L’opera del centro AMO dei missionari della Consolata. La testimonianza di padre Patrick Mandondo
Più che di carità o assistenza, preferiscono parlare di dignità, giustizia, diritti e, ovviamente, consolazione, quello che potremmo definire il loro marchio di fabbrica. I protagonisti di questa bella storia di umanità, infatti, sono i Missionari della Consolata che a Oujda, l’estremo orientale del Marocco, al confine con l’Algeria, dal 2017 animano il progetto AMO, Accoglienza migranti Oujda.

Nella missione a Oujda in Marocco, padre Patrick Mandondo (foto) lavora con il padre Edwin Osaleh
AMO è un centro di attività sociale piazzato nel mezzo delle rotte migratorie che dall’Africa subsahariana portano verso il nord del continente, ed è impegnato nell’ ospitalità, la promozione, la protezione e l’integrazione delle persone migranti con particolare attenzione rivolta all’accoglienza d’emergenza, la formazione e la salute. Dal 2020 al 2024 ha accolto una media annuale di 2.000 persone, ma con la guerra in Sudan - prossima ad entrare nel quarto anno – e l’aumento di profughi, nel 2025 AMO ha quasi triplicato il numero di migranti accolti, raggiungendo la cifra di 5.857 persone, il 20% delle quali è costituito da minori non accompagnati, donne e bambini.
«Per portare a buon fine il sostegno a migranti e rifugiati – spiega padre Patrick Mandondo, missionario della Consolata, responsabile dell’accoglienza e della dispensa del centro - abbiamo istituito una serie di iniziative e servizi. Forniamo innanzitutto supporto per la cura delle persone (accoglienza d’urgenza) con cibo, kit igienici, kit freddo, abbigliamento e altre necessità. Poi pensiamo al supporto psicologico visto che molti migranti subiscono gravi traumi legati al viaggio. Abbiamo percorsi per l’educazione e la formazione, l’informazione e l’orientamento, l’assistenza legale e l’inclusione sociale. In alcuni casi pensiamo anche all’accompagnamento di quei migranti che vogliono tornare a casa (in collaborazione con l’Oim, Organizzazione Internazionale Migrazioni). Abbiamo un ambulatorio supportato dalla Chiesa d’Oujda e a volte forniamo supporto economico per avviare un’attività».

Il centro AMO, sotto la giurisdizione dell’arcidiocesi di Rabat, è gestito dai Missionari della Consolata coadiuvati da una decina di persone. C’è un direttore, padre Edwin Osaleh, che è anche il superiore della comunità dei Missionari a Oujda, un consiglio di coordinamento composto da padre Patrick e due suore spagnole e una serie di operatori, tra cui medici, avvocati, cuochi e un’equipe di gestione delle risorse. AMO è nato originariamente per offrire ristoro e riposo ai migranti nel corso del loro viaggio, un’intuizione profonda che affonda le radici nella tradizione di accoglienza dei pellegrini che la Chiesa ha sempre offerto e che punta a ristabilire le condizioni fisiche e umane per resistere alle durezze e continuare a sperare in un futuro migliore.
“All’inizio – riprende padre Patrick - volevamo offrire un punto di approdo per i tanti che passano di qui dopo un viaggio molto duro e prima di affrontare ulteriori difficoltà, rischi e condizioni di grande vulnerabilità. La maggior parte dei migranti che passano da noi ha come obiettivo principale quello di raggiungere l’Europa. Il Nord Africa, e in particolare il Marocco, rappresenta per loro una tappa di transito più che una destinazione finale. Tuttavia, non tutti riescono a proseguire il viaggio: alcuni restano bloccati per motivi economici, legali o di salute, mentre altri, con il tempo, scelgono o sono costretti a stabilirsi temporaneamente o anche a lungo nel Nord Africa. Per questo motivo, il nostro centro svolge un ruolo fondamentale: non solo accompagniamo i migranti nel loro percorso, ma offriamo anche accoglienza, ascolto e sostegno concreto a chi si trova in una situazione di attesa, incertezza o fragilità”.

Le storie che questo avamposto di umanità si trova ad accogliere sono caratterizzate spesso da grande sofferenza, solitudine, spaesamento. Tra i migranti che passano da AMO, inoltre, ci sono molti giovani, alcuni sono minorenni. “Sono tra le persone più vulnerabili che incontriamo – di nuovo padre Patrick -. Provengono principalmente da Paesi come Sudan, Guinea, Mali, Costa d’Avorio, Senegal, Gambia, Sierra Leone, spesso hanno attraversato percorsi lunghi, pericolosi e segnati da molte prove. Alcuni hanno perso i genitori, altri sono stati affidati a reti di trafficanti, altri ancora hanno vissuto violenze, sfruttamento o detenzione durante il viaggio. Arrivano con tanta paura, ma anche con una grande forza e una speranza profonda”.
Il senso di questo progetto è prima di tutto umano: offrire protezione, dignità e accompagnamento a chi è più fragile. Creare uno spazio sicuro, non ostile, pacifico, dove tornare a sentirsi ascoltati e sostenuti, ritrovando un po’ di stabilità e speranza. “Ma c’è anche un senso profetico”, conclude il missionario. Questo progetto è un segno, una testimonianza. In un mondo che spesso chiude le porte, noi vogliamo aprirle. È un modo per dire che ogni persona ha valore, che ogni vita è degna di rispetto, e che un altro modo di vivere insieme è possibile.
* Luca Attanasio è giornalista e scrittore. Originariamente pubblicato in Osservatore Romano, 23 marzo 2026.







