Storia del Beato Junipero Serra

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Il Beato Junipero Serra (1713 –1784), missionario spagnolo, verrà canonizzato il prossimo 23 settembre da Papa Francesco a Washington.

Junipero Serra nacque nella cittadina di Petra [Maiorca, Spagna] il 24 novembre 1713. I suoi genitori, Antonio Serra e Margarita Ferrer, vollero battezzarlo lo stesso giorno col nome di Michele Giuseppe. Erano profondamente credenti e devoti della Madonna del Rosario e del serafico padre S. Francesco. Da bambino, Michele Giuseppe frequentava il vicino convento di San Bernardino, che egli considerava casa sua. Dalla famiglia e dal convento egli ricevette i semi della fede cristiana. Al primo indio che battezzò nella missione di S. Carlo Borromeo. egli diede il nome di Bernardino di Gesù, in ricordo di questo convento.

La sua devozione mariana, coltivata per tutta la vita, trovava le radici nel santuario di Bonany, gioiello delle montagne maiorchine. La prima bimba che ricevette da lui le acque lustrali fu chiamata Maria de Bonany.

L’indole modesta ereditata dall’umile famiglia contrassegnò tutta la sua esistenza. Egli non conosceva la pigrizia, benché rispettasse sempre la siesta. Era moderato nel mangiare: Finché godiamo di buona salute e abbiamo una frittata di erbe silvestri, cos’altro possiamo ambire?

Dai parenti imparò il rispetto per gli anziani. Egli rivolgeva con vantaggio ai suoi indios il saluto tante volte ricevuto: “Dio ti faccia santo!”.

Mentre aspettava la nave nel porto di Cadice, Junipero ricordava il consiglio di suo padre moribondo: Figlio mio, mi raccomando, cerca di essere un buon frate di S. Francesco. Contemplando l’insidioso oceano che da lì a poco doveva solcare, questo consiglio assumeva un profondo significato. Egli pensava particolarmente alla mamma, le cui preghiere tanto avevano contribuito alla sua vocazione religiosa e missionaria. Prima di partire le aveva insegnato questa giaculatoria: “Benedetto sei tu o Dio, e che sia fatta la tua volontà!”

Entra nell’Ordine francescano, la sua seconda famiglia: studi, sacerdozio e docenza.

Ancora ragazzino, Junipero Serra lasciò la casa paterna a Petra e si trasferì in città, dove venne affidato a un tutore addetto alla cattedrale. Egli decise di consacrarsi alla famiglia francescana. Non ancora diciassettenne, ricevette da un compaesano, padre Antonio Perellò, l’abito che contraddistingueva in suo nuovo stato. Junipero fece il noviziato preparatorio alla vita religiosa nel convento di Santa Maria di Gesù, dove fu paragonato dal provinciale ad una scala che, di gradino in gradino, saliva sul cammino della virtù verso la perfezione evangelica. Un quadro tuttora esistente nel convento di S. Francesco ci mostra quali erano questi gradini: il primo era la pazienza, seguita dall’umiltà e dall’obbedienza, fino alla carità che conduce all’amplesso con Cristo sulla Croce.

L’ingresso nell’Ordine dei frati minori avvenne con la professione dei tre voti di obbedienza, povertà e castità. Abbandonando il nome di famiglia, scelse quello di Junipero, compagno del patriarca di Assisi. La sua nuova dimora fu il convento delle Stimmate del nostro Padre S. Francesco, attuale convento di Palma. Lì rimase per ben diciotto anni, completando la sua formazione religiosa e intellettuale. Leggendo le cronache dell’Ordine, si sentiva rapito da uno spirito divino che lo invitava a seguire la scia dei grandi missionari apostolici. Egli si dedicò senza riserve allo studio, ottenendo risultati brillanti.

