At 8,5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv,15-21
La liturgia della VI Domenica di Pasqua ci invita a riconoscere e accogliere la presenza di Dio nel cammino storico della Chiesa: una presenza discreta, spesso silenziosa, eppure profondamente efficace e capace di infondere pace e fiducia. Anche quando non è immediatamente percepibile, essa sostiene, orienta e rinnova continuamente la vita della comunità dei credenti.
La promessa di Gesù «non vi lascerò orfani» racchiude in modo essenziale il cuore di questo messaggio. In essa risuona la certezza di una vicinanza che non viene mai meno, di una fedeltà che accompagna la Chiesa in ogni tempo e in ogni situazione, rendendola segno vivo della presenza di Dio nella storia.
La prima lettura (At 8,5-8.14-17) presenta con grande chiarezza la comunità cristiana mentre testimonia la Buona Novella di Gesù, facendosi presenza viva di liberazione e di salvezza nella storia degli uomini. Non è un annuncio puramente teorico, ma una realtà incarnata, capace di trasformare la vita, di guarire le ferite e di aprire orizzonti di speranza.
Al tempo stesso, il testo mette in luce una condizione fondamentale: lo Spirito si manifesta e agisce in pienezza solo quando la comunità accetta di vivere la fede come comunione. Essa è chiamata a riconoscersi e a costruirsi come un’unica famiglia universale di fratelli, radunati attorno al Padre e a Gesù. È proprio in questa apertura all’unità, che supera ogni divisione, che la presenza dello Spirito diventa concreta, operante e feconda.
Una comunità cristiana è il luogo teologico in cui si rende visibile e concreta la comunione con Cristo e, inseparabilmente, la comunione con tutti i fratelli che condividono la stessa fede. È nella carità vissuta, nella fraternità autentica e nella consapevolezza di appartenere a un unico Popolo di Dio, pellegrino nella storia e animato dallo stesso Spirito, che si manifesta e cresce la vita dello Spirito.
Per questo, ogni credente è chiamato a maturare una profonda coscienza ecclesiale: non è un individuo isolato, autosufficiente o indipendente, ma un membro vivo del Corpo di Cristo. Espressioni come «io ho la mia fede» risultano inadeguate quando rivelano la pretesa di vivere il rapporto con Dio in modo individualistico, senza lasciarsi coinvolgere nella comunione, nel discernimento e nella correzione fraterna che caratterizzano la vita della Chiesa.
Allo stesso modo, ogni comunità è chiamata a superare ogni forma di chiusura o autosufficienza, per riconoscersi come parte viva dell’unica Chiesa universale. Essa vive e cresce nella misura in cui si apre alla comunione, alla condivisione dei doni e alla solidarietà concreta con tutti i fratelli che, in ogni parte del mondo, professano la stessa fede. È in questa unità, dono e compito insieme, che la Chiesa diventa segno credibile e sacramento della presenza salvifica di Dio nel mondo.
Il testo invita a riconoscere, con sguardo di fede, che Dio opera anche attraverso le contraddizioni e le prove della storia. Perfino da situazioni negative, come la persecuzione, Egli fa scaturire nuovi cammini di annuncio e di salvezza.
Le difficoltà della vita non sono quindi prive di senso, ma possono diventare occasioni attraverso cui il Signore ci purifica, ci scuote dalle nostre comodità e ci chiama a un impegno più autentico. Al credente è chiesto di imparare a fidarsi: Dio, nella sua sapienza, sa trasformare anche il male in bene e orientare ogni cosa verso un disegno di vita.
La seconda lettura (1Pt 3,15-18) esorta i credenti, posti di fronte all’ostilità del mondo, a rimanere saldi nella fiducia, offrendo una testimonianza serena e credibile della propria fede. Essi sono chiamati a vivere la carità senza misura, estendendola a tutti, anche a coloro che li avversano o li perseguitano.
In questo cammino, Cristo stesso è il modello supremo: Egli ha fatto della sua vita un dono totale di amore. Tenendo fisso lo sguardo su di Lui, i cristiani imparano a rispondere al male con il bene, rendendo la loro vita un segno eloquente della presenza salvifica di Dio nel mondo.
