Noi missionari che celebriamo 50 anni di sacerdozio (G50), abbiamo vissuto a Roma la seconda settimana focalizzata sull’Istituto e su noi stessi.
La Realtà dell’IMC
Lunedì 11 maggio, la nostra Direzione generale ci ha parlato della «Realtà dell’IMC». Il Superiore Generale, impossibilitato anche a collegarsi in video perché nel pieno della foresta amazzonica brasiliana in Visita Canonica, ha condiviso con noi un testo denso nel quale ci ha offerto un «quadro generale» della realtà. Poi padre Mathew Odhiamo e padre Juan Pablo De Los Rios, consiglieri generali e animatori del nostro corso, hanno completato la panoramica.

Condivisione sulla realtà dell'Istituto oggi. Foto: Jaime C. Patias
Da una parte abbiamo apprezzato la realtà di un Istituto vivo e dinamico, dove la missione fa ancora sognare. Dall’altra non ci hanno nascosto le problematiche esistenti, che non sono solo nel mondo nel quale viviamo, ma anche tra di noi. Certamente l’Istituto è molto cambiato da quando noi G50 abbiamo iniziato il nostro cammino, oltre 50 anni fa. Allora era quasi totalmente composto da italiani, oggi gli italiani stanno scomparendo e la maggioranza sono africani. Ora l’Europa è diventata terra di missione con un alto tasso di scristianizzazione, mentre le Chiese d’Africa hanno una vitalità sorprendente. Allora, dire «missione» era, per noi, dire Africa. Oggi l’orizzonte specifico dell’ad gentes è tutto da riscoprire, andando ben oltre i limiti geografici.
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In questo contesto il nostro Istituto non può andare avanti come se niente fosse successo. Certo per noi la Vita Consacrata, come via alla santità, e l’impegno ad gentes sono elementi qualificanti e fondanti, ma anche tra di noi c’è la piaga dell’individualismo e la tentazione di cercare una sistemazione nelle aree ricche, in comunità già strutturate, evitando la frontiera, le aree più povere e più marginali, e quelle dove l’internet è scarso e i social non sono garantiti.

I consiglieri generali, padre Mathew Odhiamo e padre Juan Pablo De Los Rios
Di fronte a queste realtà sia di gioia che di sofferenza, è bello vedere come l’Istituto sia un corpo vivo che cerca risposte concrete, che ha colto l’opportunità della canonizzazione del nostro Fondatore, San Giuseppe Allamano come momento bello è importante per rinnovarsi e consolidarsi nella sua chiamata alla santità e alla missione. È chiaro anche che il rinnovamento non è solo un’iniziativa dall’alto, ma coinvolge tutti di noi: non solo i giovani in formazione, ma anche noi «nonni», sfidati a vivere non solo di ricordi, ma a trarre dalle nostre esperienze l’energia per continuare a rinnovarci, a diventare disponibili e creativi per risposte nuove e significative alle sfide della missione oggi.
Ripartire da Cristo
Su questo è stato poi bello l’intervento di padre Stefano Camerlengo da Dianrà in Costa d’Avorio, il 12 maggio.
Dopo averci ricordato che lo scopo dell’Istituto è quello di mostrare il vero volto di Cristo al mondo, ci ha sfidato a rimettere Cristo Gesù al centro della nostra vita per rinnovare la qualità della vita comunitaria e della missione. Questa è una sfida che richiede conversione da parte nostra, visto spesso siamo diventati troppo mondani. Occorre non annacquare lo Spirito e aiutarci, ciascuno nel suo ruolo, a mantenere l’amore originale senza cedere alla mondanità. Ritornare allo spirito originario, - iconicamente rappresentato dal libretto del Regolamento nelle antiche foto di San Giuseppe Allamano (ndr.) - non è un tornare indietro, ma rifondarsi su basi solide per guardare in avanti nell’amore reciproco e in una vita fondata solo su Gesù Cristo.