Prima ancora dell’ordinazione sacerdotale, Junipero fu designato lettore di Filosofia del convento, il principale della provincia, nonché cattedratico di Teologia presso l’Università Luliana. Già sacerdote, egli mantenne sempre vivo il contatto con la pastorale popolare. Era un predicatore molto ricercato dalle parrocchie e dai conventi di Maiorca. Da ricordare due importanti sermoni nel Duomo in occasione del Corpus Domini. Conosciamo anche quattro sermoni in lingua maiorchina tenuti nel convento di Santa Clara, uno dei quali intitolato: Dio è benigno quando perdona.

Juniperò lasciò la sua patria e rinunciò alla cattedra per abbracciare la vita di predicatore apostolico in Messico.

Junipero aveva 35 anni quando ricevette il permesso per andare missionario in Messico. Stava predicando la Quaresima a Petra, il suo paese natìo, quando il suo discepolo Palou gli portò la buona novella. Non volle rivelarla ai genitori, ormai anziani, per non turbarli. Pronunciò ancora il sermone nella festa della Madonna di Bonany, il martedì di Pasqua del 1749. Fu l’ultimo giorno fra i suoi. Tornando in città, si dedicò ancora ad alcuni impegni apostolici, partecipando alle rogazioni per la pioggia, dove esaltò il potere della preghiera. La domenica 13 aprile, la comunità si riunì nel refettorio del convento per il commiato ai due missionari, Junipero e Palou. L’ex-cattedratico chiese perdono ai confratelli per qualsiasi eventuale offesa avesse loro arrecato. In segno di umiltà baciò a tutti i piedi.

Junipero aveva subito una grande delusione. Perfino nei migliori campi spunta la zizzania. Quella partenza verso il Nuovo Mondo fu per lui anche una liberazione. Egli vi intuì la mano di Dio che scrive dritto con righe storte.

Arrivato a Cadice, il porto d’imbarco, dovette fare il passaporto: statura media, occhi castani, capelli neri, barba rada, costituzione piuttosto debole. Quello che non appariva, però, era il coraggio da gigante. Prima della partenza, che sapeva definitiva, inviò pure un’ardente lettera ai genitori. L’incarico di predicatore apostolico, del quale ormai si fregiava, era per lui la cosa più importante, tanto che ne andava fiero e ne gioiva. Sempre avanti e mai indietro! Ecco il suo motto.

Junipero si imbarcò sul vascello Nuestra Señora de Guadalupe, noto come il Villasota. Il viaggio transoceanico durò 99 giorni, calcolando i quindici giorni di missione in Porto Rico. I pericoli che dovette affrontare non furono pochi, compresa una violenta ondata che disalberò la nave. Sbarcati nel porto di Veracruz, i religiosi incaricarono il Servo di Dio di tenere un sermone ringraziando il Signore e la Madonna per il lieto esito della traversata. Aveva così inizio l’avventura missionaria.

Di costituzione fisica molto fragile, frà Junipero soffrì tutta la vita d’una ferita alla gamba.

Il porto di Veracruz distava più di cinquecento chilometri dalla capitale, Messico. Junipero volle farli a piedi, a differenza dei suoi compagni che andarono a cavallo. Il percorso fu massacrante. I piedi di Junipero si gonfiarono. Inoltre, egli fu punto da alcuni insetti che gli provocarono una ferita permanente alla gamba. Per il resto della sua esistenza, 35 anni, dovette sopportare questa ferita con conseguenti, enormi disagi, che tuttavia non riuscirono mai a distoglierlo dagli impegni apostolici.

Dirigendo le missioni della bassa California, vent’anni dopo il suo arrivo nel Nuovo Mondo, gli fu proposto di andare ad evangelizzare le terre settentrionali. Il Visitatore Reale, José de Gálvez, gli fece notare gli inconvenienti a cui poteva andare incontro uno che zoppicava come lui. Le distanze erano considerevoli e la regione assai impervia. La sofferenza quindi poteva facilmente diventare un martirio. Ma non ci fu nulla da fare: il nostro missionario voleva ad ogni costo arrivare a San Diego per piantarvi la Croce.

