Quattro chiacchiere con Mons. Ponce de León

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Pubblicato in I missionari dicono
Raccontaci della tua traiettoria come vescovo

Prima che vescovo Missionario e Missionario della Consolata con una certa esperienza nel Sud Africa dove poi sono stato chiamato a servire come vescovo. L’avventura è cominciata nel mese di novembre del 2008, quando sono stato nominato. Voi sapete che dopo la nomina ci sono 3 mesi di tempo per l’ordinazione e l’entrata canonica nella nuova diocesi. Io ho dovuto chiedere una dispensa perché il territorio di Ingwavuma, dove ero stato nominato vicario apostolico, nei primi mesi dell’anno fa davvero troppo caldo per poter fare una celebrazione “impegnativa” come un’ordinazione e quindi questa è stata fatta il 18 aprile del 2009.

Ad ogni modo c’è un ricordo bello del mio ingresso nel vicariato ancora prima di essere ordinato, era il 29 gennaio, anniversario della nostra fondazione, quando con il padre Ze Martins, che era venuto a prendermi all’aeroporto, abbiamo attraversato la frontiera di quella che sarebbe stata la mia terra, la mia missione, il vicariato. Assieme abbiamo fatto una preghiera al Fondatore per benedire quell’impresa che era cominciata. Ingwavuma è un territorio molto bello, prossimo all’oceano indico, immediatamente a sud del Mozambico y all’oriente dello Swaziland, oggi eSwatini.

Ma allora come ha fatto a diventare l’unico vescovo cattolico dello eSwatini?

È successo che il vescovo prima di me in eSwatini è morto improvvisamente all’età di 67, evidentemente nessuno se l’aspettava e quindi a Roma hanno pensato bene di nominarmi amministratore della diocesi che aveva perso il suo vescovo. Geograficamente, anche se una frontiera ci divideva, non eravamo lontani. Poi anche la lingua Zulu che era la lingua con la quale si celebrava e si educava nei due territori, quindi molto conosciuta... Bisogna comunque dire con chiarezza che eSwatini e il Sudafrica non sono la stessa cosa, tutta la storia di Aparteid e di violenza del Sudafrica non sono conosciute a eSwatini. Se in Sudafrica come bianco destavi subito sospetti se circolavi fuori dalle zone dove avresti dovuto stare... non succede lo stesso in eSwatini. Lì invece risulta strano se ti scoprono a girare da solo non perché sei bianco, ma perché sei vescovo, e nella loro mentalità il vescovo va con la macchina e con l’autista.

Insomma, in pochi anni ho dovuto occuparmi delle due giurisdizioni ecclesiastiche. Ricordo che in una comunità cristiana una signora aveva detto che sarebbe stato perfetto se fossi rimasto per sempre a eSwatini perché loro erano contenti e non volevano che me ne andassi. La mia risposta è stata che un vescovo si sposa con una diocesi e la mia era Ingwavuma. la sua risposta è stata lapidaria: “monsignore, noi siamo una cultura poligama... se puoi avere tutte le donne che vuoi, non vedo perché un vescovo non possa avere tutte le diocesi che voglia”. Alla fine è andata proprio così. in eSwatini sono stato prima amministratore, poi dopo sono diventato vescovo titolare e amministratore di Ingwavuma... insomma, il mio momento di poligamia l’ho anche avuto, aveva ragione la signora.

E come ti sei trovato nella nuova diocesi, tra l’altro unico vescovo cattolico?

È vero, sono l’unico vescovo cattolico ma non sono solo. Unico in eSwatini ma ben accompagnato dalla conferenza episcopale che riunisce i vescovi di tre paesi (SudAfrica, eSwatini e Botswana, e anche da un organismo nato nel 1976, il Consiglio delle chiese cristiane, che riunisce 13 chiese cristiane che operano in eSwatini e che assieme lavoravano in quegli anni nell’emergenza dei rifugiati provenienti dal Sudafrica dell’Aparteid e dal Mozambico in guerra civile. Quando la violenza è arrivata anche in eSwatini l’anno scorso... questa solidarietà episcopale ed ecumenica è stata importantissima: il Consiglio delle chiese è rispettato, ascoltato, indipendente anche se viviamo nel precario equilibrio imposto da una comunità che vive divisa in due bandi abbastanza difficili da riconciliare, quelli che vivono all’ombra del governo e della monarchia e hanno tutto risolto, e gli altri che non hanno questa fortuna e anche se studiano fanno fatica a trovare lavoro. E noi siamo pastori di tutti loro.

Cosa è successo lo scorso anno?

Nel mese di maggio del 2021 è stato trovato barbaramente ucciso un giovane universitario. Tutti i sospetti ricadevano sulla polizia e la celebrazione del suo funerale è stata tutto il tempo caricata di rabbia e di tensione. I giovani, in modo particolare, hanno cominciato a presentare le loro aspettative ai loro rapresentanti in parlamento. A un certo punto il primo ministro decise di fermare questo.

