Il 5 e 6 maggio sono stati due giorni di ritiro nel ben noto salone delle colonne di Casa generalizia, con una puntata, mercoledì, a San Paolo fuori le mura per una mattinata insieme all’abate. La prima tappa è stata tutto il martedì con padre Fabio Ciardi, Omi, che ci ha aiutato a “mangiare la Parola” per un incontro profondo con Gesù, radice e scopo della nostra vita missionaria.
Mercoledì mattina dom Donato Ogliari, l’abate, ci ha messo sulla strada di Damasco e del mondo insieme a San Paolo. Nel pomeriggio, suor Simona Brambilla, nostra sorella missionaria della Consolata, ci ha fatto sedere attorno al “fuoco”, ricordandoci che San Giuseppe Allamano ci ha detto che “ci vuole fuoco per essere apostoli”.
La Parola di Dio come guida
Cominciamo martedì mattina con padre Fabio Ciardi, Omi, docente di teologia della vita consacrata al Claretianum di Roma e molto attivo nell’animazione tra i religiosi e le religiose in Italia e all'estero e noto per le sue numerose pubblicazioni. Per diversi di noi, la cosa più simpatica è stato scoprirlo nostro coetaneo e compagno di studi teologici alla Fist di Torino. È rimasto con noi tutto il giorno offrendoci due profonde meditazioni e poi condividendo con noi l’Eucarestia.

Padre Mathews Odhiambo, padre Fabio Ciardi, Omi, e padre Eugenio Butti. Foto: Gigi Anataloni
Il punto fondamentale da lui presentato è stato quello di sottolineare come l’unica vera regola di ogni forma di vita religiosa sia soltanto il Vangelo. Questo è stato capito molto bene fin dall’inizio, quando Sant’Antonio del deserto ha iniziato ha accolto l’invito di Gesù: “lascia tutto e vieni e seguimi”. E ha vissuto con il cuore pieno del Vangelo.
Lo stesso vale per tantissimi altri santi fondatori, da San Benedetto a San Bruno, da San Francesco a Don Orione, passando attraverso tutti gli altri. Per arrivare – e questo l’aggiungiamo noi - anche a San Giuseppe Allamano che sintetizzava lo stesso principio di trovare nel Vangelo la radice vera dell’impegno missionario come risposta creativa d’amore ai bisogni del mondo con il principio “prima santi, poi missionari”.

"Il missionario deve ascoltare la Parola, contemplarla, gustarla, farla diventare vita della sua stessa vita"
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Tutto questo perché la vita consacrata è il Vangelo vissuto nella Chiesa e il Vangelo genera vita.
La vita consacrata, allora, è un declinare la Parola di Gesù nella realtà di oggi per far conoscere il vero volto di Dio che è Padre e ci ama.
Ma per poter realizzare questa testimonianza il missionario deve ascoltare la Parola, contemplarla, gustarla, farla diventare vita della sua stessa vita.
Vivere la Parola di Vita
Il discepolo missionario diventare uno con Gesù mangiando l’Eucarestia e la Parola. Nell’ascolto della Parola il discepolo diventa uno con Lui e diventa comunità, famiglia di Dio.

L’ascolto. È un termine presente oltre mille volte nella Scrittura. Ascolto è obbedienza, che nasce dalla lettura, passa attraverso la meditazione, la contemplazione e la preghiera e diventa poi azione fatta in collaborazione, non da solitari ma uniti a tutto il corpo di Gesù che è la Chiesa.
Una comunità, che pur nelle normali difficoltà della vita – queste non mancano mai – trova nel mangiare la Parola la forza e l’energia per camminare insieme, per amare, per essere nel mondo testimonianza del vero volto di Dio che è Amore, portatori come Maria di Gesù, Parola del Padre, affinché tutti possano un giorno conoscerlo e chiamarlo «Abba», il nostro Padre.
San Paolo Missionario
Mercoledì mattina abbiamo affrontato l’incredibile traffico di Roma e siamo andati a San Paolo fuori le mura, nell’antichissima abbazia costruita sulla tomba di San Paolo. Lì ci ha accolti come fratelli lo stesso abate, Donato Ogliari, che molti di noi già conoscevano in gioventù. Dopo una breve guida alla storia e alle bellezze della basilica, ci siamo chiusi con lui nella cappella dedicata a San Benedetto e lo abbiamo ascoltato a cuore aperto mentre ci guidava a riscoprire quel primo grande missionario che fu San Paolo.

