Massacro: il Tanzania deve rispondere dei suoi morti

La presidente Samia Suluhu Hassan è stata insediata il 3 novembre 2025 a Chamwino, Dodoma, dopo essere stata rieletta con 97,66% dei voti. La presidente Samia Suluhu Hassan è stata insediata il 3 novembre 2025 a Chamwino, Dodoma, dopo essere stata rieletta con 97,66% dei voti. Fotomontaggio: Tanzaniainvest
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Non esiste una risposta logica, diretta o un’unica narrazione che possa spiegare pienamente come il Tanzania sia giunto a questa tragica e mortale svolta, l’uccisione di giovani appartenenti alla cosiddetta “Generazione Z” in quella che un tempo era una nazione relativamente pacifica.

Questa escalation segue le elezioni truccate e fraudolente del 29 ottobre 2025. Una tale brutalità e uccisioni di massa non si erano mai viste nella storia della Tanzania, un Paese un tempo conosciuto come la “Ginevra d’Africa”. Oggi, purtroppo, è diventato un cimitero per fratelli e sorelle ingiustamente presi di mira e uccisi. Secondo il partito di opozione (CHADEMA) sono morti almeno 700 persone.

La domanda più urgente ora è: “Cosa accadrà alla Tanzania dopo il 29 ottobre?” Come possiamo restaurare la nostra isola di pace, un tempo emblema della nostra identità culturale? E, inoltre, come possiamo ricostruire fiducia, pace e giustizia tra cittadini e governo? Queste domande urgenti richiedono la nostra attenzione e azione collettiva nel periodo successivo a questo tumulto.

Le proteste nazionali

La mattina delle elezioni, l’aria era piena di attesa e ansia mentre i cittadini si preparavano a votare, molti dei quali credevano che non ci sarebbero state proteste, basandosi sulle esperienze passate. Tuttavia, le discussioni sui social media riflettevano una realtà diversa, con dibattiti su proteste pianificate contro il declino della democrazia multipartitica. Si esprimevano preoccupazioni per la natura palesemente non competitiva delle elezioni, per le irregolarità elettorali e per i continui casi di rapimenti e sparizioni forzate di critici del governo.

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Manifestazioni a Dar es Salam in Tanzania. Foto: Vellum

Entro la mezzanotte del giorno delle elezioni, l’accesso a Internet era stato gravemente limitato, e molte reti mobili funzionavano solo tramite VPN (Virtual Private Network). Le proteste esplosero a Dar es Salaam, con incendi di proprietà governative, stazioni di servizio e attività commerciali, mentre i manifestanti prendevano di mira i beni dei sostenitori del partito al potere. In serata, Internet fu completamente bloccato, rendendolo inaccessibile in ogni modo.

Le proteste si diffusero anche in altre regioni del Paese, tra cui Arusha, Mbeya, Mwanza e Tunduma. A Tunduma, la situazione si intensificò, con vari edifici incendiati – tra cui un tribunale e veicoli governativi – mentre oltre 5.000 camion rimasero bloccati al confine. La giornata si concluse con l’annuncio di un coprifuoco, che limitava gli spostamenti dalle 18:00 in poi.

Dall’inizio delle proteste sono emerse numerose segnalazioni di sparatorie da parte della polizia. Tragicamente, molte vittime erano passanti colpiti da proiettili vaganti. Sui social media, una donna ha raccontato la terribile esperienza di aver visto la polizia uccidere sua sorella nella sua auto, davanti al figlio. Questi episodi non riflettono le azioni di uno Stato di diritto, ma i segni distintivi di esecuzioni extragiudiziali. Mentre il governo tanzaniano nega ufficialmente che vi siano state vittime durante i cinque giorni di blocco, le prove raccolte sul campo rivelano una realtà ben più brutale.

