La comunità di Casa Generalizia a Roma ha organizzato, venerdì 7 novembre, una Celebrazione Eucaristica in memoria di padre Alberto Trevisiol, missionario della Consolata tornato alla casa del Padre il 2 agosto 2025. Aveva 77 anni di vita, di cui 55 di professione religiosa e 50 di sacerdozio. È stato sepolto nel cimitero di Jesolo, il 6 agosto 2025.
L’eucaristica presieduta dal Vice Superiore Generale, padre Michelangelo Piovano nell’Auditorium San Giuseppe Allamano è stata concelebrata da numerosi sacerdoti confratelli, sacerdoti professori della Pontificia Università Urbaniana, sacerdoti suoi amici, con la partecipazione delle comunità dei missionari e delle missionarie della Consolata di Roma e Nepi, oltre a religiosi e religiose di diverse congregazioni che lo hanno conosciuto nel suo ministero, amici, studenti e professori della Pontificia Università Urbaniana.

Prima della messa, padre Pedro Louro ha presentato la biografia di padre Alberto sottolineando i momenti più significativi della sua vita nell’Istituto.
Gli studenti di Bravetta hanno animato i canti liturgici scelti per ringraziare Dio per la vita e la missione di padre Alberto, che nel suo servizio, ha dato un importante contributo alla missione della Chiesa e dell'Istituto.
Alla fine della messa, il padre Leonardo Sileo, OFM, già rettore e professore dell'Urbaniana, amico di padre Alberto, ha dato la sua testimonianza ricordando “il suo affetto nel condividere e la sua attenzione ai bisogni degli studenti. Quando ero rettore mi consigliava: “aiuti gli studenti perché sono molti quelle che ne hanno bisogno”. Dimostrava “rispetto per gli studenti ai quali aveva sempre aperto la porta del suo ufficio. Padre Alberto era una persona che sapeva dire grazie, con una grande sensibilità per i rapporti con gli altri e un evidente zelo missionario come studioso e come persona”.

Il superiore della Casa Generalizia, padre Osvaldo Coppola, a conclusione della celebrazione, ha rivolto parole di ringraziamento ai presenti. “Non potevamo ricordare padre Alberto da soli, perché alla nostra famiglia missionaria si unisce anche la famiglia più allargata che siete voi, che vi siete uniti a noi questa sera dimostrando affetto e stima per il nostro confratello. È un momento di comunione e di famiglia”. Padre Osvaldo ha poi invitato tutti a una condivisione fraterna preparata nella sala accanto all’Auditorium.
Di seguito, pubblichiamo il testo integrale dell’omelia tenuta da Padre Michelangelo Piovano:
Omelia per la Messa in ricordo di padre Alberto Trevisiol
A tre mesi della conclusione del pellegrinaggio terreno di Padre Alberto Trevisiol e del passaggio alla comunione con il Padre che abbiamo celebrato il 6 agosto, Festa della Trasfigurazione, nella sua parrocchia natale di Jesolo, ci troviamo nuovamente per pregare e fare memoria di questo nostro caro confratello, amico e collega di lavoro e ministero.
La liturgia e la stagione autunnale, in questo mese di novembre, ci portano a celebrare il ricordo dei nostri cari defunti, della vita che passa e che un giorno volge al termine, ma anche del ringraziamento per i frutti della terra e dell’opera delle mani di ogni uomo e donna.
Possiamo ricordare proprio in questa dimensione e prospettiva la vita di Padre Alberto, ma anche di ognuno di noi lasciando che la Parola che la liturgia oggi ci offre ci illumini, ispiri e conforti.
Paolo nella lettera ai Romani ci parla della sua vocazione e missione a servizio del Vangelo e non ha timore di farsene un vanto. È cosciente di questa sua missione e di quanto Cristo “ha operato per mezzo suo per condurre le genti all’obbedienza, con parole e opere, con la potenza dei segni e di prodigi, con la forza dello Spirito Santo”.
Una missione che da Gerusalemme è giunta fino all’Illiria, che ha formato cristiani, fondato comunità e che arriverà fino a Roma. La stagione di Paolo finirà proprio nella capitale dell’Impero Romano offrendo il frutto più maturo della sua vita che sarà il martirio.
Padre Alberto ha accolto un giorno la chiamata a seguire il Signore come missionario e missionario della Consolata, desideroso di fare del bene, come voleva il nostro fondatore e dedicare la sua vita all’annuncio del Vangelo tra le genti. Anche se poi ha realizzato solo per alcuni anni l’esperienza diretta in missione nella Repubblica Democratica del Congo, questo non ha sminuito il suo essere missionario e le circostanze, insieme alle sue capacità, hanno fatto in modo che vivesse a pieno la sua missione nella animazione e formazione di tanti sacerdoti, religiosi, religiose e laici attraverso il ministero dell’insegnamento e quello pastorale. Per tanti anni la sua missione e “luogo” di apostolato è stata la Pontificia Università Urbaniana cercando di aiutarla ad essere fedele alla sua vocazione nella fedeltà alla missione, nel suo pensiero e nelle sue scelte.

