L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (Onu) ha approvato, il 25 marzo 2026, una risoluzione storica che proclama la tratta transatlantica degli schiavi africani come il “più grave crimine contro l'umanità”, una proposta guidata dal Ghana che auspica scuse e giustizia.
Questa dichiarazione rappresenta un'evoluzione significativa rispetto alla Conferenza di Durban del 2001, dove la schiavitù era stata riconosciuta come crimine contro l'umanità, ma senza l'enfasi superlativa sulla sua gravità storica.
La risoluzione adottata al Palazzo di Vetro con 123 voti favorevoli, 3 contrari (Stati Uniti, Israele e Argentina) e 52 astensioni (tra cui Paesi Ue e Regno Unito), non ha valore giuridicamente vincolante, ma rappresenta un segnale politico forte del clima internazionale che sta emergendo sui temi della memoria, della responsabilità e della giustizia.
“La tratta transatlantica degli schiavi è stata un crimine contro l'umanità che ha colpito l'essenza della persona, ha distrutto famiglie e devastato comunità, - ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres - Per giustificare l'ingiustificabile, i sostenitori e i beneficiari della schiavitù hanno costruito un'ideologia razzista, trasformando il pregiudizio in una pseudoscienza”. E le “ferite” causate da questo “ordine mondiale perverso” sono ancora “profonde”. Pertanto, è ora necessario “smascherare la menzogna della supremazia bianca” e “lavorare per la verità, la giustizia e le riparazioni”, ha affermato Guterres.
Il voto rivela una chiara frattura fra Nord e Sud del mondo, che lascia presagire grandi difficoltà nel tradurre i principi in politiche condivise. I Paesi occidentali, in larga parte astenuti, hanno riconosciuto la gravità storica della schiavitù e le sue conseguenze, ma hanno preferito evitare un impegno esplicito su risarcimenti e restituzioni.
Il presidente ghanese John Mahama, principale sostenitore dell’Unione Africana per le riparazioni relative alla tratta transatlantica degli schiavi, si è recato a New York per promuovere questa risoluzione non vincolante, che tuttavia considera “storica”.

“Oggi siamo qui riuniti solennemente e in solidarietà per proclamare la verità e proseguire il cammino verso la guarigione e la giustizia riparativa”, ha dichiarato. “L’adozione di questa risoluzione serve anche a salvaguardare l’oblio”, ha aggiunto il presidente, che previamente aveva criticato le attuali politiche che “normalizzano lentamente la cancellazione”, in particolare negli Stati Uniti, dove “i libri sull’argomento sono banditi dalle scuole e dalle biblioteche pubbliche”.
L’obiettivo è riunire istituzioni, stati, studiosi e comunità per elaborare insieme approcci costruttivi affinché venga garantita una giustizia riparativa. Per poter concretizzare questo obiettivo, è necessario investire in opportunità economiche, sanità, istruzione e cultura ed è fondamentale riconoscere la dimensione umana del problema: la schiavitù ha reso possibile un sistema basato sulle disuguaglianze e sul doppio standard culturale.
La risoluzione Onu chiede il coinvolgimento di organizzazioni come l’Unione Africana, la Comunità dei Caraibi e l’Organizzazione degli Stati americani nel costruire un cammino multilaterale verso impegni concreti e condivisi, alla luce del primo riconoscimento da parte delle Nazioni Unite che, quasi sei secoli dopo il suo inizio, la tratta degli schiavi africani è ancora viva nel razzismo e nelle disuguaglianze del presente.
Secondo il database SlaveVoyages, raccolta accademica internazionale di dati sulla tratta, tra il XVI e il XIX secolo circa 12,5 milioni di africani furono deportati nelle Americhe, dei quali solo 10,7 milioni sopravvissero alla traversata oceanica. Il numero complessivo di africani morti attribuibili direttamente alla traversata è stimato in due milioni, mentre un bilancio più ampio delle morti causate dalla schiavitù tra il 1500 e il 1900 porta la cifra a quattro milioni.
Sul piano demografico, la tratta ha determinato lo spopolamento in vaste aree del continente africano: i molti milioni di esseri umani forzati a lasciare la loro terra erano per lo più giovani uomini e donne in età riproduttiva che avrebbero quindi potuto contribuire allo sviluppo demografico, sociale ed economico del loro Paese.
* Ufficio per la Comunicazione










