JAMES FOLEY, UN GIORNALISTA CHE CERCAVA "UN SENSO" NELLA GUERRA

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Un uomo "cerebrale e riflessivo", che si interrogava "sul senso della guerra" e che "sentiva di dover essere lì". Così amici e colleghi descrivono James Foley, il giornalista statunitense ucciso e decapitato da un miliziano dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isis). Diffuso ieri, il filmato che mostra la sua esecuzione ha fatto il giro del mondo. La "caccia all'uomo", il boia dall'accento londinese che appare accanto a lui nel video, è già stata lanciata. Il suo esecutore potrebbe essere volato in Siria negli ultimi tre anni e appartenere a un piccolo gruppo di inglesi che ha l'incarico di controllare gli ostaggi occidentali dell'Isis.

Fonti Usa rivelano che una missione militare segreta aveva cercato di liberare il reporter e altri connazionali tenuti in ostaggio in Siria, ma aveva fallito. Intanto, si cerca di capire chi fosse questo giornalista che negli ultimi cinque anni è stato in Iraq, Libia e Siria.

Nato in una famiglia cattolica del New Hampshire, maggiore di cinque figli, Foley, 40 anni, arriva "tardi" al giornalismo. Laureato in storia nel 1996 alla Marquette University, dopo il college insegna tra i ragazzi dei bassifondi di Phoenix attraverso il programma Teach for America. In seguito, continua la sua attività di docente tra i giovani carcerati del Cook County di Chicago.

Ancora single, intorno ai 35 anni cambia vita. Si iscrive a un master della Northwestern University's Medill School of Journalism e i corsi sul giornalismo di guerra lo affascinano. Ma il suo interesse per quei Paesi devastati da conflitti nasce anche da uno dei suoi fratelli, John, che nel 2007 era stato di stanza in Iraq con l'aviazione militare americana. Agli studenti, Foley ricorderà di essersi sentito "frustrato e disconnesso" nel guardare le guerre da lontano.

Completato il master, Foley parte per l'Iraq embedded con l'Indiana National Guard. Da allora, come giornalista free-lance, inizia a lavorare in zone di conflitto per varie testate, tra cui il GlobalPost di Boston.

Nel 2011 è in Libia, a raccontare la guerra civile. Insieme a un gruppo di giornalisti viene rapito e tenuto in ostaggio per 44 giorni. Tra questi, c'è anche Clare Morgana Gillis. Nella sparatoria che ha preceduto il sequestro Anton Hammerl, un fotografo africano, resta ucciso. In una conferenza tenuta alla Northwestern University's Medill School of Journalism poco dopo il suo rilascio, Foley prova a spiegare questa sua attrazione per i luoghi pericolosi del mondo: "Quando vedi qualcosa di davvero violento, ti accade qualcosa di strano. Non sempre [ciò che vedi] ti disgusta. A volte ti attira di più... È una strana forma di forza". Sei mesi dopo torna nel Paese per documentare la caduta di Gheddafi. Dopo la Libia sarà la volta della Siria, dove troverà la morte.

Tuttavia, per amici e familiari la dedizione di Foley al suo lavoro era frutto della sua fede. Durante il sequestro in Libia, scriverà su una rivista dell'università: "Clare e io abbiamo pregato insieme e recitato il rosario ad alta voce. Ci dava forza tirare fuori le nostre debolezze e le nostre speranze, come se stessimo conversando con Dio, anziché farlo da soli e in silenzio".

 

Ultima modifica il Giovedì, 05 Febbraio 2015 17:05
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