Africa. Il debito che soffoca

Una scuola a Loyangallani in Kenya. Il pagamento del debito toglie risorse ad educazione e sanità e, rallenta lo sviluppo.  Una scuola a Loyangallani in Kenya. Il pagamento del debito toglie risorse ad educazione e sanità e, rallenta lo sviluppo. Foto: Jaime C. Patias
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A rischio lo sviluppo del continente

In Africa, il debito estero ha raggiunto livelli critici e sta diventando un problema grave. Secondo Afreximbank (African export–import bank), nel 2023, ammontava a 1.160 miliardi di dollari ed, entro il 2028, potrebbe arrivare a 1.290 miliardi. I dieci Paesi più indebitati – Sudafrica, Egitto, Nigeria, Marocco, Mozambico, Angola, Kenya, Ghana, Costa d’Avorio e Senegal – detengono quasi il 70% dell’esposizione complessiva. Il rapporto debito/Pil aggregato del continente è salito al 71,7%, dopo un’impennata di 39 punti percentuali dalla crisi del 2008.

Le cause

Dietro questa corsa all’indebitamento si celano diverse cause: infrastrutture da costruire, spese sanitarie e scolastiche elevate, accesso limitato ai mercati finanziari interni e alti tassi di interesse. Le pressioni demografiche e la domanda crescente di valuta estera hanno spinto molti Paesi a contrarre prestiti da attori multilaterali e da creditori privati, attratti dalla possibilità di profitti elevati. Con una conseguenza: molti Paesi ora spendono più per ripagare gli interessi che per la scuola o la sanità. Sono 48 in totale, secondo il rapporto «Un mondo di debiti» dell’Unctad (agenzia Onu per lo sviluppo e il commercio), gli Stati che oggi spendono più in interessi sul debito che nei servizi essenziali. Tra questi molti Paesi africani, dove i governi, per onorare i rimborsi, hanno imposto tasse più alte e tagliato i sussidi su beni di prima necessità. In Kenya e Nigeria queste misure hanno innescato proteste diffuse.

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La scarsità d'acqua in Sudan. Foto: Mohamed Tohami-unsplash

L’analisi di Afreximbank divide i Paesi in tre gruppi: quelli a rischio moderato, come Rwanda, Senegal, Mali e Costa d’Avorio; quelli ad alto rischio, come Kenya, Guinea-Bissau, Etiopia e Tunisia; e quelli già sull’orlo dell’insolvenza, come Zambia, Mozambico, Sudan e Ghana. Altri Stati, come Egitto e Angola, mantengono l’accesso ai mercati, ma con un rischio sovrano elevato.

Recessione

Il quadro è aggravato da un contesto globale difficile. Dopo il rallentamento economico iniziato nel 2015 e acuito dalla pandemia da Covid-19, il Pil dell’Africa subsahariana ha subito la prima recessione in oltre 25 anni nel 2020. Il debito, che nel 2011 era al 39,5% del Pil, ha così superato il 70% già nel 2020. Il Covid ha colpito un continente già vulnerabile, con economie poco diversificate, fortemente dipendenti dalle esportazioni e dagli aiuti esterni.

Il debito africano è anche cambiato nella composizione: oggi, il 61% è detenuto da creditori privati, meno disposti a negoziare. Nel ventennio 2000-2019, diciotto Paesi africani sono entrati per la prima volta nei mercati obbligazionari internazionali, spesso attratti dall’assenza di condizionalità tipiche dei prestiti multilaterali. Una condizione che aggrava il peso delle scadenze e rende più difficile qualsiasi ristrutturazione del debito. L’Unctad denuncia come l’attuale architettura finanziaria internazionale penalizzi i Paesi poveri, rendendo i costi del debito insostenibili e alimentando il divario tra Nord e Sud del mondo. La Cina è emersa come il principale creditore bilaterale, detiene circa il 13% del debito africano – soprattutto nei confronti di Angola, Kenya, Camerun, Sudafrica ed Etiopia -. Ma l’assenza di trasparenza rende i dati poco certi.

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Logo Turkana in Kenya. Foto: Jaime C. Patias

Che fare?

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative per tamponare la crisi. Durante la pandemia, la Banca mondiale (Bm) e il Fondo monetario internazionale (Fmi) hanno promosso la «Debt service suspension initiative» (Dssi), che ha consentito una temporanea sospensione dei pagamenti per oltre 40 Paesi. Ma l’adesione è stata limitata, anche per il timore di un peggioramento del rating da parte dei mercati. Nel 2020 il G20 ha varato il «Common framework for debt treatment», un meccanismo per affrontare i casi più critici di insolvenza. Finora solo Ciad, Etiopia e Zambia hanno aderito. Un’altra iniziativa del Fmi è stata l’emissione straordinaria di Diritti speciali di prelievo (Dsp): dei 650 miliardi complessivi, 23 sono stati assegnati ai Paesi dell’Africa subsahariana.

Diritti e bilanci

A fronte di queste misure, la sostenibilità del debito africano rimane una sfida aperta. La crisi, come ha ricordato papa Francesco, «colpisce soprattutto i Paesi del Sud del mondo, generando miseria e angoscia». Il Pontefice ha auspicato «una nuova architettura finanziaria internazionale, audace e creativa», che rimetta al centro i diritti umani e non solo i bilanci.

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Un mercato a Isiolo in Kenya. 

Un obiettivo fatto proprio da Caritas italiana che ha lanciato la campagna «Cambiare la rotta. Trasformare il debito in speranza», collegata alla campagna globale «Turn debt into hope» di Caritas Internationalis. «La campagna mira a sensibilizzare sull’urgenza di ristrutturare o condonare i debiti dei Paesi poveri e a riformare l’iniqua architettura finanziaria internazionale – afferma Massimo Pallottino di Caritas -. Un sistema che sostiene modelli di produzione e consumo responsabili del riscaldamento globale, alluvioni e siccità, danneggiando soprattutto le popolazioni più povere e vulnerabili. Serve una mobilitazione collettiva e individuale per promuovere cambiamenti di atteggiamento. I cambiamenti partono anche da noi».

Anche Afreximbank raccomanda misure concrete: politiche fiscali solide, strategie di crescita a lungo termine, riforme della finanza globale e una gestione più autonoma e trasparente del debito. Solo così l’Africa potrà invertire la rotta e liberarsi da una spirale debitoria che rischia di soffocare ogni possibilità di sviluppo.

* Enrico Casale, rivista Missioni Consolata. Originariamente pubblicato in: www.rivistamissioniconsolata.it

Ultima modifica il Mercoledì, 27 Agosto 2025 12:01

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