Dopo due meravigliosi anni di formazione nella mia comunità di Kiełpin, durante i quali ho conseguito un master presso l’UKSW, l’Università Cardinale Stefan Wyszyński di Varsavia, e sono stato ordinato diacono nella parrocchia di św. Małgorzata (Santa Margherita) a Łomianki, mi considero veramente un figlio della Polonia.
Appena ordinato sacerdote, il 17 agosto 2024 nella mia parrocchia natale di Neisu nella Repubblica Democratica del Congo, sono stato destinato alla mia prima missione in Costa d’Avorio. Costa d’Avorio! Non ci avevo mai pensato, ma l’ad gentes ci sorprende sempre. Comunque è un Paese francofono come la RD Congo, quindi sicuramente una difficoltà in meno, no?
Arrivato a Kinshasa, capitale della RD Congo, in attesa del visto per la Costa d’Avorio, mi è stato affidato un incarico inaspettato: prendermi cura della parrocchia di San Giuseppe di Arimatea, poiché il parroco era partito per le ferie. Per un mese e mezzo ho svolto il ruolo di parroco in questa parrocchia molto grande. Pieno di zelo da sacerdote novello, ho iniziato la mia attività pastorale ogni mattina alle 5:20, celebrando la Santa Messa, incontrando i fedeli, visitando gli ammalati del quartiere o benedicendo le case. Spesso fino alle 11:00 senza nemmeno aver fatto colazione.
Questo incarico mi ha insegnato a sedermi e ascoltare, senza la presunzione di poter offrire sempre risposte soddisfacenti ai problemi complessi legati alla fede, alla famiglia o alla salute. È stato più consolante dedicare tempo all’ascolto che saper rispondere a tutte le domande, anche se a volte una risposta giusta sarebbe stata utile. Questo tempo rimarrà sempre nel mio cuore come un momento importante della mia formazione.
Sono arrivato in Costa d’Avorio l’11 gennaio 2025, e subito dopo mi è stato chiesto di servire nella parrocchia di Marandallah, nel nord del Paese. Anche qui il parroco era in vacanza, in Tanzania; l’unico presente era padre Isaac del Mozambico. Il mio compito è accompagnarlo nel servizio in questa vasta parrocchia (dal punto di vista territoriale) che conta dieci cappelle situate in campagna.
Qui è una vera missione ad gentes, soprattutto perché la regione settentrionale della Costa d’Avorio è abitata in gran parte da musulmani, che costituiscono la maggioranza della popolazione nazionale; i cristiani sono stimati attorno al 34%. Ogni mattina alle 4:00 si sente l’Imam cantare al microfono: “Allah akubar”. Gli abitanti del territorio parrocchiale parlano il dialetto “Senufo”, e solo circa il 30% parla francese. Durante la celebrazione della Santa Messa, c’è sempre un catechista che traduce la mia omelia, e quando dico “Il Signore sia con voi”, il popolo risponde in dialetto: “Nyinime taa wòlo na”.
Un momento difficile e delicato per me, appena ordinato sacerdote, è stato quando per la prima volta una donna pia si è presentata chiedendo il sacramento della riconciliazione. Cosa fare?! Lei era certamente felice di confessare i suoi peccati, anche se il sacerdote davanti a lei non capiva nulla; in fondo, ciò che conta è la fede, più di ogni altra cosa.
Sì, è ad gentes, quando i catechisti che insegnano il catechismo non ricevono la Santa Comunione; quando il catechista che deve leggere la Parola di Dio e tradurre l’omelia del sacerdote non è battezzato, forse perché è poligamo, ma è comunque molto coinvolto nella vita pastorale. È ad gentes quando molti bambini non sanno leggere né scrivere perché i genitori li mandano a pascolare le mucche o a lavorare nelle piantagioni di anacardi. È ad gentes quando la cultura musulmana locale impedisce alle donne di parlare in pubblico, soprattutto davanti agli uomini...
È ad gentes quando la piccola struttura sanitaria della parrocchia manca di personale qualificato. È ad gentes quando percorri molti chilometri su strade dissestate per raggiungere le cappelle e l’offerta della domenica non basta per comprare il carburante per il veicolo del sacerdote. È ad gentes quando ti chiedono quando inizia e quando finisce il digiuno quotidiano, seguendo l’esempio del Ramadan musulmano. È ad gentes quando ti chiedono se è permesso ricevere la Santa Comunione durante il digiuno. È ad gentes quando la domenica hai una decina di persone alla Messa, mentre gli altri sono andati con i bambini a raccogliere gli anacardi, visto che non c’è scuola la domenica.
La vera consolazione è il sorriso di un bambino o di un anziano, anche se la lingua è una barriera: per fortuna ciò che unisce è il linguaggio del cuore. È sempre edificante e incoraggiante quando, anche dopo poco tempo vissuto insieme nella stessa fede, le persone ti danno con affetto un nome nella loro lingua locale: “Korona”, che significa “Resta con noi”. È un’esperienza meravigliosa la gentilezza del popolo ivoriano che, sull’autobus o al ristorante, ti invita a condividere il suo pane anche se non ti conosce. Sì, l’ad gentes ci insegna sempre a uscire da noi stessi.

La gioia più grande è che non siamo soli: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.” (Mt 28, 20). È molto incoraggiante la disponibilità e la collaborazione dei fedeli nelle iniziative della parrocchia, come la loro pronta risposta al pellegrinaggio al “giardino dell’amicizia” come esercizio quaresimale in preparazione alla Pasqua. Vedere 20 catecumeni prepararsi a ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana durante la veglia pasquale è una grande gioia e speranza per la Chiesa.
Questa tappa della mia prima esperienza missionaria è come una chiamata alla conversione, cioè a comprendere che non siamo più nella nostra Polonia, dove eravamo abituati a celebrazioni liturgiche solenni con il meraviglioso suono dell’organo; e che non abbiamo più facile accesso ai servizi di base.
Sono chiamato a comprendere, ancora una volta, che non mi trovo più nella RD Congo, dove le chiese sono gremite di cristiani, ma che devo vivere la mia testimonianza cristiana anche in mezzo ai non cristiani, ascoltando ogni mattina “Allah akubar” invece del suono delle campane.
* Padre Lucien Kana Sakimato, IMC, missionario a Sago, Costa d’Avorio.