Il governatore Portolá tentò di trattenerlo a Loreto, ma invano. Junipero era deciso ad andare avanti, e rispose in modo risoluto: Confido in Dio. Egli mi darà le forze per arrivare fino a San Diego e a Monterrey. In questo momento il suo cuore era spronato dal motto Sempre avanti!

Durante il viaggio i suoi dolori divennero insopportabili. Non trovando nessun medico che potesse prendersi cura di lui, fece ricorso al mulattiere chiedendogli qualche rimedio. Padre, rispose questi, io non sono medico, m’intendo solo di bestie. – Allora prenditi cura di me, che sono un animale! replicò frà Junipero. Il mulattiere applicò alla ferita un cataplasma di lardo ed erbe. L’improvvisata cura fece meraviglie e il giorno dopo, essendo ormai cessati i dolori, frà Junipero poté celebrare la Messa e riprendere il viaggio.

Era volontà di Dio che arrivasse alla meta ambita, e così fu. Il beato Junipero sapeva che Dio è medico e medicina, provvidente e pronto ad aiutare quanti si affidano alla sua bontà.

Lo spirito di penitenza di Junipero. I simboli del suo apostolato furono la Croce e il campanello.

Al suo arrivo al convento di San Fernando, in Messico, uno dei frati fondatori gli diede un abbraccio di benvenuto dicendo: Magari ci avessero inviati una selva di juniperi [ginepri]! L’arrivo del novello missionario proveniente da Maiorca gli aveva senz’altro rammentato quello, avvenuto 70 anni prima, di un altro maiorchino, frà Antonio Llinás, in seguito promotore dei Collegi Apostolici di Propaganda Fide in America.

Il collegio fernandino era incaricato dell’evangelizzazione della Sierra Gorda di Querétaro. Di fronte alla cronica mancanza di missionari, puntualmente indicata dal frate guardiano, Junipero non esitò: Eccomi! Posso partire subito? Il suo apostolato fu esemplare. Provvedeva non solo ai bisogni spirituali e catechetici, ma anche a quelli sociali e materiali. La sua giornata si protraeva di sole in sole. Doveva non solo curare la formazione spirituale degli indigeni, ma anche insegnar loro a convivere con i vicini, a costruire, a coltivare la terra e allevare bestiame, nonché a svolgere altri lavori agricoli e attività commerciali.

Gli indios, che erano fuggiti dai villaggi per andare a nascondersi sulle montagne, fecero ritorno, confortati dall’ombra della Croce e dal suono delle campane. Sotto la guida dei missionari eressero ben cinque bellissime chiese che, più di 200 anni dopo, sono ancora un tesoro dell’arte barocca, simbolo dell’inculturazione ispano-indigena. Il tempio di Santiago de Jalpan fu opera personale di frà Junipero. Indossato un vecchio abito rattoppato, egli si mise a fare il muratore, impastando il cemento e portando a spalla i mattoni. L’esperienza apostolica in questo posto sperduto, oggi chiamato Jalpan de la Sierra, fu il vero noviziato che in seguito gli permise di intraprendere la grande avventura apostolica che lo aspettava.

Junipero è il grande evangelizzatore della California, fondatore di villaggi oggi diventati moderne città.

La storia dell’alta California, vale a dire quella fascia costiera del Pacifico settentrionale da San Diego fino a San Francisco lungo il Cammino Real, è il sogno del beato Junipero divenuto realtà. Egli vi fondò ben nove missioni principali: San Diego, San Juan Capistrano, San Luis Obispo, Santa Clara, San Francisco, San Antonio de Padua e San Buenaventura, senza dimenticare Los Angeles, inizialmente un villaggio di coloni, fondato in onore del giubileo della Porziuncola.

