Tempo di imposte, tempo di solidarietà

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Da maggio a ottobre, con diverse scadenze a seconda della categoria di contribuenti, si compilano le dichiarazioni dei redditi ed è possibile destinare il 5 per mille e l’8 per mille. Vediamo com’è andata l’anno scorso e quali novità ci sono.

Le novità più visibili per il 5 per mille 2026 sono due: l’aumento dei fondi e la soppressione delle Onlus. Il primo deriva da un innalzamento del tetto di spesa, ovvero la cifra che il governo si impegna a distribuire agli enti beneficiari, che passa da 525 milioni a 610 milioni di euro. L’incremento arriva anche dopo una campagna, «5 per mille, ma per davvero», promossa dalla rivista online Vita insieme ad altre 67 organizzazioni del Terzo settore italiano.

La campagna lamentava il fatto che, in base alle scelte dei contribuenti, il totale destinato agli enti arrivava a quasi 604 milioni di euro, ma poi il Governo ne distribuiva in effetti solo 525: tanto vale ribattezzarlo 4,3 per mille, polemizzava in un’intervista sul «Domani» uno dei sostenitori della campagna@.

La seconda novità di quest’anno, il superamento delle Onlus, è l’effetto della riforma del terzo settore che, con la legge delega 106 del 2016, ha riordinato la disciplina che regola il settore non profit e l’impresa sociale. Dal 1° gennaio di quest’anno, la qualifica di Onlus – Organizzazione non lucrativa di utilità sociale – è eliminata dall’ordinamento italiano. Gli enti qualificati come tali avevano tempo fino al 31 marzo 2026 per iscriversi al Registro unico nazionale del terzo settore (Runts), introdotto dalla riforma. L’alternativa era quella di cedere il proprio patrimonio a un altro ente simile, per garantire che le risorse venissero usate in modo coerente al motivo per cui sono state raccolte, cioè svolgere attività di interesse sociale. L’iscrizione al Runts, spiegava a marzo scorso un articolo@ sul sito Cantiere terzo settore, è necessaria anche per mantenere il diritto di ricevere i fondi del 5 per mille.

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Ospedale di Wamba, Kenya. Foto: AfMC

Con 5 per mille, ricordiamo, si indica la quota delle imposte – pari appunto al 5 per mille, o 0,5% – che lo Stato deve distribuire a una lista di enti su indicazione dei contribuenti, i quali esprimono la loro preferenza nella dichiarazione dei redditi.
I contribuenti possono scegliere fra realtà che operano in diverse categorie: enti del terzo settore (Ets, come la nostra fondazione), ricerca sanitaria, ricerca scientifica, associazioni sportive dilettantistiche, comuni, beni culturali e aree protette.

Un tetto già sfondato

«Terzjus», un altro dei siti di riferimento sul terzo settore e le leggi che lo regolano, ha accolto con soddisfazione l’innalzamento del limite a 610 milioni, ma ha rilevato che, in prospettiva, si tratta di un tetto già sfondato, perché, secondo le previsioni basate sulle tendenze attuali, già nel 2028 i fondi assegnati con il 5 per mille potrebbero raggiungere i 628 milioni.

In una dettagliata disamina di fine gennaio scorso, Terzjus riportava che i cittadini che destinano il contributo sono in crescita: fra il 2022 e il 2024 il loro numero è aumentato di 1,4 milioni. Si tratta di circa 18 milioni di contribuenti: meno della metà dei 42 milioni che presentano la dichiarazione dei redditi; poco più della metà dei 35,5 milioni che versano almeno un euro di Irpef.

Quelli che firmano per il 5 per mille, sono di più dei 17 milioni che destinano l’8 per mille – il «sorpasso» è avvenuto nel 2024 – e sono contribuenti disciplinati e motivati: l’84% non si limita infatti a indicare la categoria, ma scrive il codice fiscale di un ente, segno di consapevolezza e conoscenza della realtà che si vuole sostenere@segno di consapevolezza e conoscenza della realtà che si vuole sostenere@.

Un altro elemento che fa prevedere un prossimo sfondamento del nuovo tetto, nota ancora Terzjus, riguarda poi l’aumento degli enti: grazie soprattutto all’entrata in funzione del Registro unico, gli ammessi a ricevere i fondi del 5 per mille sono aumentati del 36% fra il 2022 e il 2024 arrivando a quota 68mila: tre quarti dei 91mila enti esistenti.

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Migranti arrivati a Oujda in Marocco. Foto: AfMC

Com’è andata nel 2024

Nel 2025, gli enti hanno ricevuto la loro quota di contributo per l’anno finanziario 2024. Guardando le tabelle dei beneficiari dal 2020 al 2024, le prime tre posizioni sono occupate da Fondazione Airc per la ricerca sul cancro, Fondazione piemontese per la ricerca sul cancro ed Emergency, che sono le prime tre nello stesso ordine dal 2020.

