Dopo un'interruzione di 12 anni, sono tornato in Corea del Sud, il mio primo amore missionario, dove ho servito per 17 anni. Ho trovato un paese in profonda trasformazione tecnologica e sociale, dove la missione principale dei missionari della Consolata rimane invariata: la promozione del dialogo interreligioso e l’evangelizzazione.
Sono originario di Lordelo, Paredes, Portogallo e risiedo attualmente nella comunità di Águas Santas, nel distretto di Porto. Quest'anno celebro 30 anni di sacerdozio e, lo scorso gennaio sono tornato al mio primo amore missionario, la Corea del Sud. Lì ho vissuto un periodo di formazione permanente, ho rivisitato ricordi e luoghi e ho ripercorso il cammino compiuto dall'Istituto Missioni Consolata in quel Paese dell'Estremo Oriente - un cammino iniziato nel gennaio del 1988, del quale ho fatto parte per 17 anni, tra il novembre del 1996 e il giugno del 2014. In queste pagine condivido con voi una riflessione su una delle attività principali della missione dei missionari della Consolata in Corea del Sud: il dialogo ecumenico e interreligioso.

Gli abitanti della Corea del Sud vivono tra tradizione e modernità
In questo viaggio ho potuto constatare qualcosa che mi ha profondamente colpito: visitare un paese dopo un intervallo di 12 anni è qualcosa che arricchisce l'anima - soprattutto quando l'esperienza in Corea del Sud ha segnato profondamente la mia vita a tutti i livelli: umano, cristiano e missionario. Come si dice spesso, “è bello tornare nei luoghi dove siamo stati felici”. È stato esattamente questo. Sapevo che i cambiamenti che avrei trovato sarebbero stati considerevoli - a livello tecnologico, sociale, culturale e persino religioso - soprattutto per quanto riguarda la Chiesa Cattolica.
Dall'isolamento al fenomeno K-Pop
Nel corso dei 17 anni di vita e missione in Corea, ho assistito a numerosi cambiamenti, tra cui una rapida occidentalizzazione della società. Dopo decenni segnati da successive dittature, che fecero seguito alla divisione del paese nel 1953, la democratizzazione del 1987 aprì letteralmente la Corea del Sud al mondo. A poco a poco, cessò di essere un "piccolo paese eremita", chiuso in sé stesso, per diventare una delle maggiori potenze economiche mondiali, sfruttando i Giochi Olimpici Estivi del 1988 per presentarsi al mondo.
Uno dei cambiamenti più interessanti che ho riscontrato riguarda il contatto fisico tra le persone - qualcosa che era tradizionalmente evitato in molti paesi orientali, dove l'inchino costituiva la forma abituale di saluto e si manteneva una certa distanza. Ora mi ha sorpreso vedere fidanzati che si tengono liberamente per mano e che abbracci e baci fanno parte del saluto tra familiari e amici, anche se ancora con una certa discrezione.
Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica, ho potuto constatare che la crisi delle vocazioni e la scarsità di giovani nelle parrocchie è sempre più evidente. Una delle ragioni è legata al fatto che la Corea è uno dei paesi con il tasso di natalità più basso al mondo - una tendenza che si è aggravata in modo preoccupante. Sono rimasto stupito nell'apprendere che molti asili nido hanno chiuso per lasciare spazio a case di riposo o strutture per anziani, proprio a causa della mancanza di bambini. Ancora di più: il matrimonio tradizionale, come in Occidente, è sempre meno ricercato.
D'altra parte, ho constatato che lo sviluppo tecnologico continua a crescere in diversi ambiti e che l'investimento nella cultura è sempre più accentuato - qualcosa ben visibile nel fenomeno della musica pop coreana. L'Oscar per il Miglior Film d'Animazione è stato, peraltro, recentemente assegnato al film “Guerriere del K-Pop”, che integra riferimenti alla mitologia tradizionale coreana e una colonna sonora diventata molto popolare.
I tre pilastri della missione
Quanto alla presenza dei missionari della Consolata nel Paese, la missione della congregazione si fonda sui tre pilastri definiti all'arrivo nel paese nel 1988: l'animazione missionaria della Chiesa locale, la presenza tra i più poveri - soprattutto immigrati in situazione irregolare - e il dialogo interreligioso ed ecumenico. Recentemente, la missione ha assunto un ulteriore pilastro legato al dramma della divisione delle Coree: la causa della riunificazione, pienamente sostenuta dalla Chiesa Cattolica e nella quale i nostri missionari sono anch'essi coinvolti
Vorrei sottolineare il dialogo interreligioso ed ecumenico, una delle aree che più caratterizzano la missione della Consolata in Asia. In questa visita, ho incontrato padre Diego Cazzolato, IMC, un italiano e uno dei quattro pionieri della missione in Corea del Sud nel 1988. Ha prestato servizio nella prima delle due comunità di inserimento nei quartieri degradati e attualmente fa parte della direzione del Centro di Spiritualità per il Dialogo Interreligioso dei missionari della Consolata, nella città di Daejeon, a 160 chilometri a sud di Seul.
Padre Diego ha spiegato che la prima delle tre fasi della missione del dialogo interreligioso ed ecumenico è iniziata con lo sforzo di conoscere le altre religioni, attraverso visite a templi buddhisti e ad altri centri sacri presenti in Corea, nonché la partecipazione a innumerevoli incontri, conferenze e celebrazioni proprie di quelle tradizioni. A poco a poco, i missionari sono entrati in quell'universo sconosciuto, ma affascinante e, al tempo stesso, molto sfidante.