Il primo tassello di quella grande impresa apostolica fu San Fernando de Vellicatá, nella vecchia California. Fu lì che il servo di Dio restò di stucco vedendo arrivare uno stuolo di indios: andavano nudi, come Adamo nel paradiso prima del peccato. Le fondazioni delle missioni seguivano un rituale prestabilito: una volta sgombrato e preparato il terreno, si erigeva una Croce e si appendeva una campana all’albero che fungeva poi da baldacchino per l’altare. Con l’issopo venivano benedette l’aria e la terra e si invocava lo Spirito Santo. Dopo aver dato un nome al luogo, i soldati sparavano alcune salve di fucile per simboleggiare l’incorporazione della regione nella corona di Carlo III.

San Diego, fondata il 16 luglio 1769 sulla Collina del Presidio e oggi dominata dal Museo Junipero Serra, divenne la madre delle missioni della California. Il prezzo pagato non fu piccolo. I soldati erano quasi tutti malati di scorbuto, gli indios diverse volte diedero battaglia e non mancò perfino lo spettro della fame. Quando molti ritenevano che tutto fosse ormai perduto, e che non restava che battere in ritirata, il nostro frà Junipero oppose un netto rifiuto, proponendo invece di fare una novena a S. Giuseppe, patrono delle spedizioni spagnole.

Le rogazioni finirono il 19 marzo 1770, festa del patrono. All’improvviso, apparve all’orizzonte la nave San Antonio, comandata dal maiorchino Juan Pérez. Portava abbondanti provviste e truppe fresche. Da quel giorno frà Junipero Serra, chiaramente favorito dalla Provvidenza, divenne il Padre della California.

Junipero, peregrinante per sentieri senza confini, con sole o con tempesta. “Sempre avanti!” Ecco il suo motto.

Per tutta la vita il beato Junipero diede prova di coraggio. Aveva sempre chiaro che il Regno di Dio doveva avere la priorità su tutto: Le prime cose per prime, e sempre avanti, mai indietro! Questa tenacia scaturiva certamente dalla fede in Dio Padre e in Gesù. D’altronde, la sua fiducia nella Madonna era assoluta. Gli viene attribuita una novena in onore dell’Immacolata Concezione, col nome di Purissima Prelata, che egli pregava durante il suo soggiorno al collegio di San Fernando. Egli aveva fatto voto di difenderla sempre e ovunque, come solevano fare i frati francescani di Maiorca.

La protezione della Santissima Vergine si manifestò, per esempio, durante la fondazione della missione di San Gabriel. A un certo punto, gli indios cominciarono a mostrarsi ostili nei confronti dei missionari, emettendo urla di guerra e approntando gli archi. Un frate ebbe allora l’idea di esporre un quadro della Madonna e gli indios, paralizzati da tanta bellezza, divennero docili come agnelli.

Frà Junipero fu continuamente tormentato da avversità personali. La sua salute era cagionevole, ma non mollava mai, concedendosi un riposo solo quando soffriva di febbre alta o quando il senso di soffocazione gli impediva di andare avanti. Le ferite sanguinanti alla gamba e al piede non furono mai un ostacolo alle sue attività apostoliche.

Frà Junipero dovette anche affrontare alcune prove molto dure. Una notte di luna, seicento indios assaltarono la missione di San Diego, provocando ingenti danni, distruggendo le immagini e appiccando fuoco alle case. Il padre Luis Jaume, Crocifisso alla mano, tentò di calmarli con questa esortazione: Figli miei, amate Dio! Invano. Gli indios lo legarono e lo massacrarono con frecce e colpi di mazza. Egli fu il protomartire di quelle terre vergini e il suo sangue incoraggiò fra’ Junipero e compagni ad andare avanti.

Junipero pacificatore. La sua azione catechetica e sociale in mezzo agli indios, fonte di pace e di benessere.