Siamo partiti dall’incontro di Paolo con Gesù sulla via di Damasco, siamo andati con lui a Gerusalemme, lo abbiamo seguito fino in Macedonia e condiviso con lui le fatiche dell’annuncio della buona notizia a tutti.
L’abate ci ha guidato con Paolo a riscoprire la centralità di Gesù nella nostra vita, a lui siamo chiamati a conformarci, lui è il centro del nostro annuncio missionario. Con Paolo poi abbiamo riscoperto i legami profondi con la Chiesa e la forza dello Spirito che spinge sempre oltre, non per una missione in solitaria ma per un cammino in cordata, sapendo di essere Corpo di Gesù, radicalmente uniti a Lui e che Lui si identifica con i suoi discepoli. Ancora con Paolo abbiamo visto che la missione non è monologo e imposizione, ma incarnazione nella realtà delle persone, cosa che richiedere discernimento, apertura, creatività e inculturazione, senza paura di mettersi in discussione, di lasciarsi interrogare dalla vita.
Infine Paolo ci ha aiutato a capire il senso della "fatica" nel vivere la missione, ricordandoci che siamo come dei "rematori" che continuano il loro impegno anche in un mare in tempesta. Paolo ha capito che niente lo “separerà dall’amore di Cristo”, perché Lui ci ha amato e questo ci rende dei “vincitori” anche nelle più grandi difficoltà e persecuzioni.

Visita alla Basilica di San Paolo fuori le mura. Foto: Pedro Louro
Ravvivare il fuoco
Nel pomeriggio ci siamo incontrati con suor Simona Brambilla, MC, prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, e già superiora generale delle Missionarie della Consolata.
Ha scelto l’immagine del fuoco per aiutarci a ricordare, rivivere la nostra esperienza missionaria e per rileggerla, assaporando la presenza del fuoco dello Spirito nella nostra vita.
Parte citando: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12, 49), ricordandoci le parole sia di san Giuseppe Allamano che di papa Leone. E poi la domanda se davvero siamo portatori di questo “fuoco”, se davvero arde dentro di noi e come lasciamo che questo fuoco ci trasformi, ci attraversi, diventi parte di noi.

Suor Simona Brambilla, MC
Usando poi l’immagine del fuoco che fonde cose diverse e le fa diventare una cosa sola, ci ricorda il fuoco dello Spirito a Pentecoste, un fuoco che unisce, che fa parlare lingue diverse, per chiederci poi come viviamo noi questo: siamo promotori di unità, sappiamo superare blocchi e barriere o restiamo chiusi nelle nostre sicurezze e abitudini?
C’è poi un fuoco che può distruggere, quello della paura, dell’orgoglio, dell’individualismo. E un fuoco che purifica, che rinnova, che tira fuori il meglio dalle persone, che libera dalle scorie. Quale di questi fuochi è nella mia vita? Quello di Gesù? E nei momenti di sofferenza, dove il fuoco sembra distruggere tutto, come ho reagito? È diventata occasione di purificazione e rinnovamento?
Ha ricordato la beata suor Leonella che si sentiva avvolta e infiammata dal fuoco dell’amore di Dio: “Il fuoco del tuo amore! Io mi consegno a questo fuoco del tuo amore. Ti ho detto che non ho paura del tuo amore, che mi porterà a soffrire come te”. Questo fuoco è Gesù stesso che si è consegnato a noi donando la sua vita fino in fondo, fino alla croce. L’invito poi a riflettere su questa realtà di Gesù che ci ha dato tutto e ci chiede tutto. Viviamo questa realtà?

L’ultima immagine è stata quella del “fuoco di brace”, ricordando Gesù in riva al lago di Galilea che si rivela ai suoi discepoli e prepara loro da mangiare attorno ad un fuoco, manifestando ancora una volta il suo vero stile che non è quello del padrone ma del servitore. Il fuoco di brace ci ricorda che anche noi, come missionari, non siamo signori e padroni, ma servitori della missione di amore di Gesù per far gustare a tutti la bellezza di essere famiglia del Padre.
Sono stati due giorni intensi e molto ricchi. Chiedo scusa se ho sintetizzato poveramente le bellissime scintille di fuoco che i nostri tre amici ci hanno offerto.
Il cammino continua.
* Padre Gigi Anataloni, IMC, direttore responsabile della rivista Missioni Consolata.






