Il Brasile ospita la Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP30). Nel mese di novembre, gli occhi del mondo si rivolgeranno a Belém, nel cuore dell’Amazzonia, con l’urgente sfida di assumere impegni all’altezza della grave crisi socioambientale.
Affrontando la giustizia climatica, i leader dovranno discutere contemporaneamente la pace con la Terra e con i popoli, consapevoli che ecocidio e genocidio sono parti della stessa crisi. “Senza giustizia climatica non c’è pace, senza conversione ecologica non c’è futuro; senza ascoltare i popoli non ci sono soluzioni reali”.
Abbiamo intervistato padre Dario Bossi, membro della Rete Chiese e Miniera, della Commissione Speciale della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB) per la Miniera e l’Ecologia Integrale, e consulente della Rete Ecclesiale Pan-Amazzonica (REPAM-Brasile), organismi della Chiesa cattolica impegnati nella cura della Casa comune. Il missionario comboniano partecipa alla COP30 e, insieme a diversi membri della rete “Preti contro il genocidio”, intende dare voce al grido della Terra e dei poveri, delle vittime dell’ecocidio/genocidio, per sensibilizzare l’opinione pubblica e chiedere giustizia ambientale.

Padre Dario Bossi, cosa significa “ecologia integrale” nella pratica per le comunità colpite dal degrado ambientale o dalle guerre?
Viviamo un’unica crisi socioambientale e ci sono cause comuni per l’ingiustizia e il degrado della creazione e delle persone. Siamo immersi in un sistema basato sul ciclo distruttivo di “estrarre, consumare e scartare”, dove si estrae forza lavoro ed energia vitale da persone che vengono consumate e poi scartate. Un tempo si cercavano soluzioni alternative, come il classico modello “facciamo crescere il pane per dare qualche briciola a chi ha fame”. Ora si riconosce che è necessario scartare gli inutili ed eliminare chi compete con noi.
C’è una stessa logica dietro la violenza ambientale e le guerre, provocata dal fatto che siamo giunti al limite della sopravvivenza del pianeta, dove si impone la logica del più forte, il diritto alla violenza, sia da parte delle multinazionali che violano i territori delle comunità, sia del conflitto armato che elimina i popoli.
L’ecologia integrale, quindi, è una risposta completa, una profonda conversione del modello predatorio, e non semplici rattoppi palliativi. Una risposta che collega diverse sfide e opportunità, come affermano i vescovi delle chiese del sud globale: “Senza giustizia climatica non c’è pace, senza conversione ecologica non c’è futuro; senza ascoltare i popoli non ci sono soluzioni reali”.
Leggi anche l’intervista a Mons. Paolo Andreolli, sx, vescovo ausiliare di Belém: Gaza e Amazzonia - lo stesso grido della terra, lo stesso grido dei poveri
Concretamente possiamo dire che promuove l’ecologia integrale una comunità latinoamericana che resiste all’attività mineraria nel proprio territorio, un gruppo di volontari non violenti dell’“Operazione Colomba” che diventa osservatore in territori di guerra, o una religiosa che non abbandona il proprio popolo, anche sotto la minaccia delle bombe.

L'aggressione israeliana provoca una distruzione massiccia delle terre agricole a Gaza. Foto: Qatar News Agency
Come interpreta il concetto di “ecocidio” nel contesto della devastazione ambientale a Gaza?
Quando si costruisce una struttura di guerra per devastare in modo permanente e definitivo le condizioni di vita di un popolo in una determinata regione, si commette non solo un genocidio, ma anche un ecocidio. E non solo per le conseguenze dirette della guerra – i bombardamenti che distruggono la natura, bruciano, devastano e contaminano – ma anche per l’intento esplicito di privare le persone dei mezzi basilari di sussistenza: accesso all’acqua potabile, al cibo, alle cure e alla salute. Si distruggono le condizioni fondamentali con cui un popolo si sostiene. L’ecocidio è uno strumento utile al genocidio.
La voce della Chiesa, con la sua dottrina sociale, può contribuire a collegare la giustizia ecologica ai diritti umani in regioni colpite dalla guerra come Gaza?
Se le guerre sono collegate, anche gli impegni per la pace devono esserlo. Le guerre tra i popoli stanno aumentando parallelamente all’aumento della guerra dell’umanità contro la natura. Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, afferma che è urgente fare pace con la natura. Papa Francesco parlava di riconciliazione con il pianeta.
Man mano che abbiamo bisogno di sempre più risorse, energia, miniere e pozzi sempre più profondi o in aree più protette e preservate, dovremo aumentare la violenza per contendersi queste risorse. La guerra contro la natura e la guerra tra i popoli sono collegate. E così, il nostro lavoro per la pace deve unire le due dimensioni: pace con la natura e tra i popoli.
In America Latina promuoviamo l’alternativa del post-estrattivismo: passare da un estrattivismo insaziabile a uno sufficiente e, infine, essenziale. Si tratta di investire in pratiche di riciclaggio, riduzione del consumo e della disuguaglianza, decentralizzazione e localizzazione dei processi produttivi e dei mercati. Queste proposte, che hanno un forte fondamento anche nella dottrina sociale della Chiesa, richiedono il collegamento tra la gestione politica, i modelli economici, la pianificazione territoriale, la promozione della pace e della libertà che le comunità cercano nei propri territori.

Formazione su Laudato si’ e ecologia integrale nella diocesi di Brejo (MA). Foto: Diocesi di Brejo
Come possono le parrocchie cattoliche incarnare lo spirito della Laudato si’ in solidarietà con Gaza e altre regioni di conflitto?
L’enciclica Laudato si’ pone al centro della conversione ecologica una “rivoluzione culturale”, che è la capacità di leggere la realtà senza lasciarsi influenzare dalla convinzione che questo sia l’unico modello di vita possibile e il migliore. La “rivoluzione culturale” è la sfida di pensare a un mondo plurale, diversificato, capace di convivere con le differenze.
Tradotto nella realtà delle nostre parrocchie, ciò significa che Laudato si’ ci sfida a guardare oltre gli orizzonti del quotidiano che ripetiamo per abitudine e adattamento. Trasformare la fraternità e la solidarietà esistenti tra vicini in azioni universali che raggiungano i diversi e i lontani. Laudato si’ ci risveglia al grido della Terra e dei poveri e genera indignazione, ci mantiene inquieti, ci fa sentire che, anche se piccoli, abbiamo una voce potente per invocare e chiedere la pace. La voce della coscienza, dell’etica e della coerenza.
* Padre Jaime C. Patias, IMC, Rete “Preti contro il genocidio”










