Sessant’anni fa, esattamente il 27 aprile 1966, il missionario della Consolata, padre Gaudenzio Barlassina ci lasciava per andare a ricevere la corona dell’apostolo. Nato a Torino il 22 giugno 1880, padre Barlassina è stato una figura chiave nella storia dell’Istituto e tra i protagonisti dei primi missionari della Consolata in Etiopia nel XX secolo.
La sua vita ha attraversato alcune delle stagioni più complesse della missione cattolica, tra intuizioni coraggiose, difficoltà politiche e una fiducia che non venne mai meno (Mt 28, 20).
Padre Barlassina entrò giovane nell’Istituto Missioni Consolata (1903) respirandone fin da subito lo spirito di concretezza, mitezza, fede nella Provvidenza e slancio missionario - tratti che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita.
La Prefettura del Kaffa e la sfida dell’Etiopia
L’Etiopia era il sogno missionario di Giuseppe Allamano, che fin dagli inizi, vide nel cardinal Massaia l’ispirazione per l’invio dei suoi missionari. Purtroppo, le difficoltà per entrare in tale paese erano tante. Nel 1902 inviava i suoi primi missionari in Kenya nella speranza che da lì potevano entrare in Etiopia, ma senza successo. Dieci anni dopo ci riprovava, e questa volta la sua tenacia, unita alla scelta delle persone giuste, portò all’apertura di alcune missioni in un territorio ostile (cfr. Crippa, G. I Missionari della Consolata in Etiopia, dalla prefettura del Kaffa al vicariato di Gimma (1913-1942), Roma 1998).
Nel 1913 la Santa Sede affidò all’Istituto la Prefettura Apostolica del Kaffa, nel cuore del Paese, dove le antiche comunità cristiane, «cattolici occulti», fondate dal cardinal Massaia e dai suoi successori, erano state distrutte dalle armate del ras Wolde Ghiorghis, mentre i fedeli erano stati massacrati o deportati. Il canonico Allamano fu invitato dalla Santa Sede a proporre il titolare della nuova Prefettura. Egli rispose con una lettera di presentazione: «…conforme al mio giudizio sui membri più anziani dell’Istituto, ritengo che il soggetto più adatto, nel caso presente, sia padre Gaudenzio Barlassina, che già da dieci anni si trova in missione. […] Ritengo che, per la Prefettura del Kaffa, sia preferibile padre Barlassina per la sua mitezza e bontà di carattere». Una nomina tutt’altro che semplice: il contesto politico e religioso del paese imponeva cautela, adattamento e grande capacità di lettura della realtà.
Per il Prefetto Apostolico l’ingresso in Etiopia fu già di per sé un’impresa. Il governo locale negava ogni permesso d’entrata nonostante il tentativo del rappresentante del governo Italiano. Nel 1914 lascia l’Italia per tentare d’entrare in Etiopia, passando attraverso il deserto settentrionale del Kenya, giungendo dal Lago Rodolfo; ma sia questa strada che quella di risalire attraverso i paesi Oromo lungo il Giuba non gli permisero di entrarvi.
Allora provò attraverso la Somalia, ma anche questo tentativo fu vano in quanto il percorso passava attraverso l’Eritrea, regione proibita per il missionario. Determinato più che mai, ritorna a Massaua, parte per Gibuti, e il 25 dicembre 1916, fa il suo umile ingresso ad Addis Abeba a dorso di un mulo, tra difficoltà logistiche, ostacoli burocratici e prudenti strategie. Il suo nome resta legato soprattutto all’Etiopia.
Mons. Barlassina incontrò il Principe Tefarì Mekonnen (il futuro imperatore Haile Selassiè I) e presentò delle motivazioni umanitarie come ragione del suo ingresso in Etiopia: la formazione intellettuale e morale del popolo etiope attraverso l’agricoltura e il commercio. Dopo aver ottenuto dal capo locale, per sé e per i suoi due compagni, una licenza commerciale scritta, Barlassina iniziò così, in modo clandestino, l’attività missionaria presso la Prefettura apostolica del Kaffa.
All’inizio del 1919 organizza una carovana, con la quale vuole fare un ampio giro di perlustrazione di quel territorio. Parte con padre Toselli che era arrivato nell’ottobre del 1918. Vuole toccare Billo, Ghimbi, Gore, Didu, Kaffa, Gimma, Lìmmu. Questo viaggio verrà ricordato come «la carovana del Blas»
Le cronache e i racconti missionari lo descrivono come un vero “carovaniere” capace di adattarsi, di percorrere strade impervie, di vivere con semplicità e determinazione. Con i suoi confratelli si presentava anche come commerciante, per poter entrare nel paese e stabilire i primi contatti e iniziare un lavoro missionario discreto ma efficace. Per ulteriori dettagli leggi: Etiopia: da mercanti a “promotori di sviluppo”
Fu l’inizio di una missione costruita passo dopo passo. Nessun gesto eclatante, ma una presenza discreta e paziente: studio delle lingue, conoscenza del territorio, relazioni con le autorità locali e attenzione alla promozione umana. Barlassina intuì subito che l’annuncio del Vangelo doveva andare di pari passo con iniziative concrete: agricoltura, attività artigianali, sostegno alle comunità. Con la sua pazienza e prudenza, saprà farsi conoscere, rispettare ed amare.