Noi, Consiglio delle Chiese abbiamo chiesto un incontro con il governo e lo stesso giorno che siamo stati ricevuti è scoppiata incontrollata e violente la rabbia, la frustrazione, la ribellione soprattutto dei giovani. 

ESwatini ha sempre avuto un buon sistema educativo, anche dal Sudafrica molti sono venuti a studiare da noi nel tempo della segregazione raziale. 

Eppure tutti questi giovani studenti sanno che almeno la metà di loro non troveranno un lavoro, e quelli che lo trovano lo possono avere se si sottomettono a tutto un sistema clientelare che alla fine ha le sue ragioni profonde nella monarchia poco disposta, fin’ora, a una profonda riforma dei sistemi politici. Ancora oggi l’esercito è nelle strade e la rivolta potrebbe riaccendersi in qualsiasi momento. La carta importante che come chiesa cattolica o Consiglio delle chiese possiamo giocare è quella della mediazione. Certamente qualcosa è cambiato, prima vedevano eSwatini come una nazione pacifica, oggi abbiamo scoperto un volto nuovo: quello di una nazione repressa e dominata dalla paura.

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Che chiesa hai trovato quando sei arrivato in eSwatini?

Una chiesa cristiana con radici profonde anche se frantumata in miriadi di sette. È presto detto: i cattolici, che sono la chiesa più numerosa, non superano il 5% della popolazione. L’evangelizzazione di questo paese è stata intrapresa dai Servi di Maria che arrivarono, lo seppi quando mi caddero fra le mani i tre volumi della storia della loro missione in questo territorio, nel 1914. Dopo di loro solo una presenza salesiana ma nessun altro per più di 60 anni. Quando arrivai a eSwatini, senza saperlo, ero alle porte della celebrazione del centenario e abbiamo cercato di rendere solenne questa celebrazione perché bisognava riconoscere il lavoro fatto e che ha dato consistenza alle parrocchie e alle comunità cristiane, sto parlando di 17 parrocchie e 120 comunità ben organizzate. 

Una delle cose che feci al principio, per poter vedere la mia chiesa non con gli occhi del vescovo ma con gli occhi dei mie sacerdoti, è stata quelle di andare a celebrare l’eucaristia domenicale nelle diverse cappelle senza mai avvisare prima la comunità. Lo facevo con la complicità dei sacerdoti che mi hanno sempre assecondato. Ho sempre trovato celebrazioni nutrite, partecipate, comunità accoglienti e cordiali anche se qualche volta un po’ sorprese di vedere questo nuovo sacerdote che le visitava.

E adesso ti sei portato i Missionari della Consolata

Mi sembrava doveroso. Ricordo aver scritto una lettera al capitolo del 2017 nella quale parlavo di noi come l’ultima nata e riconoscevo il servizio carismatico e lo stile della mia stessa comunità nei giovani missionari arrivati un anno prima. I missionari della regione del Sudafrica si erano già mossi e devo ringraziare Dio non solo per la presenza ma per lo stile “consolatino” di lavorare, sempre vicini alle persone. Quando sono arrivati ho affidato loro una nuova parrocchia segregata dalla parrocchia della cattedrale. Ricordo che una comunità espressamente aveva chiesto di non essere separata dall’anteriore parrocchia, che loro stavano bene così com’erano. Io ai missionari che erano arrivati non avevo detto niente, avevo solo chiesto di cominciare la visita, casa per casa delle famiglie della parrocchia. Forse è stata una fortunata coincidenza, ma loro, senza sapere niente, hanno cominciato precisamente dal settore che non ne voleva sapere. I cristiani non erano abituati a vedere i sacerdoti a casa loro e si sono subito affezionati e gli stessi che non volevano stare nella nuova parrocchia, poco tempo dopo e pubblicamente, hanno fatto sapere che quella era la parrocchia dove stavano meglio.

Che sfide hai davanti?

Certamente a livello politico la riconciliazione nazionale che probabilmente dovrà passare da una riforma della monarchia saldamente al potere ma grazie anche a un controllo ferreo della popolazione e alla paura. Non è chiaro ancora dove porteranno le manifestazioni dell’anno scorso ma dobbiamo essere vigili, attenti e disposti ad ascoltare il dolore del nostro popolo.

Poi a livello ecclesiale penso che l’esperienza del Covid dalla quale siamo appena usciti ha lasciato anche molti insegnamenti. Nel caso nostro le chiese sono ancora piene ma la vita parrocchiale gira troppo attorno alla figura del sacerdote. Nei prossimi anni avremo anche delle nuove ordinazioni ma poi da quattro anni nessun seminarista è entrato in seminario. Papa Francesco vuole una chiesa più sinodale, con maggor partecipazione e presenza di ministeri e questa è una sfida che non possiamo non raccogliere. Quando papa Francesco pochi anni fa ha voluto celebrare uno speciale mese missionario, noi abbiamo celebrato tutto un anno missionario. Poi abbiamo creato un sistema on line per raccogliere le preoccupazioni, i sogni, i desideri delle persone... e abbiamo ricevuto dei riscontri che non possiamo lasciare cadere. 

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