Di fronte alle difficoltà e alle proposte che contraddicono i valori cristiani, il credente è chiamato a verificare la propria fiducia e la propria speranza. Deve chiedersi dove le ripone davvero. Se in Cristo, Signore della vita, del mondo e della storia. Oppure in schemi più immediati, materiali e apparentemente più razionali secondo la logica umana.
Allo stesso modo, di fronte agli attacchi, spesso incoerenti o irrazionali, di chi non condivide i valori del Vangelo, il cristiano è chiamato a riflettere sul proprio comportamento. Non deve rispondere con la stessa aggressività ricevuta. Non deve cedere all’intolleranza. Non deve seguire la logica del “occhio per occhio, dente per dente”. Al contrario, è chiamato a conformarsi allo stile di Cristo.
Gesù, infatti, ha risposto all’ingiustizia e alla violenza non con la vendetta, ma con il perdono e l’amore. Anche nei confronti di coloro che lo hanno condannato e ucciso, Egli ha continuato a offrire sé stesso come dono totale. Questo rimane il criterio fondamentale che i cristiani sono chiamati a vivere e a testimoniare nella loro vita quotidiana.
Il Vangelo (Gv,15-21) ci presenta una parte del “testamento” di Gesù, pronunciato durante la cena di addio del Giovedì Santo. Ai discepoli, inquieti e smarriti, Gesù promette il Paraclito. Egli guiderà la comunità cristiana verso la verità piena e la sosterrà nel cammino della fede. La condurrà inoltre a una comunione sempre più profonda con Gesù e con il Padre. In questo modo, la comunità diventerà la “dimora di Dio” nel mondo e renderà testimonianza della salvezza che Dio offre all’intera umanità.
La passione di Gesù continua a verificarsi ogni giorno nella vita di ciascuno di noi e in quella di tanti nostri fratelli. Ci sentiamo spesso impotenti di fronte alla guerra e al terrorismo. Non riusciamo a prevedere né a evitare le catastrofi naturali. Soffriamo a causa dell’ingiustizia e dell’oppressione. Vediamo il mondo costruito secondo criteri di egoismo e di materialismo. Non possiamo evitare la malattia e la morte.
Crediamo nel “Regno di Dio”, ma esso sembra tardare, quasi non dovesse mai arrivare. Così, camminiamo talvolta scoraggiati e disorientati verso un futuro il cui esito resta incerto per l’umanità.
Eppure, per i credenti esistono solide ragioni di speranza. Gesù ci ha assicurato che non saremmo rimasti orfani e che sarebbe sempre rimasto al nostro fianco. Nella lettura della storia e del mondo, ciò che prevale non è il pessimismo di chi si sente solo e smarrito tra forze di morte, ma la speranza di chi sa che il Cristo risorto è vivo e presente, e accompagna il cammino della sua comunità lungo la storia.
Gesù ha garantito ai suoi discepoli il dono dello Spirito, un “Difensore” e un “Consolatore”, che anima la comunità cristiana e la accompagna nel suo cammino attraverso la storia. Noi crediamo, dunque, che lo Spirito sia realmente presente: sostiene la Chiesa, la orienta, suscita vita nuova e alimenta la speranza nei credenti pellegrini nella storia.
Le manifestazioni dello Spirito si riconoscono nella vita delle persone, negli eventi della storia e nel cammino della Chiesa, ogni volta che emerge il bene, la verità e la comunione.
La comunità cristiana, unita a Cristo e al Padre e vivificata dallo Spirito, è il “tempio di Dio”, il luogo in cui Dio abita in mezzo agli uomini. Attraverso di essa, il Dio liberatore continua a realizzare il suo progetto di salvezza nel mondo.
La Chiesa è chiamata a essere oggi il luogo dell’incontro con Dio. Essa rende testimonianza del Vangelo con gesti concreti di amore, di servizio, di umanità, di libertà, di comprensione, di perdono, di tolleranza e di solidarietà verso i poveri. In questo modo diventa segno credibile del Dio che vuole offrire salvezza all’umanità.
Alla “famiglia di Dio” resta l’impegno di crescere continuamente in questa autenticità. È un cammino costante di conversione e maturazione. Solo così essa può diventare sempre più una trasparenza viva della presenza di Dio in mezzo agli uomini.
* Padre Geoffrey Boriga, IMC, licenziato in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma.