Padre Pietro Han, IMC, membro della Commissione Nazionale per la Riconciliazione con missionarie della Madre dei Martiri. Foto: Archivio personale
La seconda fase è stata segnata dall'invito rivolto all'Istituto Missioni Consolata a fare parte di due organizzazioni ufficiali del dialogo interreligioso: la Conferenza Coreana delle Religioni per la Pace e la Commissione Episcopale Coreana per il Dialogo Interreligioso ed Ecumenico. Da quel momento, i missionari hanno potuto partecipare all'organizzazione di programmi concreti, alla preparazione di libri e sussidi per chi si interessa al tema, tra le altre iniziative.
La terza fase è sorta in continuità con la precedente e ha consistito nel creare un programma proprio di dialogo, rivolto agli amici e collaboratori della Consolata. È in questo contesto che è nato il Centro di Spiritualità per il Dialogo Interreligioso dei Missionari della Consolata, in due momenti distinti: inizialmente il primo centro a Okkil-Dong, nella periferia di Seul (1999–2012), ed in seguito l'attuale centro a Daejeon nel 2012.
La sfida del dialogo nel post-pandemia
Secondo padre Diego, la maggiore difficoltà nel dialogo interreligioso è la mancanza di continuità. Dopo molti sforzi per creare buone relazioni con i leader locali di altre religioni, molti finiscono per essere trasferiti e, così, bisogna ricominciare tutto con i nuovi responsabili. Anche alcuni fedeli che collaborano nel dialogo - cattolici o di altre religioni - smettono di partecipare a causa di cambiamenti di residenza, il che porta alla perdita di molti contatti. In missionario confessa: “Insomma, nel dialogo bisogna ricominciare sempre, con molta e santa pazienza”.

Il vescovo di Kwangju - Kim Hee-joong Igino - padre Diego Cazzolato e diversi monaci buddhisti si sono incontrati per un momento di dialogo nel 2023
Dopo la pandemia di Covid-19, la mentalità delle persone è cambiata notevolmente riguardo agli incontri in presenza: molti hanno smesso di partecipare, compresi membri della Chiesa ufficialmente legati al dialogo, il che rende sempre più difficile organizzare incontri. Ad esempio, molti buddhisti hanno smesso di riunirsi, mentre per vari sacerdoti e fedeli cattolici il dialogo è scivolato in fondo alla lista delle priorità pastorali. In questo contesto, diventa molto difficile suscitare un rinnovato interesse al dialogo interreligioso; questo è senza dubbio un compito molto arduo per i missionari del centro di Daejeon.
Eppure, essi vanno avanti, sostenuti da una fiducia incrollabile in Dio. Sentono che l'impegno nel dialogo non è motivato dalla necessità di “produrre frutti” né giustificato dai risultati ottenuti, ma nasce dalla convinzione che i missionari si trasformano attraverso la testimonianza di un Dio che non si stanca mai di cercare ogni persona con amore e di dialogare con tutta l'umanità. I frutti, quando e se ci saranno, saranno posti nelle mani di Dio Padre.

I padri Giapaolo Lamberto e Diego Cazzolato
Padre Diego ha riferito che attualmente i missionari sono “impegnati a ricostruire, ancora una volta, il gruppo di fedeli” che collaborano con la congregazione nel dialogo. Allo stesso tempo, cercano di “mantenere vive” le relazioni create nel corso degli anni e di costruirne di nuove. Uno degli esempi che cita è quello di una monaca del buddhismo-won (ramo coreano del buddhismo), con cui hanno stretto una forte amicizia. “Anche dopo aver lasciato la città di Daejeon, manteniamo i contatti: di tanto in tanto andiamo a trovarla e ricorriamo anche ai social network per mantenere viva l'amicizia, partecipando occasionalmente a programmi sul dialogo. Quando, l'anno scorso, sono stato sottoposto a un'operazione all'anca, mi ha augurato una pronta guarigione e, ancor di più, è venuta appositamente a visitarmi in ospedale”.
Il religioso ha concluso la sua condivisione dicendo che ritrovano nuovo slancio ogni volta che qualcuno chiede loro di spiegare le ragioni della propria fede. Al tempo stesso, padre Diego sottolinea l'importanza dell'ascolto nel dialogo, affinché sia possibile compiere, anche se poco a poco, un cammino verso l'incontro con Dio. Nonostante alcune delusioni inevitabili, i missionari rimangono contenti dell'impegno in questa esigente missione del dialogo, perché è bello riscoprire che tutte le persone sono amate da Dio e che, mentre Lo cercano - anche in modi diversi - è possibile camminare insieme, aiutandosi a vicenda.
* Padre Álvaro Pacheco, IMC, direttore della rivista FM in Portogallo. Originariamente pubblicato nella rivista Fátima Missionária, maggio 2026.