Dalla Costa d'Avorio, tramite videoconferenza, padre Stefano si rivolge ai missionari del corso G50 a Roma
Questo è possibile solo se siamo davvero comunità. Senza una vera vita di comunità noi come missionari siamo niente. Abbiamo quindi bisogno di lavorare su noi stessi, sapendo che non siamo mai degli arrivati, di avere cura del fratello, di credere nella comunità e di lasciarci curare dai confratelli. Richiede di mettere davvero Gesù al centro della vita personale e comunitaria, domandandosi chi è davvero il centro della nostra vita: io o Gesù, io o l’Istituto, io o la missione? Dalla risposta a queste domande rinasce l’evangelizzazione come passione per il Regno, per i poveri, per l’annuncio del Vangelo. La vera evangelizzazione poi ci fa riscoprire il senso di comunità. Evangelizzare crea comunità, famiglia, festa. Se poi uno è davvero innamorato di Cristo, non può non essere parte viva della comunità che è il corpo di Cristo, riscoprendo la sua vera natura di parte di un tutto, di umile servitore che sa gioire del bene e della crescita degli altri, e sa di aver bisogno degli altri.

Da tutto questo nasce poi anche una sfida per chi è chiamato al servizio di essere superiore di comunità, un servizio spesso non facile di fronte all’inganno dell’individualismo, ma essenziale perché una comunità sia davvero famiglia, chiesa e luogo dove ogni missionario ritempra la sua passione per il Vangelo.
Udienza in Piazza San Pietro
Il 13 maggio siamo andati in Piazza San Pietro per l’Udienza con papa Leone. Siamo arrivati prestissimo e ci hanno messo in un angolino privilegiato proprio di fronte al Papa. Siamo stati citati per primi, quando hanno annunciato la lista di tutti i presenta da ogni parte del mondo. Abbiamo ascoltato le sue parole e lo abbiamo seguito mentre poi salutava l’immensa folla da tutto il mondo. Personalmente non ero molto entusiasta di passare tutte quelle ore al sole e alla pioggia per sentire quello che avrei potuto ascoltare e vedere meglio davanti alla televisione. Ma un fatto mi ha colpito e mi ha riempito di gioia, ricordandomi la bellezza della Pentecoste: tutti quegli annuncia, saluti, messaggio e preghiere proclamati in tante lingue diverse. Bellissimo e toccante.

Il Papa Leone saluta i fedeli in Piazza San Pietro dopo l'udienza. Foto: Gigi Anataloni
Il 14 maggio è stato un giorno dedicato invece a noi stessi, per aiutarci nella «gestione della nostra salute fisica e mentale e lo sviluppo di nuove competenze». Ci ha guidato il dottor e professor don Gian Franco Poli, sacerdote diocesano e nostro coetaneo. È stato un dialogo interessante e intenso, tenendo conto che alla nostra età gli acciacchi sono normali e che ciascuno di noi viaggia con una bella scorta di medicinali.

I missionari partecipanti al corso di formazione nella Casa Generalizia a Roma
L’intervento, molto dialogico e con ampi spazi di condivisione, ci ha aiutato a rileggere positivamente la nostra situazione e ci ha dato suggerimenti concreti sul come gestire la nostra salute, migliorando l’impegno nella cura reciproca e stimolandoci a una nuova creatività a servizio della missione. «Mettetevi in discussione», ci ha detto. Un chiaro invito a reagire alla rassegnazione e passività che sono il rischio della nostra età, soprattutto quando le condizioni di salute non sono ottimali. Da qui la necessità di una spiritualità profonda, di «volersi bene» e ancor più «voler bene», senza chiudersi, ma vivendo un vero spirito di comunità e famiglia e «custodendo il nostro corpo e la nostra mente come luogo della missione».
Ci ha anche ricordato quanto sia importante continuare a imparare, ad acquisire nuove competenze, per poter vivere con pienezza, essere capaci di accogliere le nuove sfide della missione e continuare a trasmettere e condividere quello che è la passione e l’amore della nostra vita, Gesù Cristo.
È stato bello condividere anche le nostre debolezze e fragilità, ma soprattutto la passione che ancora brucia nel cuore di tutti. Grazie!
* Padre Gigi Anataloni, IMC, direttore responsabile della rivista Missioni Consolata e direttore Archivio fotografico MC.