Questa è diventata ad un certo punto la sua missione principale che ha saputo svolgere con dedicazione, passione e competenza. Trasmetteva così il suo amore per la Chiesa e la sua missione invitando a riflettere su di essa, a conoscerne la storia, i fatti, gli avvenimenti e i personaggi. Ma anche dai fatti sapeva trarre un insegnamento o lanciava una provocazione che portasse a leggere dentro la storia il disegno di Dio e il suo piano di salvezza.
In varie circostanze ci ha aiutati e stimolati ad approfondire il nostro essere missionari ad gentes e non esitava a manifestare il suo disaccordo quando si facevano scelte che non avrebbero espresso questa nostra caratteristica e peculiarità. E in qualche modo lo esprimeva anche quando parlava della chiesa che amava dal profondo del suo cuore, della chiesa come madre che genera i suoi figli nel travaglio del parto.

Questa capacità di saper andare oltre i fatti concreti della storia per saperne cogliere una storia di salvezza l’ho ripensata in questi giorni in Padre Alberto ricordando due occasioni nella quali insieme ad altri amici ci ha guidati nella visita alla Basilica di S. Pietro. In particolare, quando ci spiegava il baldacchino dell’altare della Confessione ad opera del Bernini. Sappiamo che nel basamento in marmo delle quattro colonne di bronzo è scolpito in otto quadri successivi un volto di donna che rappresenta le fasi di un parto, dalle doglie fino al momento del concepimento e alla nascita del bambino, che appare appena nato nell’ultimo fregio. Gli studiosi e la storia hanno dato varie spiegazioni a quest’opera artistica originale del Bernini commissionata da Papa Urbano VIII. Ma la conclusione finale che padre Alberto ci portava a comprendere era che lì, a fondamento della confessione della fede e, sulla tomba di Pietro, c’era la chiesa che, come madre, genera sempre nuovi figli passando per le doglie del parto.

Come missionari della Consolata gli siamo debitori di un immenso lavoro che lui ha fatto mettendo le sue doti, capacità e ricerche a servizio dell’Istituto, della sua storia e figura del nostro Fondatore, San Giuseppe Allamano. Degli inizi e sviluppi della missione in Kenya, della nostra fondazione e presenza in Brasile e in Argentina che troviamo in tre volumi con tre titoli suggestivi: “Uscirono a dissodare il campo” pensando ai primi missionari giunti in Kenya nel 1902, “Innestati su un albero secolare”, presentando la prima fondazione dell’Istituto in Brasile nel 1937 e ancora “Amarono una terra dagli orizzonti infiniti” sulla nostra storia in Argentina iniziata nel 1946.
Riprendendo una espressione di S. Giuseppe Allamano in una riflessione che ci ha lasciato sul nostro ad gentes diceva: “Si è missionari nella testa, nella bocca e nel cuore, nella misura in cui si è capaci di provare qualcosa di profondamente coinvolgente per coloro ai quali si vuole annunciare il Vangelo”.
In questo senso ci portava a vivere e comprendere la missione come: annuncio, incontro, dialogo, servizio, fraternità, come ecologia integrale e poliedrica secondo l’insegnamento del Concilio vaticano II fino a Papa Francesco.

Il Vangelo ci presenta oggi la parabola di quell’amministratore al quale ad un certo punto viene chiesto di rendere conto della sua amministrazione. Sarà un giudizio che cadrà su ognuno di noi un giorno, ma che pensiamo sarà benevolo se avremo fatto della nostra vita un dono e non avremo sperperato i doni e i beni che il Signore ci ha dato. Se li avremo messi a frutto e se avremo saputo condividerli con gli altri.
Possiamo dire che Padre Alberto nel suo ministero non misurava il tempo, spendeva tempo e ore, dandone anche oltre al dovuto sia sul suo posto di lavoro che poi in casa. Aiutava gli studenti che si trovavano in difficoltà cercando delle borse di studio per loro e anche l’alloggio per chi non riusciva a trovarlo. Sono alcuni dei frutti della stagione matura che il Signore avrà raccolto dalla sua vita e che attende che anche noi possiamo presentare un giorno.
La missione di Paolo, configurato pienamente a Cristo e con la sua stessa missione, si è compiuta anche in mezzo a fatiche, sofferenze ed infine il martirio.

In modi diversi nessuno di noi ne è esente e sappiamo che anche l’esperienza o il tempo della sofferenza, del dolore e della malattia sono parte integrante della nostra vita e missione portandola al suo compimento e maturazione. Lo è stato anche per Padre Alberto e vogliamo vederla e crederla come parte di quel mistero che ci associa al Mistero Pasquale di Cristo.
È il Mistero che stiamo celebrando che è di comunione tra di noi e con tutti coloro con cui abbiamo condiviso ore, giorni e anni della nostra vita. Nomi e gesti di persone a noi care che sono scritti nel cielo e nel libro della vita e questo ci basta.
La Consolata, che Padre Alberto e tutti noi missionari e missionarie della Consolata, amiamo come “tenera madre” ci spinga ad essere gente che consola, che ascolta, che accoglie, forma e educa con amore e con cuore materno.
* Ufficio per la Comunicazione.










