Gerusalemme: un grave precedente contro la libertà di culto

La Basilica del Santo Sepolcro e della Resurrezione a Gerusalemme La Basilica del Santo Sepolcro e della Resurrezione a Gerusalemme Foto: CCEE

Un fatto senza precedenti ha segnato la Domenica delle Palme nella Città Santa: la polizia israeliana ha impedito al Patriarca latino di Gerusalemme, il card. Pierbattista Pizzaballa, e al Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, di entrare nella basilica del Santo Sepolcro, dove si stavano recando per celebrare la messa della Domenica delle Palme all’inizio della Settimana Santa.

In una lettera aperta la Rete Internazionale Preti contro il genocidio esprime solidarietà al cardinale Pizzaballa e al Custode di Terra Santa.

All’inizio di questa Settimana Santa, mentre i cristiani di tutto il mondo volgono il cuore verso Gerusalemme, alziamo la nostra voce con dolore, allarme e urgenza.

La Rete Internazionale Preti contro il genocidio - che riunisce oltre 2.200 sacerdoti in 58 Paesi, insieme a 25 vescovi e 2 cardinali - desidera esprimere la propria profonda preoccupazione e la piena solidarietà al cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, e a padre Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa.

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20250324Sepulcro3Domenica 29 marzo 2026, la polizia israeliana ha impedito a entrambi di entrare nella Basilica del Santo Sepolcro mentre si recavano a celebrare la Messa della Domenica delle Palme. Secondo la dichiarazione congiunta del Patriarcato latino di Gerusalemme e della Custodia di Terra Santa, i capi delle Chiese avevano agito con piena responsabilità fin dall’inizio della guerra, rispettando tutte le restrizioni imposte: gli assembramenti pubblici erano stati annullati, la partecipazione era stata vietata e si era provveduto a trasmettere le celebrazioni.

In questo contesto, impedire al Cardinale e al Custode di celebrare la Domenica delle Palme in uno dei giorni più santi dell’anno cristiano non è semplicemente un eccesso amministrativo. È una grave violazione della libertà di culto, una seria lesione dello storico Status Quo e un insulto ai milioni di cristiani nel mondo che, in questi giorni sacri, guardano a Gerusalemme.

Eppure, questo episodio non può essere letto come un fatto isolato. Appartiene a un quadro più ampio e più allarmante. Fa parte di un’escalation continua, resa possibile dall’impunità con cui il governo israeliano continua a violare il diritto internazionale, a restringere le libertà fondamentali, a devastare la vita palestinese e a ferire il già fragile tessuto spirituale e civile di Gerusalemme.

Lo diciamo da molti mesi e lo ripetiamo ancora una volta con dolore e convinzione: quando ripetute violazioni del diritto internazionale vengono tollerate, l’ingiustizia si fa più audace. Quando l’oppressione non viene fermata, si approfondisce. Quando i potenti non vengono chiamati a rispondere delle proprie azioni, la loro violenza si estende. Quanto è accaduto ora a Gerusalemme conferma, ancora una volta, che l’impunità senza controllo non rimane mai circoscritta. Si diffonde.

Vogliamo essere altrettanto chiari: la nostra denuncia non è contro il popolo ebraico. Rinnoviamo il nostro profondo rispetto per il popolo ebraico e il nostro rifiuto inequivocabile di ogni forma di antisemitismo. La nostra condanna è rivolta invece alla leadership politica israeliana e a quelle reti politiche, mediatiche e culturali che continuano a giustificarne e proteggerne l’operato, nonostante la devastazione catastrofica inflitta al popolo palestinese e, sempre più, all’intera regione.

Desideriamo esprimere una vicinanza particolare al cardinale Pizzaballa, che con costanza ha cercato vie di fiducia, presenza e riconciliazione in una terra lacerata dalla guerra, e a padre Francesco Ielpo, erede della missione francescana che custodisce i Luoghi Santi da otto secoli, radicata anche nella memoria dell’incontro tra san Francesco e il Sultano. Umiliarli e ostacolarli nell’esercizio del loro ministero significa colpire non solo due persone, ma anche un segno vivente di dialogo, convivenza e presenza fedele nel cuore del Medio Oriente.

20260329Gerusalemme

Per questo motivo, rivolgiamo questo appello non solo ai responsabili delle Chiese, ma alla coscienza dei cristiani di ogni luogo.

Chiediamo a vescovi, sacerdoti, pastori, responsabili religiosi, teologi e comunità cristiane di tutto il mondo di non restare in silenzio. Chiediamo che questa violazione venga nominata pubblicamente nella predicazione, nella preghiera, nell’insegnamento pastorale e nella testimonianza pubblica durante tutta la Settimana Santa. Chiediamo a diocesi, conferenze episcopali, seminari, facoltà teologiche, organismi ecumenici e movimenti cristiani di parlare con chiarezza e coraggio. Il silenzio, ora, non sarebbe prudenza. Sarebbe resa.

Ci rivolgiamo anche ai governi che affermano di difendere la democrazia, i diritti umani e la libertà religiosa, perché agiscano con coerenza e verità. La libertà di culto non può essere invocata in modo selettivo. Il diritto internazionale non può essere difeso solo quando conviene. I Luoghi Santi non possono essere onorati mentre le persone che vivono attorno ad essi vengono abbandonate, umiliate, sfollate o distrutte.

Allo stesso tempo, ci appelliamo in modo particolare a quegli ambienti cristiani in cui forme di sionismo cristiano continuano a deformare la fede biblica e a oscurare il Vangelo. Nessuna teologia che benedica il dominio, l’espropriazione o la punizione collettiva può essere conciliata con il Dio di Gesù Cristo. Nessuna lettura della Scrittura che metta a tacere il grido degli oppressi può ancora pretendere di servire la verità del Vangelo.

All’inizio della Settimana Santa, ricordiamo che la Passione di Cristo non viene solo commemorata nella liturgia; continua anche nella storia. Continua in tutti coloro che sono schiacciati dalla violenza, spogliati della dignità, cacciati dalle loro case o privati persino del diritto di piangere e pregare in pace. In modo particolare, continua nella sofferenza del popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania, che subisce devastazione, sfollamento, assedio e la distruzione delle condizioni più elementari della vita umana.

Perciò ci appelliamo a tutta la Chiesa: non voltatevi dall’altra parte.

Questo è un momento di verità. Questo è un momento di chiarezza morale. Questo è un momento di coraggio.

Se crediamo che Cristo sia presente nei feriti, allora dobbiamo difendere i feriti. Se crediamo che il Vangelo sia una buona notizia per gli oppressi, allora dobbiamo rifiutare ogni teologia, ogni diplomazia e ogni silenzio che li abbandona. Se celebriamo la morte e la risurrezione di Gesù, allora non possiamo restare neutrali davanti ai popoli crocifissi.

Possa questa Pasqua non trovarci silenziosi, timidi o evasivi. Possa trovarci fedeli.  Possa trovarci pronti a parlare, a pregare, ad agire e a stare accanto a chi soffre. E possa il grido che sale da Gerusalemme, da Gaza e dalla Terra Santa trafiggere la coscienza della Chiesa e del mondo prima che sia troppo tardi.

Comitato direttivo Rete Internazionale Preti contro il genocidio

Roma 30 marzo 2026

Ultima modifica il Lunedì, 30 Marzo 2026 22:59

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