Il corso di formazione permanente per i formatori IMC del Continente Africa, che si è svolto dal 7 al 12 luglio a Bunju, in Tanzania, ha affrontato vari temi. Padre Augustine Sellam, SDB, ha guidato una riflessione sul ruolo del formatore nella realtà presente; «Formare non è un peso, bensì una sfida da affrontare», ha sottolineato.
Padre Augustine ha iniziato la sua riflessione esplorando la natura della gioventù di oggi, paragonando il loro cammino alla migrazione degli uccelli, che si muovono non solo per sopravvivenza o abitudine, ma per cercare nuove esperienze, nonostante il conforto del conosciuto e la paura dell’ignoto. Questa metafora mette in luce la sfida e la necessità del cambiamento nella formazione.
Ha esortato i formatori a ripensare il loro approccio, chiedendosi se i metodi tradizionali siano ancora in grado di adattarsi per comprendere e coinvolgere meglio i giovani nel contesto attuale. I giovani di oggi presentano sfide uniche: le loro origini, identità ed esperienze sono plasmate da un mondo in rapido cambiamento.

Partendo dal racconto evangelico dei discepoli di Emmaus, padre Sellam ha evidenziato come spesso i giovani entrino in formazione pieni di speranza, ma poi possano rimanere disillusi. Esistono molte idee sbagliate sui giovani, come quella che siano ribelli, disinteressati alla religione o privi di obiettivi chiari, ma queste generalizzazioni non colgono la complessità della loro realtà.
Definire la gioventù è di per sé complicato. Le fasce d’età variano e, in Africa, i giovani affrontano sfide particolari come la crescita demografica con risorse scarse, uno stile di vita transitorio che genera sradicamento, e la tensione tra spiritualità e religione organizzata. L’era digitale aggiunge un’altra dimensione: offre una connettività straordinaria, ma anche rischi di solitudine e sfruttamento.
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Alla luce di queste realtà, padre Augustine ha insistito sul fatto che il compito pastorale è andare oltre l’ignoranza e i metodi di formazione obsoleti. «I formatori devono camminare accanto ai giovani, ascoltare la loro visione del mondo, insegnare, illuminare e costruire fiducia attraverso relazioni autentiche», ha detto. Lo sviluppo vocazionale ha un impatto sull’ambiente dell’individuo: famiglia, società, congregazione, e richiede crescita nelle dimensioni spirituale, sociale, intellettuale e fisica per formare un’identità carismatica completa.

Padre Sellam ha delineato un triplice focus nella formazione: crescita personale (sviluppo del carattere), vita comunitaria (abilità sociali), e consapevolezza sociale (compassione verso la realtà della società). Ha immaginato il giovane in formazione ideale come una persona riflessiva, capace di discernimento, coraggiosa, autocritica, orientata al lavoro di squadra, paziente e impegnata nella giustizia e nella solidarietà con gli emarginati. Questa persona riesce a bilanciare tratti apparentemente opposti - come essere un "disadattato creativo" o un "ribelle obbediente" - e passa dall’intelligenza alla saggezza, dall’attivismo all’impegno profondo, dalla carità alla giustizia, dalla ritualità alla spiritualità, dall’individualismo alla realizazzione comunitaria.
Ha aggiunto che la formazione oggi affronta numerose sfide: aiutare i giovani a chiarire e purificare le loro motivazioni, stimolare la curiosità intellettuale, promuovere libertà e responsabilità, e garantire che la formazione sia culturalmente rilevante e in linea con la missione della congregazione. Occorre anche fornire ai giovani strumenti per resistere agli effetti negativi della globalizzazione e sviluppare un amore profondo e personale per Gesù che li sfidi e li sostenga.
Padre Sellam ha concluso invitando i formatori alla riflessione personale sul proprio modo di fare, le sfide e le prospettive future, sottolineando l’importanza della qualità nell’accompagnamento piuttosto che i numeri, e incoraggiando il continuo discernimento nella formazione dei giovani di oggi.
* Padre Paulino Madeje, IMC, Tanzania. Coordinatore della Comunicazione per l’Africa.