Una delle beatitudini proclamate da Gesù riguarda gli operatori di pace. Fra di essi dobbiamo annoverare il nostro beato: Non dobbiamo scoraggiarci di fronte alle difficoltà e ai problemi, essi sono fonte di meriti al cospetto di Dio. Junipero riteneva gli ostacoli prove inviate da Dio per provare la nostra pazienza. Chi vuole diffondere la pace, deve anzitutto coltivarla nel suo cuore.

Come gli ulivi di Maiorca, che affondano le radici nella roccia e nella terra che li sostenta, così Junipero si manteneva saldo nella missione che Dio gli aveva affidato: evangelizzare! Per lui tutto era dono di Dio. Questo atteggiamento gli consentiva di cogliere nelle avversità un soffio del Padre, e quindi di vivere in pace e concordia con tutti. Il missionario non deve mai portare le armi. La sua arma è Gesù Cristo. Egli deve “rivestirsi di Cristo”, come ammonisce S. Paolo, per poter andare incontro ai pericoli.

E questi non sono mancati nella vita di frà Junipero. Durante la traversata verso il Nuovo Mondo rischiò il naufragio ben due volte. In piena missione, qualcuno avvelenò il vino col quale si disponeva a celebrare la Messa. Molte volte si trovò a rischiare la vita in mezzo al fragore delle armi: sulla collina di San Diego, nel canale di Santa Barbara, a Carmel, a Santa Ana… Nei pressi di San Carlos, gli spagnoli si accorsero che gli indios zanjones erano sul punto di sollevarsi. L’attacco sembrava imminente, come era successo poco prima a San Diego. Il servo di Dio irradiava pace e serenità in mezzo ai compagni angosciati. Il comandante organizzò un piano di difesa, consigliando a Junipero di rifugiarsi con gli altri frati nella bottega del fabbro. Essi trascorsero la notte in preghiera. La preghiera è l’arma della pace, anche se sappiamo che l’eventualità della morte non potrà mai abbandonarci. È una prova che noi non possiamo rifiutare. Junipero allora ricordò le parole di Raimondo Lullio: Signore, beati coloro che coprono il proprio corpo col vestito rosso, come Voi, il giorno della morte.

Il suo atteggiamento fu sempre di benevolenza e di pace nei confronti degli indios. In loro Junipero vedeva figli di Dio Padre, e anche figli suoi, giacché li aveva generati nella fede. Il suo ideale fu sempre di aiutarli e di proteggerli. Egli cercò sempre di promuovere non solo la loro fede cristiana, ma anche di procurargli una vita più dignitosa.

Morte piena di speranza di Junipero, il suo ultimo sacrificio. Sepolto nella missione di Carmel.

Come S. Francesco, Junipero aveva mortificato troppo il suo corpo. Arrivato ai settanta anni, era ormai sfinito. Nel 1784 si ritrovò privo di forze e col respiro affannoso. Al dolore alla gamba non vi faceva nemmeno più caso, era da troppo tempo ormai che lo tormentava. A metà agosto il dottore lo visitò e gli propose un cauterio per liberare i polmoni. Purtroppo non servì a niente. Il servo di Dio capì allora che era giunto il momento di rimettersi nelle mani del Padre.

