Non è un memoriale di un evento storico come la pasqua ebraica, ma una memoria sacramentale, efficace che ci ri- presenta, rivive nella attuale presenza di Cristo tutto il mistero pasquale nell’atto culminante della sua realtà umano – divina: misterium fidei.

“Fate questo in memoria di me”. Un invito che limitazioni fisiche e contingenti ripetiamo quasi inavvertitamente, ma che costituiscono la motivazione gioiosa della nostra giornata, apparentemente inutile ed emarginata. Sfuggendo al puro ritualismo di un puro memoriale, entriamo nel mistero: facendo di Lui memoria, rendendo grazie, offriamo, conviviamo nell’attesa.

“Parigi vale bene una Messa” disse abiurando Enrico IV. E noi possiamo dire: per una Messa in più ben vale un giorno di più di vita offerta con Cristo per la salvezza del mondo.

Come Maria allora diciamo: ecco la serva del Signore, e con il Figlio di Dio accettiamo l’incarnazione nella fragilità della nostra vita umana.
Ultima modifica il Sabato, 07 Febbraio 2015 21:54

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