Dal 3 gennaio il Venezuela è nelle mani delle forze statunitensi. Il presidente Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores sono stati portati in un carcere di New York in attesa di essere processati per aver «importato tonnellate di cocaina negli Stati Uniti». L’azione militare – denominata Operation absolute resolve (Operazione determinazione assoluta) – ordinata da Donald Trump è stata improvvisa, ma certamente non inattesa, viste le manovre messe in atto dagli Usa negli ultimi mesi.
Da settembre, nel Mar dei Caraibi, la marina statunitensela marina statunitense silurava barche venezuelane ipotizzate essere mezzi di trasporto dei narcotrafficanti. A novembre era uscito il documento sulla Strategia della sicurezza nazionale (National security strategy, Nss), in cui si riesumava la cosiddetta «dottrina Monroe»: i paesi latinoamericani sono nel «cortile di casa» degli Stati Uniti, di conseguenza nessun altro paese può interferire. Infine, nei giorni scorsi, l’intervento diretto su Caracas.
Mentre il governo italiano è stato uno dei pochi al mondo (assieme a quello argentino di Milei) a definire «legittima» l’operazione di Trump, nell’editoriale del 3 gennaio il New York Times ha prima demolito la motivazione del narcoterrorismo e poi ha individuato nella nuova Strategia della sicurezza nazionale la spiegazione più plausibile: «A quanto pare – si legge -, il Venezuela è diventato il primo Paese soggetto a questo imperialismo moderno, che rappresenta un approccio pericoloso e illegale».
Donald Trump (foto ufficiale della Casa Bianca) e l’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro – bendato e incatenato – nella foto pubblicata su Truth dal presidente statunitense.
Nella conferenza stampa organizzata nella sua tenuta di Mar-a-Lago, un gongolante Donald Trump ha spiegato alcune cose, in primis elogiando il blitz militare avvenuto senza alcuna conseguenza per le forze statunitensi (mentre non sono state ricordate le vittime venezuelane). Il tycoon non ha nascosto neppure gli obiettivi del suo Paese, mettendo subito in secondo piano sia la questione del narcotraffico sia il futuro dei venezuelani. In cima alla lista ci sono le risorse petrolifere: le aziende Usa – «le più grandi del mondo» – sono pronte a investire nel Paese.
Cosa accadrà ora è impossibile prevederlo. Tuttavia, il Venezuela non sembra intenzionato ad opporre resistenza. Più difficile è capire chi affiancherà gli Stati Uniti nella guida del Paese da oggi fino alla transizione. Potrebbe essere la vice Delcy Rodríguez (nominata presidente ad interim dal Tribunal supremo de justicia de Venezuela), che in molti indicano come possibile traditrice di Maduro. Potrebbe essere Edmundo González Urrutia, il (probabile) vincitore delle controverse elezioni presidenziali del 2024. Mentre – e questa è una sorpresa – pare al momento fuori dei giochi Maria Corina Machado, premio Nobel per la pace 2025 e leader dell’opposizione venezuelana. Pur essendo un’adulatrice di Trump, il capo della Casa Bianca non la considera adeguata.
Su Truth, il social network di sua proprietà, il presidente Usa ha pubblicato un’immagine di Nicolás Maduro iNicolás Maduro in tuta da ginnastica, bendato e ammanettato: il nemico non soltanto sconfitto, ma anche pubblicamente umiliato. Una scelta alla Trump. Tuttavia, il vero sconfitto non è l’ex presidente venezuelano. È il diritto internazionale, calpestato dal tycoon proprio come hanno fatto Vladimir Putin in Ucraina e Benjamin Netanyahu nei territori palestinesi.
* Paolo Moiola è giornalista, rivista Missioni Consolata. Originalmente pubblicato in: www.rivistamissioniconsolata.it