Egli si era sempre preoccupato per gli altri e assai poco per se stesso. Il giorno 25 ebbe la tristezza di apprendere che la nave appena arrivata non portava nessun missionario, e che le anelate fondazioni di Santa Barbara e La Purissima dovevano essere quindi rinviate. Il 27 le sue forze cominciarono a venir meno. Disse subito a padre Palou, suo confessore, che desiderava recarsi in cappella per ricevere la Comunione e quindi prepararsi al trapasso. Andò coraggiosamente a piedi, accompagnato da una processione di frati, ufficiali reali, soldati e indios. Inginocchiatosi, cantò con voce forte il Tantum ergo per l’ultima volta. Con le lacrime agli occhi, ricevette l’assoluzione e poi la Santa Comunione. Rientrato nella cella, sentì mancargli le forze e chiese l’estrema unzione, recitando in seguito le litanie dei santi e i salmi penitenziali. Il giorno dopo, 28 agosto e festa di S. Agostino, ebbe un leggero miglioramento. Seduto su una austera sedia di bambù, ormai sentiva la morte come una compagna. Chiese al suo confessore di essere seppellito vicino al compianto confratello frà Juan Crespi. Riuscì ancora a pregare col breviario e a prendere una tazza di brodo. Adagiandosi sul giaciglio di legno grezzo, si addormentò per non più risvegliarsi. Fu trovato dal suo discepolo e biografo padre Palou abbracciato al suo crocifisso di 40 cm, che lo aveva sempre accompagnato in tutte le sue fatiche apostoliche. Gli indios gli offrirono meravigliosi fiori selvatici mentre tutti piangevano, consci di avere perso un padre benigno. E alcuni pensarono bene di ritagliarsi subito pezzi dell’abito per conservarli come preziose e venerate reliquie.
Nel settembre 1987 Giovanni Paolo II è andato a venerare il suo sepolcro a Carmel. Un anno dopo lo ha proclamato beato. In California la sua festa si celebra il primo luglio, in ricordo del suo arrivo a San Diego. In Maiorca, invece, si celebra il 26 agosto. Sia lui il nostro intercessore presso Dio!

Si ringrazia per la collaborazione il dr. Bartomeu Font i Obrador presidente dell’Associazione Amici di frà Junipero Serra di Palma de Maiorca.

Fonte: http://www.serraclubitalia.com/

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Il nuovo santo Fray Junípero e la vera identità americana

GUZMÁN CARRIQUIRY LECOUR*
Fonte:
Vatican insider


Molto prima dell’arrivo dei pellegrini del Mayflower e della fondazione delle 13 colonie del litorale atlantico, c’è una lunga storia di presenza ispanica, cattolica e missionaria negli Stati Uniti, che trova il suo primo momento nella fondazione di San Agustín, nella Florida, nel 1565, il municipio più antico degli Stati Uniti con un insediamento continuo. Essa si sviluppa dalla Florida e la Luisiana, e poi dal Golfo del Messico, dal Texas e Santa Fe, sino al litorale Pacifico. «Disgraziatamente  - scriveva il Presidente John Kennedy – sono troppi gli americani che credono che l’America fu scoperta nel 1620... e dimenticano la formidabile avventura che ebbe luogo durante il XVI secolo e inizi del XVII nel Sud e nel Sud Est degli Stati Uniti».

Questa ondata di esplorazioni, di insediamenti e di prima evangelizzazione visse un tempo di assestamento nel XVII secolo, ma registrò una forte ripresa dalla fine di quel secolo e durante il XVIII grazie alle missioni della Compagnia di Gesù – si conoscono le formidabili “reducciones” del Paraguay ma si sa pochissimo su quanto venne messo in atto in California. Dopo l’iniqua espulsione dei gesuiti da tutti i territori degli Imperi spagnolo e portoghese, furono i francescani a fondare le missioni nella California, dove fu ammirevole l’azione di Fray Junípero, tutta al servizio di Dio e di suoi figli, gli indios, abbracciati dalla carità evangelica. 

Dei 70mila nativi americani che abitavano nella California, furono circa 7mila che accorsero liberamente a vivere nelle missioni francescane. Fray Junípero fu per loro un grande padre e protettore, difese sempre la dignità umana degli indigeni e perciò entrò in duri conflitti con tutti i comandanti militari spagnoli della regione. Portò loro il Vangelo, cioè la più sublime autocoscienza di essere creature di Dio, a loro immagine e somiglianza, chiamate, per la catechesi e il battessimo, a essere figli di Dio. Li chiamò «figli» e sempre si prese cura di loro come tali. Imparò anche la loro lingua «pame» e la usò correntemente. Li istruì anche nelle coltivazioni agricole, nell’industria e nelle varie tecniche artigianali. 

