62ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni
At 13,14.43-52; Sal 99; Ap 7,9.14-17; Gv 10,27-30
La quarta domenica di Pasqua è anche chiamata “del Buon Pastore”, e le letture e le preghiere della liturgia sono incentrate proprio su questa bellissima immagine di Gesù. E nel Vangelo Gesù parla delle pecore che ascoltano la voce del Pastore e del Pastore che dà la vita per le pecore.
Le mie pecore ascoltano la mia voce
Il brano proposto per la quarta domenica dopo Pasqua fa parte del lungo discorso sul buon pastore, che si trova nel cap. 10 del Vangelo di Giovanni. Tale discorso nasce dalla controversia suscitata dalla guarigione che Gesù opera su un uomo cieco dalla nascita (cf. Gv 9,40-10,21). Dopo aver parlato che “io sono il buon pastore”, Gesù afferma che Egli è la porta che conduce alla vita. Gesù che è la porta ci invitava a passare per essa e cioè imitare lui, vivere come lui ha vissuto e, in particolare, portare la croce con amore, come ha fatto lui.
Il Vangelo di questa domenica, Anno C, Gesù parla della relazione tra le pecore e il pastore e qual è la sua missione: “dare la vita”. Quale autentico pastore, Gesù svela anche quali siano le autentiche sue pecore: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”. In questo Vangelo Gesù ci dice che Egli, buon pastore, guida con la sua voce e cammina davanti. Normalmente i pastori stanno dietro alle pecore, qui cammina davanti, non usa cani, bastone per costringere, è un rapporto di libertà: posso seguirlo, come posso non seguirlo. Ascoltare e seguire sono dunque elementi che danno contenuto a quel “credere” che è legame decisivo e autentificante dell’uomo con il suo Signore. Occorre anche aver chiaro che in ebraico il verbo “ascoltare” non significa solo sentire ma obbedire.
Un vero ascolto implica, dunque, una apertura totale alla parola che Gesù mi dice: non solo ascoltare, ma anche obbedire. Possiamo dire che è un’arte essenziale per la relazione. Ascoltare è avere quell’interiore attenzione che è propria di colui che vuole aprirsi all’altro. Colui che non riesce ad ascoltare così probabilmente non sa neanche dialogare; potrà magari fare dei bellissimi monologhi, ma se non entra nello stile dell’ascolto, rischia di rimanere persona isolata e tagliata fuori. Pertanto, le pecore devono essere in relazione con il Maestro.
L’uomo che ha ascoltato e si è fatto conoscere ed ha conosciuto Dio “segue” il Cristo come suo unico Pastore. Gesù conosce le sue pecore, cioè, nutre per esse un amore vivo che giunge al segno supremo, quello del dono della vita. Il buon Pastore è il proprietario delle pecore; il gregge è suo, gli appartiene. Gesù è il Signore della chiesa; la comunità dei fedeli gli appartiene, il popolo di Dio è sua proprietà. In caso di pericolo il buon Pastore non solo non abbandona le sue pecore per fuggire, ma si dona completamente al suo popolo fino al sacrificio supremo, fino all’offerta della propria vita per la salvezza dei suoi discepoli.
La conoscenza nel buon Pastore indica la carità profonda, l’affetto vitale che coinvolge tutta la persona. L’amore concreto tra sposo e sposa può fornire un’idea di questa conoscenza esistenziale. Secondo il linguaggio dei profeti, Jahvè conosce così il suo popolo che è la sua sposa; per il suo gregge egli nutre una carità tanto viva e concreta; egli ha conosciuto soltanto Israele facendo sua questa comunità con un patto nuziale eterno; Dio ha eletto il suo popolo amandolo con un amore di predilezione. Ecco perché Egli dà la vita per le sue pecore.
Il discepolo missionario è colui che segue perché sa ascoltare Gesù, come ha ben detto il Papa Francesco “Ascoltare Gesù diventa così la via per scoprire che Egli ci conosce. Ecco il secondo verbo, che riguarda il buon pastore: Egli conosce le sue pecore. Ma ciò non significa solo che sa molte cose su di noi: conoscere in senso biblico vuol dire anche amare. Vuol dire che il Signore, mentre “ci legge dentro”, ci vuole bene, non ci condanna. Se lo ascoltiamo, scopriamo questo, che il Signore ci ama. La via per scoprire l’amore del Signore è ascoltarlo.
Allora il rapporto con Lui non sarà più impersonale, freddo o di facciata. Gesù cerca una calda amicizia, una confidenza, un’intimità. Vuole donarci una conoscenza nuova e meravigliosa: quella di saperci sempre amati da Lui e quindi mai lasciati soli a noi stessi”.
* Mons. Osório Citora Afonso, IMC, è vescovo ausiliare dell’Archidiocesi di Maputo e segretario della Conferenza Episcopale del Mozambico (CEM).










