Festival della missione. Il vangelo che impegna

Festival della missione. Il vangelo che impegna Gruppo Abele
Pubblicato in Formazione missionaria
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Io sono nato a Pieve di Cadore, provincia di Belluno, immigrato negli anni 50 nella grande città di Torino con la mia famiglia e per le stesse ragioni che hanno coinvolto migliaia di persone dopo guerra: la fame, il bisogno di avere i punti di riferimento

Mio padre aveva trovato lavoro a Torino, ma non era trovato la casa. L’impresa che lo aveva contrattato ha dato a lui una baracca all’interno del cantiere nel quale lavorava: si stava costruendo il Politecnico di Torino. Mia madre andava a prendere in parrocchia gli abiti della sua Vincenzo, non c'era ancora la Caritas, tutte cose che poi lavava e stirava in modo impeccabile: la mia famiglia in quel momento era molto povera ma molto dignitosa.

Parto da qui perché ognuno parte un po' della sua vita e nella vita mi sono trovato sulla strada persone che la mia vita l’hanno cambiata. Io frequentavo la parrocchia, dove discutevamo molto dei poveri degli ultimi, ma una cosa è discutere e un’altra è incontre,  accogliere, riconoscere e inventarci di tutto per dare loro ciò di cui avevano bisogno.

Ho cominciato così sulla strada e la strada è stata per me e continua ad essere un grande punto di riferimento perché la strada ti chiede di metterti in gioco di accogliere le persone e le fragilità. Mi sono trovato con i primi segni di disagio giovanile che produceva persone drogate, allora con un cocktail di alcool e medicine, prostituzione ed abbandono.

Ci siamo chiesti anche che cosa fare per i ragazzi che si battevano sulla strada. Così ho cominciato ad andare a dormire d'inverno sui treni dove loro si rifugiavano per avere un posto caldo. Nella misura in cui l’uso di sostanze stupefacenti si diffondeva si creava marginalità anche perché le leggi non erano adeguate: se vivevi un problema con una sostanza la legge prevedeva per te due possibili soluzioni: l'ospedale psichiatrico o il carcere. Nessuno evidentemente, si avvicinava alle istituzioni.

In via Giuseppe Verdi 53, a Torino, abbiamo aperto un centro di accoglienza che funzionava giorno e notte, un centro che siamo riusciti a mettere assieme, allora, con la collaborazione dell’ordine dei farmacisti che mettevano nelle loro farmacie un volantino con l’indirizzo e la descrizione del servizio. In due anni quattro mila persone hanno bussato a quella porta e l’Italia comincia a prendere coscienza che c'è un problema serio. Comincia una lunga battaglia legale per avere leggi appropriate che ha avuto una svolta dopo uno sciopero della fame portato avanti in una vecchia tenda militare, piantata in Piazza Solferino a Torino, dopo il sesto ragazzo morto per overdose. 12 ragazzi che chiedono al Parlamento italiano una Legge che arriverà qualche anno dopo, una battaglia anche politica per offrire dignità e opportunità ai ragazzi e alle ragazze che vivevano situazioni di dipendenza, prostituzione, piccoli furti e carcere minorile.

È nato così il gruppo Abele, cominciato con pochi e poi impegnato in tante cose con il passare degli anni e del tempo.

Qualche anno dopo il gruppo deve fare i conti con la epidemia di AIDS che nei primi anni, prima che arrivassero i farmaci, uccideva una gran quantità di persone e all’inizio molti di loro erano dipendenti da sostanze stupefacenti.

La nascita di Libera è legata a un incontro con Giovanni Falcone, trovato in un corso di formazione per le forze di polizia tenuto a Gorizia, sul tema del contrasto alla grossa criminalità che ha nel traffico di narcotici uno dei suoi negozi più lucrativi. mi trovai con Falcone e alla fine ci siamo dati appuntamento per un caffè che non siamo più riusciti a prendere a causa della strage di Capaci. Quel giorno io ero in Sicilia per tenere un corso di formazione per gli insegnanti delle scuole che hanno responsabilità nel trasmettere, stimolare e coinvolgere i ragazzi sul tema delle dipendenze. Guardate che i segni della vita come sono importanti e bisogna ascoltarli, quello per me era un segno.

Libera nasce dal desiderio di fare prendere coscienza a questo nostro paese che il problema della violenza criminale delle mafie non è un problema che riguarda qualche regione del Sud, dove magari hanno avuto le loro radici, ma si espande abbondantemente al nord e ha una estensione anche internazionale. Che fare per non lasciare sole le persone, le famiglie, le istituzioni vittime della violenza mafiosa?

