Kenya: Chiesa su decentramento e unità nazionale

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“Un percorso verso la pace sostenibile”: si intitola così il rapporto redatto dalla Commissione Giustizia e pace (Cjcp) della Conferenza episcopale del Kenya (Kec), pensato – spiega una nota dei vescovi – per “identificare le cause delle violenze nel Paese, così da pensare a possibili soluzioni da mettere in atto”. Il tutto nel quadro di transizione verso un definitivo sistema governativo decentrato, indicato nella nuova Costituzione approvata nel 2010.

 Pro e contro del decentramento
In effetti, l’idea del decentramento, definita anche “devolution”, vede contrapposti due schieramenti: quello che teme l’accentuarsi delle rivalità etniche, e quello che guarda all’opportunità di gestire in modo più equo le risorse su tutto il territorio, favorendo la lotta alla povertà e l’offerta di servizi pubblici anche nelle aree più svantaggiate.

 Politica locale conta quanto politica nazionale
Il rapporto della Cjcp fa, dunque, il punto della situazione, interrogando 582 persone provenienti da sette contee del Kenya. Sei, in particolare, i temi-chiave emersi dal rapporto: innanzitutto, esso dimostra che “la politica locale è importante quanto la politica nazionale”. Le risposte degli intervistati, infatti, indicano sostanzialmente una parità (71,5 a 72%) tra la politica locale e la politica nazionale come causa di conflitto nel Paese.

 Disoccupazione giovanile causa conflitti
Allo stesso tempo, anche “il controllo delle risorse”, soprattutto se gestito in modo iniquo, viene indicato come causa di scontri dal 74% degli intervistati. Quindi, il rapporto evidenzia che “la sensibilizzazione e l’emancipazione dei giovani li porta ad essere un elemento-chiave per la pace nel Paese, soprattutto in fase elettorale”, tanto che “la generazione dei giovani può influenzare la politica più dei politici stessi”. Dall’altra parte, tuttavia, il rapporto evidenzia come “la disoccupazione giovanile venga indicata dal 72% degli intervistati tra le cause principali di violenze, in quanto i ragazzi senza una fonte di reddito possono essere facilmente manipolati dalla politica”.

 No a tensioni terriere ed ai monopoli
Altro punto focale evidenziato dalla Cjcp è quello relativo alla questione terriera: “Le dispute legate alla terra spesso causano tensione – spiega il rapporto – e i conflitti frontalieri acuiscono gli scontri nelle zone di confine”. Ad “accendere la miccia”, inoltre, è anche “la percezione di un predominio da parte di un unico gruppo”, sia esso sociale, economico o politico. Infine, alla domanda sui timori che il decentramento possa intensificare la disgregazione nazionale, il 23% risponde di sì.

 Necessario equilibrio tra controllo del potere e controllo delle risorse
Sulla base dei risultati ottenuti, dunque, il rapporto di Giustizia e pace suggerisce alcune soluzioni: innanzitutto, viene sottolineata la necessità di un equilibrio tra “controllo del potere e controllo delle risorse”, perché ciò “giocherà un ruolo importante nell’assicurare” la pace. Ogni programma sulla risoluzione dei conflitti, dunque, “dovrà monitorare le dinamiche del potere ed il conseguente stanziamento delle risorse per garantirne l’equità nella distribuzione”.

 Implementare educazione civica della popolazione
Sottolineando, poi, il rapporto critico che si viene a creare tra le questioni terriere e le elezioni politiche, soprattutto per la conquista dei voti dell’elettorato, il documento della Cjcp chiede che “ogni progetto di soluzione di conflitti affronti il tema della terra”. Inoltre, “a causa della generale resistenza al cambiamento”, l’educazione civica viene indicata come parte essenziale di ogni programma formativo, “poiché le modifiche apportate dalla nuova Costituzione non sono state ben comprese da tutti e le incomprensioni su questo argomento possono provocare conflitti”.

 Coinvolgere di più i giovani, agenti del cambiamento
Ulteriori suggerimenti offerti dalla Cjcp riguardano il coinvolgimento dei giovani, affinché diventino “agenti di cambiamento”, “costruendo, facendo e mantenendo la pace”; in quest’ottica, viene ribadita anche l’importanza di una loro “emancipazione economica”, così che possano “partecipare attivamente alla preparazione ed all’attuazione di progetti economici governativi”. Infine, si richiede di “sostenere le iniziative locali”, perché le singole comunità possano essere rafforzate e diventare “operatrici di pace” in tutto il Kenya. (I.P.)

 

Ultima modifica il Giovedì, 19 Marzo 2015 08:37

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