L’eliminazione di tutti gli Ordini religiosi dall'Impero messicano nel 1822 provocò una secolarizzazione e la graduale rovina dei villaggi missionari e un grave danno per gli indigeni. Ma il colpo di grazia a loro fu dato dalla conquista dell’Ovest sino alla corsa dell’oro verso la California, che spostò gli indiani verso terre improduttive, emarginati, perseguitati e disprezzati. Trattare Fray Junípero Serra da «criminale razzista», come qualcuno sta cercando di fare oggi, non è soltanto una grossolana stupidità ma anche una infame calunnia che non regge il minimo confronto con la verità storica, con le più serie ricerche storiche e con le più importanti pubblicazioni circa la vita e l’opera di Fray Junípero. 

Le gesta missionarie di Fray Junípero sono contemporanee al processo di unificazione delle 13 colonie, della loro Dichiarazione dell’Indipendenza e della Costituzione degli Stati Uniti d’America. Bisogna qui ricordare che ridurre la storia della fondazione degli Stati Uniti all’avvento, alla crescita, all’unificazione e all’espansione delle 13 colonie del litorale atlantico è, senza dubbio, parziale e, in un certo senso, anche ideologico. Si tratta infatti soltanto di una parte - una parte molto importante e anche bella - di una storia che merita essere raccontata in modo completo, in tutti i suoi fattori. Senza dubbio, i pregiudizi anti-cattolici (in tempi di guerre di religione!) e anti-ispanici (in tempi di guerre per l’egemonia europea e mondiale!) spiegano quel misconoscimento. E quanto sono ancora radicati questi pregiudizi anti-ispanici e anticattolici come chiavi di lettura della realtà.

La frontiera come mito statunitense, costruito sulla base degli influenti lavori dello storico Frederick Jackson Turner e reso popolare per mezzo del “western”, non ha mai avuto niente di simile come contropartita narrativa da parte degli ispanici nei territori del Nord del Messico. Nei suoi testi del 1920, pubblicati sotto il titolo, «The Frontier in American History», Turner, di netta tendenza anglo-centrica, trasmise l’idea quasi esclusiva di una espansione degli statunitensi in un Ovest vergine, spopolato e selvaggio: l’incontro tra la «savagery» e la civiltà. Quale differenza nell’approccio con gli indiani tra quello adottato nelle missioni francescane in California e quello tenuto invece nell’espansione delle 13 colonie dell’Atlantico, dove prevaleva il proverbio «non c’è indio buono se non morto» («the only good indian is a dead indian»). Inoltre, quella di Turner è una immagine che deve essere corretta per adeguarla alla realtà storica. Infatti, gli ispanici non si limitarono a scoprire ed esplorare quasi tutto il territorio degli Stati Uniti ma vi mantennero una presenza continua e prolungata, che in regioni come California, Nuovo Messico, Texas, Luisiana o Florida, e altre ancora, hanno lasciato una profonda traccia culturale, notoria nella toponimia delle città e della geografia ma anche nell’architettura popolare, nell’urbanesimo e nella trasformazione del paesaggio urbano con l’introduzione dell'allevamento estensivo, nella lingua e nella tradizione cristiana. Si preferì seppellire tutto ciò, specialmente dopo che enormi territori messicani passarono sotto il dominio degli Stati Uniti.  

