Durante le vacanze ho avuto l'opportunità di vivere un'esperienza missionaria nella Missione Catrimani, tra il popolo Yanomami nello Stato di Roraima, Brasile. Più che un tempo dedicato ad attività specifiche, questa esperienza di circa due mesi è stata per me un profondo percorso di ascolto, apprendimento e cambiamento del modo di guardare la realtà, lontano dalla routine degli studi teologici a San Paolo.
Nel corso di quei giorni, ho compreso che la missione non si basa solo su ciò che si fa o si dice, ma soprattutto nella presenza umile, nel rispetto della cultura dell'altro e nella disponibilità a camminare insieme.
In questo articolo condivido le percezioni, le sfide e le scoperte vissute nella quotidianità della missione, dove l'ascolto si è rivelato un atteggiamento fondamentale per il vero incontro. Lo scopo è di contribuire a una riflessione sulla missione che non s’impone, ma che si lascia trasformare dalle persone con le quali cammina.
L'esperienza missionaria nel territorio del popolo Yanomami, mi ha portato a comprendere che la missione non inizia necessariamente con la parola annunciata, ma con l'ascolto attento della vita, della cultura e della storia dell'altro. In un contesto caratterizzato da una forte identità culturale, sfide sociali e un profondo rapporto con la natura, la missione si rivela, prima di tutto, come presenza umile e disponibilità ad apprendere.
Durante la convivenza nella Missione Catrimani, è diventato evidente che il vero incontro missionario nasce dal rispetto, dalla vicinanza e dalla sincera apertura al modo di vivere del popolo Yanomami. Più che realizzare attività o presentare proposte, la missione si manifesta nello stare insieme e nel camminare con il popolo, riconoscendo che Dio è già presente nella sua storia.

Un contesto di vita e resistenza
Catrimani è uno spazio di grande ricchezza culturale e umana, dove il popolo Yanomami vive in profonda relazione con la foresta, la comunità e i cicli della vita. L'identità collettiva, la comunicazione verbale e la cura della natura sono elementi centrali del loro modo di esistere. Ogni gesto quotidiano esprime una comprensione del mondo caratterizzata dall'interdipendenza tra le persone e l'ambiente.
Allo stesso tempo, si tratta di un contesto attraversato da sfide storiche e attuali, come la difesa del territorio, la salute e le minacce esterne. In questo scenario, la presenza missionaria è chiamata ad essere segno di solidarietà e rispetto, evitando qualsiasi forma di imposizione culturale o religiosa. La missione si svolge nella realtà quotidiana, caratterizzata da resilienza, saggezza e speranza.
L'ascolto come atteggiamento fondamentale
Fin dai primi giorni è stato chiaro che l'ascolto è l'atteggiamento fondamentale per qualsiasi azione missionaria nel territorio Yanomami. Ascoltare non significa solo comprendere le parole, ma accogliere i silenzi, osservare i gesti, rispettare i tempi e imparare a cogliere il significato profondo delle relazioni.
Questo ascolto richiede umiltà e conversione. Non si tratta di arrivare con risposte pronte, ma di permettere all'altro di rivelarsi a partire dalla propria cultura. Ispirata dall'atteggiamento di Gesù, che si avvicina e ascolta prima di parlare, la Missione a Catrimani invita a una presenza discreta e attenta. L'ascolto genera fiducia, e la fiducia apre la strada a un incontro vero, dove il Vangelo è testimoniato soprattutto dalla vita.
La convivenza come spazio di evangelizzazione
La convivenza quotidiana con il popolo Yanomami ha dimostrato che l'evangelizzazione avviene spesso nei semplici gesti di tutti i giorni. Condividere la vita, camminare insieme, partecipare alle attività comunitarie e rispettare le usanze locali diventano forme concrete di presenza missionaria.
Attività come l'alfabetizzazione, le attività agricole, la costruzione di pollai e l'apicoltura sono state importanti, ma sempre vissute attraverso il dialogo e la convivenza. Più che i risultati pratici, ciò che ha lasciato il segno è stato il processo costruito insieme alla popolazione, in cui la relazione umana ha avuto la priorità.
Questa convivenza includeva anche la partecipazione rispettosa a momenti significativi della vita comunitaria, come le celebrazioni culturali che si svolgevano quando una persona della comunità veniva a mancare. Accompagnare questi rituali è stata un'esperienza profonda di ascolto e apprendimento. Essere presenti in questi momenti significava condividere il dolore, rispettare il sacro della cultura dell'altro e riconoscere che la missione si fa anche nel silenzio e nella solidarietà.
Sfide, limiti e conversione missionaria
La Missione a Catrimani presenta sfide importanti, come le barriere linguistiche, le differenze culturali e il rischio di interpretare la realtà sulla base di categorie esterne. In molti momenti emerge un senso di impotenza di fronte ai propri limiti. C'è poi la sfida che le comunità indigene devono affrontare per difendere il loro territorio e la cultura dagli attacchi dei cercatori d'oro e degli invasori interessati alle ricchezze.
Tuttavia, questi limiti diventano un'occasione di crescita e conversione missionaria. Riconoscere di non avere tutte le risposte aiuta a costruire una missione più umana ed evangelica. L'ascolto, ancora una volta, si rivela essenziale per evitare atteggiamenti di imposizione e per valorizzare il protagonismo del popolo Yanomami.
Una missione che si lascia trasformare
L'esperienza a Catrimani insegna che la missione che inizia con l'ascolto trasforma sia chi è ascoltato sia chi ascolta. Il popolo Yanomami non è solo destinatario della missione, ma protagonista di una storia in cui Dio è già presente e attivo.
In un mondo caratterizzato dalla fretta e dall'eccesso di parole, questa esperienza ricorda che il Regno di Dio si costruisce spesso nel silenzio, nella presenza fedele e nel profondo rispetto per l'altro. Quando la missione inizia con l'ascolto, smette di essere un'imposizione e diventa un incontro. Ascoltare il popolo Yanomami è stato un modo concreto per incontrare Dio e rinnovare il senso più autentico della missione.
* Albanus Kioko, IMC, studente keniano del Seminario Teologico di San Paolo, Brasile.










