Dalla Costa d’Avorio, padre Stefano Camerlengo invita a non smettere di pregare e avere fiducia.
È da poco terminato il Santo Natale e ci stiamo già preparando per la Quaresima che ci preparerà alla grande festa di Pasqua!
In questo periodo, mi è nata spontaneamente una domanda: “come sto vivendo tutto questo?”
Con intensità e buon spirito, con la volontà di crescere ed imparare?
Oppure lo subisco involucrato nella rapidità del tempo che corre?
Anche nella missione è presente questa tentazione della ripetizione, del “s’è fatto sempre così”, della monotonia che non lascia spazio alla creatività, alla novità. Occorre sempre stare attenti, essere vigilanti, non lasciar correre ma correre per primi!
Quest’anno, il giorno della vigilia di Natale, al nostro ospedaletto è arrivato un giovane uomo in moto con legata dietro la schiena – perché non cadesse – una giovane donna ammalata, senza forza e visibilmente sofferente.
Per noi al Centro di Salute era impossibile curarla, in quanto non abbiamo a disposizione tutti gli strumenti necessari, e abbiamo proposto un trasferimento gratuito con la nostra Ambulanza all’Ospedale più vicino della città di Korogho, distante 182 km di strada per metà ancora non asfaltata. La giovane coppia ha cercato di mettersi in contatto con la famiglia per decidere cosa fare, ma non ha avuto risposta. Alla fine, stremati dall’inutile attesa e dal dolore, il giovane ha deciso di riportare la donna a casa con la macchina della missione.
Davanti a questo episodio, mi sono sentito impotente e deluso per la difficoltà concreta e quotidiana di dare priorità ai valori che contano. Tanto più perché a Natale dovremmo essere tutti più buoni ed attenti ai bisogni delle persone, sentire Dio più vicino, più “dei nostri”.
Di contro, nella nostra Maternità, proprio in quei giorni, sono nati 15 bambini/e per la gioia delle loro famiglie e come inno alla speranza e alla tenerezza contro la durezza e spietatezza della vita.
Ci sono due esperienze che pesano nella mente e nel cuore di un missionario: il silenzio di Dio di fronte alla sofferenza e al male e la fragilità umana, mia e degli altri, che ci fa sentire impotenti e senza speranza.
Una delle esperienze più faticose per il credente è il silenzio di Dio: continuare a chiedere senza sentirsi ascoltati. Quando non ci sentiamo ascoltati, le nostre mani si stancano, non riusciamo a tenerle protese verso il cielo per troppo tempo. Abbiamo bisogno di essere sostenuti, aiutati, perché da soli facciamo fatica a portare il peso della preghiera.
È esattamente quello che avviene a Mosè nel passo dell’Esodo abbastanza conosciuto: Mosè prega con le mani alzate al cielo mentre Giosuè combatte. È un’immagine della preghiera che sfugge a ogni spiritualizzazione disincarnata: mentre Mosè prega, Giosuè combatte.
È un invito a non separare la preghiera dalla vita
Non ci si affida a Dio, rinunciando a lottare! La preghiera non ci esime dall’impegno responsabile e coraggioso nelle situazioni della vita.
Mosè non ce la fa da solo a reggere la fatica di pregare, ha bisogno di essere sostenuto: sono poste delle pietre sotto le sue braccia e alcuni lo aiutano a non abbassare le mani.
Anche noi abbiamo bisogno di strumenti solidi e ben fondati su cui appoggiare la nostra preghiera, ma abbiamo bisogno anche del sostegno della comunità con cui preghiamo, da cui siamo sostenuti e da cui siamo accompagnati. La preghiera non è mai un fatto solo personale. Nel tempo della preghiera abbiamo bisogno di rimanere saldi in quello che abbiamo imparato e che crediamo fermamente (cfr. 2Tm 3,14).
Quando non ci sentiamo ascoltati, ci arrabbiamo, perché un nostro bisogno, che consideriamo importante, non trova risposta. Forse per questo Gesù, commentando la parabola della vedova che chiede giustizia, ci invita a non stancarci, letteralmente a non incattivirci.
Anche davanti al silenzio di Dio, quando ci sembra che la nostra preghiera non trovi risposta, possiamo sentirci frustrati, e questo genera rabbia. È importante, perciò, ricordarci quello che il Salmo 120 ci suggerisce: «Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele» (Sal 120,4).
* Padre Stefano Camerlengo, IMC, missionario in Costa d’Avorio. Originariamente pubblicato in: www.spaziospadoni.org