Il recupero di questa memoria ispanica e cattolica dentro una visione più completa dell'origine degli Stati Uniti arricchisce la storia e la proiezione odierna della vita della nazione. Aiuta anche a rompere muri di separazione tra ciò che è «anglo» e ciò che è «ispanico», tra la tradizione protestante e quella cattolica, tra gli Stati Uniti e l’America Latina. Proietta, inoltre, una maggiore comunione tra le Chiese e una maggiore solidarietà tra le nazioni di tutto il continente, come chiesto dall’Esortazione apostolica post-sinodale «Ecclesia in America». E permette a tanti milioni di ispanici che vivono negli Stati Uniti di liberarsi di una mentalità di gente che vive come straniera e ai margini della società nord-americana, appena tollerati e spesso discriminati e perseguitati. Riconoscendosi invece in linea di continuità con tutti gli ispanici che durante secoli popolarono enormi regioni del Sud-Ovest, del centro e dell’Est degli attuali Stati Uniti. Essi possono veramente affermare «We are americans», senza perciò dover abbandonare le loro migliori tradizioni culturali e religiose. La loro realtà richiede una seria, profonda, ragionevole ed equa riforma delle migrazioni e il rispetto dei diritti dei migranti e delle loro famiglie. Il grave errore di pensatori, come Samuel Huntington, è la coincidenza dell’identità nord-americana con ciò che è anglo-protestante.

Penso che la desiderata canonizzazione di Fray Junípero Serra lo convertirà in patrono di tutti i nord-americani, ma specialmente degli ispanici. Per tutta la Chiesa negli Stati Uniti e in particolare per le diocesi di San Diego, Los Angeles, Monterrey e San Francisco, la testimonianza di santità e l’esempio missionario di Fray Junípero Serra comporta una accresciuta responsabilità nell’evangelizzazione degli ispanici. Infatti, diversi istituti e ricerche demoscopiche mostrano che si assiste a una diminuzione della percentuale di cattolici tra gli ispanici negli Stati Uniti, soprattutto per gli ispanici di recente immigrazione, sotto l’impatto della secolarizzazione o della calda accoglienza delle comunità evangeliche. 
La Chiesa cattolica negli Stati Uniti deve prendere più profonda coscienza che tra circa cinque anni la popolazione di origine ispanica costituirà la metà della popolazione cattolica nel Paese. Con essa è tutto il destino della cattolicità nord-americana che è in gioco. Le gesta missionarie di Fray Junípero Serra insegnano che non può mancare oggi una grave responsabilità di tutta la Chiesa cattolica negli Stati Uniti per una nuova evangelizzazione degli ispanici. Non mancherà per questo impegno l’intercessione di Nostra Signora di Guadalupe e anche di Fray Junípero.

Fray Junípero sarebbe il primo santo ispanico negli Stati Uniti. Forse non percepiamo nella corona di santi nella storia del Paese come l’espressione, sia delle correnti di migratorie che lo hanno edificato con le virtù e le opere dei loro uomini e donne migliori, sia della cattolicità della Chiesa? Non è forse questo il carattere provvidenziale di cui è insignita l’America? In questo avvenimento cattolico si realizza già come realtà presente e come promessa di compimento il motto che è nella fondazione stessa degli Stati Uniti: «e pluribus unum». Si è detto che la Chiesa cattolica negli Stati Uniti è «un microcosmo globale» che riflette l’estrema eterogeneità dei componenti del mondo intero e dello stesso Paese in quanto procedenti di diverse ondate di immigrazione, cittadini di una stessa democrazia e potenza globale. Allo stesso tempo essa è portatrice di un avvenimento di unità, di un impeto di cattolicità, di una forza di salvezza in cui sono in gioco il destino della Nazione e la sua proiezione globale.

Sono sicuro che la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, nella quale anche ci sono molti vescovi ispanici, abbia accolto con grande gioia il desiderio di Papa Francesco di canonizzare Junípero Serra, come un grande dono per la Chiesa e per il Paese. E c’è da prevedere che non mancheranno le loro iniziative per custodire la vera memoria di Fray Junípero e per proporre la sua testimonianza di santità e di missione a tutti gli americani.

* Segretario incaricato della Vicepresidenza della Pontificia Commissione per l'America Latina

 

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