Aveva ragione un sacerdote di Caltagirone quando nel 1902, Luigi Sturzo, disse “la mafia ha i piedi in Sicilia ma la testa forse è a Roma” e aggiunse allora una grammatica profezia “risalirà sempre più forte e più crudele dal sud verso il nord fino ad andare oltre le Alpi”. 

Oggi la mafia uccide meno ma non perché è diventata più debole ma perché i grandi boss hanno abbandonato i metodi arcaici e sono diventati dei manager, non hanno più bisogno di uccidere, le grandi collusioni con la politica, l’economia e la massoneria deviata permettono di fare tutto. 

Libera è un coordinamento di associazioni, movimenti, chiese e cerchiamo di fare la nostra parte per non lasciare soli i famigliari delle vittime che, ancora oggi in un ottanta per cento, non conoscono la verità. Ma vi pare possibile? Eppure la verità cammina nelle strade e nelle città e chi non parla uccide la speranza di tante persone.

Poi ci siamo detti: “ma tutto questo denaro deve essere restituito”. Ciò che disturba i criminali e i corrotti è portargli via i beni e restituirli alla collettività per un uso sociale. Abbiamo raccolto milioni di firme per avere una legge che confischi i beni e li destini ad uso sociale. Questa legge ha fatto fatica e le mafie hanno fatto di tutto, e continuano a farlo, per impedire la sua attuazione. Questa è la strada. sottrarre il denaro idolatrato per restituire alla gente alla collettività e alle persone.

Cosa hanno fatto i mafiosi? Hanno cominciato a investire fuori. E noi cosa abbiamo fatto? siamo andati al Parlamento Europeo per chiedere leggi analoghe: ha cominciato la Francia,  anche la Spagna ed altri paesi. Tutto questo per dire che dal basso, cittadini, movimenti e associazioni possono prendere l’iniziativa. 

Un'ultimissima cosa: tutti questi anni, 27 anni di Libera e quasi 58 anni nel Gruppo Abele, hanno servito, hanno graffiato la realtà, hanno aiutato tanta gente a ritrovare fiducia, speranza, coraggio, dignità, libertà.

In questo contesto, soprattutto oggi, devo dire che meravigliose sono le donne che sono le grandi protagoniste della storia, quando trovando questo clima, sentendo questi momenti, vedendo da concretezza, dicono basta “non vogliamo che non figli crescono in questi contesti”. C'è una rivoluzione di donne, abbiamo cominciato a dare una mano tante donne e stiamo facendo una battaglia politica. In questa città di Milano, nel cimitero, c’è sepolta Lea Garofalo: si era ribellata alla famiglia mafiosa ed è stata uccisa dal marito. Noi l'abbiamo seguita, accompagnata, l'abbiamo scongiurata di non incontrarsi con il marito assieme alla sua bambina Denise, ma lei disse “Io voglio che mi dia i soldi e io sono sicura che se vado con mia figlia non mi toccherà” e invece l'ha toccata, l'ha bruciata in un bidone, l'ha ammazzata.

Nel funerale abbiamo portato sulle spalle quella bara leggerissima perché conteneva solo poche ossa che un pentito aveva indicato, ma quella bara aveva un peso sulle coscienze. Solo dopo abbiamo scoperto che sulla piazza di Milano dove si è svolto il funerale c'erano altri due donne che in quell’occasione hanno trovato la forza di dire basta. Si è creato veramente un mondo di donne, sono tante, si ribellano, chiedono una mano. E sai chi è che ci dà una mano? la Conferenza Episcopale Italiana con l'otto per mille: da tre anni aiuta questi percorsi formati decine di donne, donne con bambini, che dicono basta. Una rivoluzione!

Vi chiederete che ci fa un prete in mezzo a tutto questo? Papa Francesco ce lo ricorda sempre per insegnare il vangelo bisogna mettere insieme fede, etica e politica. Il servizio e il bene comune deve vederci tutti impegnati. Dobbiamo recuperare la radicalità del vangelo perché la radicalità evangelica ci invita a una essenzialità spirituale, a una intransigenza etica, e all’impegno politico per cambiare le cose. Grazie a questo dobbiamo trovare percorsi per questi ragazzi, per queste donne, per creare condizioni che permettano un giorno di dire basta alla violenza mafiosa, alla corruzione, ai grandi traffici che distruggono la vita di tanti.

*Luigi Ciotti è fondatore del Gruppo Abele creato per l’accoglienza di persone con storie difficili e lo sviluppo nelle aree più povere del mondo. Anni dopo il suo impegno si è allargato con “Libera” per la denuncia e il contrasto al potere mafioso.

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