Airc aveva ricevuto 68,5 milioni nel 2020. Nel 2025 ne ha ricevuti 71,8. La Fondazione è passata da 11,9 a 12,2 milioni, con un picco di 12,4 nel 2022. Emergency è invece in lieve calo, dagli 11,6 milioni del 2020 ai 10,6 attuali, dopo un picco di 12 milioni nel 2022.

Segue poi la Lega del filo d’oro che ha raccolto 9,3 milioni ed è stabilmente al quarto posto dal 2021, mentre al quinto c’è l’Associazione italiana contro le leucemie, che nel 2024 ha ricevuto 8,7 milioni ed è subentrata nel 2023 all’Istituto europeo di oncologia, che si trova ora al sesto posto. Nelle posizioni dalla settima alla decima ci sono Medici senza frontiere (Msf), la Fondazione italiana sclerosi multipla, Save the children Italia e la Fondazione dell’ospedale pediatrico Anna Meyer, che si sono avvicendati in queste quattro posizioni nel quinquennio, con l’eccezione di Msf, passata dal quarto al sesto e poi al settimo posto.

I primi dieci enti ricevono insieme 142milioni, circa il 28% del totale: questa, commenta Terzjus, è una criticità, alla quale si aggiunge, all’estremo opposto, la presenza di oltre 8mila enti che non ricevono firme e di un 43% che riceve meno di 500 euro.

Razionalizzare

La riforma e l’attivazione del registro del Terzo settore dovrebbero contribuire a razionalizzare la situazione di questi ultimi enti: nella lista degli Ets consultabile sul sito del Runts, a fine marzo c’erano 141.698 nominativi. Tra questi, erano accreditati per accedere al 5 per mille in poco meno di 72 mila (quindi 4mila in più rispetto alla cifra citata sopra). Il registro riportava, però, altri 9mila enti ai quali era stato negato il passaggio a Ets. Segno, questo, che tali organizzazioni non avevano superato le verifiche sul rispetto dei criteri per entrare nel Runts, ad esempio non erano state in grado di fornire la documentazione necessaria.

D’altra parte, nel 2023 si era registrata una crescita anomala degli enti che avevano ricevuto preferenze dai contribuenti, ma erano poi stati esclusi dal 5 per mille del 2022, anno nel quale le richieste di iscrizione al Registro unico erano nel momento di picco.

Gli enti esclusi nel 2023 erano circa 8mila. Fra i motivi dell’esclusione il segretario generale di Terzjus, Gabriele Sepio, citava, tra gli altri, il fatto che 2mila enti erano risultati inesistenti.

In sostanza, dunque, la razionalizzazione che passerà dal Runts non sarà tanto una riduzione del numero di organizzazioni, quanto piuttosto una verifica sulla loro effettiva esistenza e capacità di rispettare i criteri.

Anche se quest’ultima condizione, a detta di alcuni osservatori, si scontra con la complessità delle procedure, che mettono in difficoltà specialmente gli enti più piccoli e composti solo da volontari che non sempre hanno le competenze tecniche, o anche solo il tempo, per affrontare formulari online, firme digitali e adeguamenti dei documenti fondativi come lo statuto.

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Bambini della scuola della missione di Arvaiheer in Mongolia . Foto: AfMC

Come va l’8 per mille

Oltre al 5 per mille agli enti di cui abbiamo parlato finora, i contribuenti possono destinare un’altra quota delle loro imposte, pari allo 0,8% o 8 per mille, scegliendo fra lo Stato, la Chiesa cattolica e altre 12 confessioni religiose.

Il meccanismo è diverso da quello del 5 per mille: non c’è un tetto, viene distribuito l’8 per mille anche di coloro che non fanno una scelta (secondo le percentuali di chi la esprime).

Così, i quaranta contribuenti su cento che esprimono una scelta decidono anche per i sessanta che non la esprimono.

Questo crea un effetto distorsivo: lo Stato riceve 4,1 milioni di scelte, cioè circa una firma su dieci rispetto alla platea totale di 41,5 milioni di contribuenti. Però, visto che tali firme sono un quarto del totale delle scelte, lo Stato riceve un quarto dei fondi, non solo un decimo. Lo Stato riceve quindi 376 milioni di cui 153 milioni, cioè il 40%, generato dalle scelte dirette dei contribuenti, mentre gli altri 223 milioni, cioè il 60%, gli vengono dalla ripartizione dei fondi non destinati.

È la Chiesa cattolica a ricevere da anni la quota più grande: l’ultimo dato, cioè quello del 2025 che ha riguardato l’anno finanziario 2021, mostra un ritorno della Chiesa oltre il miliardo di euro (1.014.954.678, per l’esattezza), dopo una discesa sotto questa soglia nell’anno precedente, quando il contributo si era fermato a 911 milioni.