Un diritto non derogabile

Il diritto alla vita è intrinsecamente sacro, prezioso e meritevole del più profondo rispetto. È un diritto non derogabile, il che significa che non può essere sospeso nemmeno in stato di emergenza. Il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, nel suo Commento Generale sul Diritto alla Vita, sottolinea che si tratta di un “diritto supremo da cui non è permessa alcuna deroga, nemmeno in situazioni di conflitto armato o di altre emergenze pubbliche.”

L’uso della forza letale da parte delle forze dell’ordine è regolato da principi rigorosi di necessità e proporzionalità. Secondo le linee guida dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR), le armi da fuoco dovrebbero essere utilizzate solo come ultima risorsa contro una minaccia imminente di morte o di lesioni gravi. Tuttavia, le recenti uccisioni non erano risposte proporzionate volte a mantenere l’ordine pubblico; costituiscono piuttosto privazioni arbitrarie della vita.

Questo palese disprezzo per la vita umana è aggravato da una preoccupante mancanza di rispetto per lo stato di diritto. Quando le forze di sicurezza governative uccidono cittadini e il governo stesso nega tali morti, si apre una profonda crisi di responsabilità.

Appelli per un’inchiesta indipendente

Un coro crescente di voci locali e internazionali chiede responsabilità per le uccisioni e le diffuse violazioni dei diritti umani che hanno seguito le contestate elezioni generali in Tanzania. Il governo della presidente Samia Suluhu Hassan non può più rimanere in silenzio; deve andare oltre le smentite generiche e intraprendere misure immediate e concrete per affrontare queste atrocità.

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L’arcivescovo Jude Thaddeus Rwa’ichi di Dar es Salaam. Foto: Radio Maria

Questo processo dovrebbe iniziare con un’indagine completa, indipendente e trasparente su ogni morte avvenuta durante il periodo elettorale. Successivamente, il governo deve riconoscere pubblicamente le vittime e porgere le proprie scuse alle famiglie. Inoltre, devono essere perseguiti rapidamente gli agenti di sicurezza responsabili di queste uccisioni illegali e garantiti pieni risarcimenti alle famiglie delle vittime.

Molte organizzazioni della società civile, partiti d’opposizione, leader religiosi, osservatori internazionali, chiedono inoltre un’inchiesta indipendente e imparziale sulle morti di civili, giornalisti e agenti di polizia durante quelle che sono state descritte come le più grandi proteste nella storia della Tanzania. La violenza è stata affrontata con una brutale repressione da parte delle forze di sicurezza e con il blocco nazionale di Internet, gettando un’ombra oscura sul processo democratico del Paese e sollevando urgenti richieste di riforme costituzionali.

Durante una celebrazione eucaristica dedicata alle vittime di queste atrocità e alle loro famiglie, l’arcivescovo Jude Thaddeus Rwa’ichi di Dar es Salaam ha sottolineato che lo spargimento di sangue “non riflette il vero volto della Tanzania; è un abominio davanti a Dio.” In risposta alla violenza post-elettorale, Papa Leone XIV ha invocato pace e dialogo. Ha invitato alla preghiera “per la Tanzania, dove, a seguito delle recenti elezioni, sono scoppiati scontri violenti che hanno provocato molte vittime. Esorto tutti a evitare ogni forma di violenza e a seguire la via del dialogo.”

La Tanzania necessita di una guarigione olistica – non di soluzioni superficiali o del principio del “funika kombe mwanaharamu apite” (coprire la pentola perché la vergogna passi), ma di un approccio più profondo e sincero. Coloro che hanno perso i propri cari devono poter piangere con dignità, e i feriti devono ricevere le cure e il conforto di cui hanno bisogno. La nazione merita la verità su ciò che è accaduto – non il silenzio o la manipolazione. Senza verità e responsabilità, non può esserci perdono; senza giustizia, non può esserci pace.

 * Padre Isaack, IMC, missionario in Tanzania.

Ultima modifica il Giovedì, 13 Novembre 2025 12:35
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