Uno stile missionario discreto ma incisivo
I diari e le testimonianze dei primi missionari raccontano una vita fatta di sacrifici quotidiani: lunghi spostamenti a cavallo oppure a dorso di mulo, giornate faticose e serate dedicate allo studio della lingua e a scrivere lettere. Non fu solo un uomo capace di adattarsi alle condizioni di vita estremamente dure: lunghi e pericolosi viaggi, precarietà, isolamento, ma anche un missionario attento, rispettoso e mai invadente.
In un contesto segnato dalla forte presenza della Chiesa Ortodossa Etiopica, la strategia fu quella della discrezione. I missionari della Consolata in Etiopia, sotto la guida di Barlassina, evitarono ogni forma di scontro, scegliendo piuttosto una presenza silenziosa e credibile. Una missione clandestina. Fu uno stile che, col tempo, portò frutto. Nacquero le prime comunità cristiane, si svilupparono stazioni missionarie con capelle e si consolidò una presenza destinata a durare nel tempo. Tra le intuizioni più significative, ci fu quella della promozione della donna e con la presenza femminile nella missione e con la nascita delle “Suore Ancelle di Maria Consolata”.
Dalla missione al governo dell’Istituto
Se fino ad allora il compito di padre Barlassina era stato arduo, lo aveva sempre affrontato con piena responsabilità e dedizione, a sua insaputa si stava preparando per lui un impegno ancora più gravoso, che richiedeva coraggio non comune e una totale disponibilità. Infatti nel 1933, mentre la missione in Etiopia stava prendendo forma, giunse per mons. Barlassina una nuova chiamata: lasciare la terra di missione per assumere il ruolo di Superiore Generale dell’Istituto. Fu un passaggio difficile, segnato da un cambiamento radicale, nel quale prevalse ancora una volta lo spirito di obbedienza. Da Torino guidò l’Istituto in anni complessi, segnati dalla guerra, dalle conseguenze della Visita Apostolica e da profondi mutamenti storici.

Secondo le testimonianze dei missionari suoi confratelli e gli storici dell’Istituto, il suo governo fu caratterizzato da equilibrio, prudenza e attenzione alle persone. Non un leader carismatico appariscente, ma una figura solida, capace di tenere unita la famiglia missionaria e di accompagnarla nelle sfide del tempo. Successivamente, fu chiamato a Roma come Procuratore Generale presso la Santa Sede, continuando a servire l’Istituto con discrezione.
Una fede che sostiene tutto
Se c’è un tratto che emerge con forza nella figura di Padre Barlassina è la sua fede. Non teorica, ma vissuta nella quotidianità. Dai suoi scritti emerge chiaramente la consapevolezza della propria fragilità, accompagnata però da una fiducia totale in Dio. Scrivendo al Fondatore dopo la nomina al Kaffa, confessava: “quanto più mi convinco che posso niente, tanto più sono certo che farà Iddio”. Era questa convinzione a sostenerlo nelle difficoltà negli attraversamenti rischiosi, nelle incertezze della missione e nei cambiamenti imposti dall’obbedienza. Anche nei momenti più duri, la sua risposta restava semplice e pacata: Deo gratias! Era una spiritualità concreta, fatta di preghiera costante e di fiducioso abbandono. Padre Barlassina che certamente è stata una delle tante figure belle dell’Istituto. Sono personaggi di ispirazione magari poco conosciuto ma che hanno ancora tanto da dirci e insegnarci sulla missione e sulle qualità richieste ai missionari.

Un’eredità ancora attuale
Padre Gaudenzio Barlassina morì a Torino il 27 aprile 1966. Non lasciò un testamento, come si usa, ma il suo testamento “spirituale” di religioso, di Prefetto Apostolico, e di Superiore Generale sono le 38 Lettere circolari raccolte nei Bollettini Ufficiali I.M.C dal N. 1 al N. 11 e nel N. 16, sgorgate più che dalla mente, dal suo cuore, delineando la fisionomia autentica del Missionario della Consolata.
A sessant’anni di distanza, la sua figura conserva una sorprendente attualità. In un tempo in cui la missione continua a confrontarsi con contesti complessi e in rapido cambiamento, la sua esperienza offre indicazioni preziose per i missionari di oggi: capacità di adattamento, rispetto delle culture, studio della lingua locale, attenzione alla promozione umana e, soprattutto, una fede che non viene meno. La sua vita ricorda che la missione non ha bisogno solo di strategie perfette, ma soprattutto di disponibilità, pazienza e fiducia. Ci mostra che anche nelle situazioni più incerte è possibile andare avanti, passo dopo passo. Forse è proprio questo il messaggio più essenziale e incisivo che lascia: continuare a camminare, facendo la propria parte, e affidando il resto a Dio. Oggi lo commemoriamo con gratitudine facendo nostra quella espressione che ha accompagnato tutta la sua vita: Deo gratias!
* Padre Ashenafi Yonas Abebe, IMC, studia storia della Chiesa all’Università Gregoriana, vicedirettore dell’Ufficio Storico a Roma.