Anche nel caso della Chiesa, la parte più consistente dei fondi non deriva dalle scelte espresse, ma dalla distribuzione proporzionale che porta alla Chiesa cattolica 623 milioni oltre ai 430 milioni destinati esplicitamente dai contribuenti: il 69% dei fondi totali con il 28% delle scelte espresse@.

Il rendiconto della Chiesa cattolica

La Chiesa rendiconta ogni anno le spese sostenute con i fondi ricevuti dall’8 per mille perché, si legge sul sito@, «ce lo chiede una legge dello Stato, ma lo facciamo in maniera ancor più chiara e dettagliata perché crediamo nei valori di trasparenza e partecipazione».

Nel più recente rendiconto consultabile sul sito, il capitolo di spesa più grande è il sostentamento dei sacerdoti, che richiede il 37,3% dei fondi, ovvero 389 milioni che servono per «garantire una remunerazione dignitosa a tutti i sacerdoti italiani (un salario medio di circa 12.500 euro all’anno per ogni sacerdote, ndr), cioè 28.500 sacerdoti in servizio nelle Diocesi, 2.500 sacerdoti anziani o malati e 287 sacerdoti cosiddetti fidei donum che sono in missione in paesi a basso e medio reddito.

Segue il capitolo delle esigenze di culto e pastorale della popolazione italiana: poco meno di 381 milioni di euro, di cui 100 milioni per l’esercizio della cura delle anime e 97 milioni per gli interventi su edifici esistenti.

Vi è poi il capitolo degli interventi caritativi, per totali 275 milioni, di cui 150 milioni per interventi in Italia, anche attraverso le Caritas, e 80 milioni destinati a iniziative nel mondo attraverso la Conferenza episcopale italiana e, in particolare, il suo Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli (prima chiamato Servizio per gli interventi caritativi a favore del terzo mondo). Oltre la metà dei fondi, cioè 42 milioni, va a progetti in Africa, circa un quarto (21 milioni) in Asia, 15 milioni in America Latina, 4 milioni al Medio Oriente e 288mila euro all’Europa orientale.

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Scuola di Alaba in Addis Abeba, Etiopia. Foto: AfMC

8 per mille allo Stato

L’8 per mille allo Stato è passato dai 99 milioni di euro del 2008 ai 375 del 2025. Lo scorso 4 marzo, sul sito della Presidenza del consiglio sono apparsi i decreti che assegnano le risorse dell’8 per mille 2024, per un totale disponibile di poco sopra i 137 milioni di euro, di cui 77 milioni sono già stati assegnati a 125 progetti@.

Queste cifre non includono i fondi destinati all’edilizia scolastica – intorno ai 60 milioni di euro nel 2024@ – affidati direttamente al ministero dell’Istruzione.

Le quote più significative sono andate per ora alla prevenzione e recupero dalle tossicodipendenze, con il 43% dei fondi. Seguono calamità naturali e conservazione dei beni culturali, rispettivamente al 32% e 31%. L’assistenza ai rifugiati è al 7% se si guarda alla disponibilità dei fondi, ma per ora dei 9 milioni disponibili ne sono stati assegnati solo poco meno di due.

La fame nel mondo, tema collegato alle attività di cooperazione allo sviluppo, è al penultimo posto, con una quota del 12% per 31 progetti ammessi al finanziamento con 9,4 milioni di euro, mentre i progetti esclusi sono 80.

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Lavori alal missione di Kapalanga, Viana, Angola. Foto: AfMC

Lo scorso luglio, il sito di informazione Info-cooperazione ha commentato l’uso delle risorse in un articolo dal titolo «8×1000 statale, risorse importanti gestite male». Il primo problema rilevato dal sito è la centralizzazione delle procedure presso il Dipartimento per il coordinamento amministrativo, una struttura interna alla presidenza del Consiglio. Il Governo rinuncia così ad avvalersi della competenza delle proprie amministrazioni specializzate, ad esempio l’Agenzia per la cooperazione.

C’è poi la questione dei requisiti per valutare i progetti, che sono così rigidi da aver determinato l’esclusione del 70% delle proposte. Essi starebbero spingendo le organizzazioni a rinunciare a presentare nuove iniziative. Infine, le nuove regole richiedono che i progetti per la lotta alla fame si concentrino sui Paesi già inclusi nel Piano Mattei, l’iniziativa di cooperazione avviata dal Governo nel 2024. In questo modo le organizzazioni di cooperazione sono costrette a progettare interventi coerenti con il Piano stesso, pena l’esclusione dal finanziamento@.

* Chiara Giovetti, Fondazione Missioni Consolata Ets. Originariamente pubblicato nella rivista Missioni Consolata, maggio 2026.

Ultima modifica il Giovedì, 07 Maggio 2026 14:05

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