Festival della Missione. Dove hai trovato da mangiare?

Immagini della Pieve della Fraternità di Romena Immagini della Pieve della Fraternità di Romena Tutte le foto www.romena.it
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Io credo che se vuoi stare con gli ultimi, devi diventare ultimo; se vuoi riuscire a stare con i poveri, devi diventare povero; se vuoi riuscire a guarire le ferite, devi attraversare le ferite. Charles de Foucauld, che a me piace da morire, diceva a un certo punto della sua vita che si sentiva come uno che moriva di fame. E da quel momento cominciò a cambiare qualcosa. 

Nel mio caso tutto è nato in mezzo a una crisi che si è presentata dopo sette anni di ordinazione sacerdotale. Ho chiesto un anno al vescovo; ho preso lo zaino e ho fatto tre mesi in Bolivia dai campesinos, di villaggio in villaggio, e tre mesi in Algeria sulla via di Charles de Foucauld, in mezzo ai Tuareg. Poi sono tornato dal vescovo e gli ho detto che avrei continuato a fare il prete e a lui ho chiesto questa Pieve perché volevo farne uno spazio per raccogliere quelli che stavano vivendo un momento di crisi. Allo stesso tempo mi sono accorto che non avrei potuto aiutare gli altri se non capivo il vero motivo delle mia crisi. 

Un motivo della mia crisi era la timidezza; non riuscivo a guardare nemmeno uno agli occhi e i miei occhi erano sempre bassi. L’altro motivo erano le mie condizioni fisiche: queste mani e queste dita incomplete, questa gamba fatta male e più corta dell’altra. Mia mamma aveva preso il talidomide, quella medicina che le donne incinta prendevano per la nausea prima del parto. Risultato: migliaia di bambini senza braccia e senza gambe; a me è andata ancora benino. Ma quando ero bambino mi mettevano il costumino come a tutti i bambini e mi buttavano in spiaggia; tutti a ridere e a prendermi in giro: “guarda questo zoppo”, “guarda questo monco”. 

Un giorno lessi il salmo che dice “la pietra scartata è diventata la pietra angolare” (118,22-23) e mi sono detto “ma perché le due cose peggiori di me, gli occhi impauriti e le mani incomplete, non possono diventare il meglio di me?”. Ci avete mai pensato? Se vi è andato male un pezzo di vita, invece di stare a lamentarvi, provate a trasformarla in un'opportunità. Ho visto che c’era bellezza in queste mie mani e  ho cominciato a creare coi ferri vecchi dei contadini delle icone; e questi occhi sono quelli che leggano un sacco di roba, la mia maledizione è diventata la mia benedizione.

Da anni lavoro nell’ambito delle crisi, in un capitello della mia pieve romanica c’è scritto “tempore famis, 1152”, in tempo di fame. In occasione della fame i conti della valle, per dare da mangiare ai poveri, fecero costruire questa bellezza, quindi la mia idea è che la crisi è buona e può creare bellezza. La parola crisi in sanscrito vuole dire “depurare” togliere l'inutile, ritrovare il nocciolo delle cose. Da questo è nata la fraternità: la nostra attenzione è chiaramente diretta a chi ha delle ferite, vogliamo aiutare a trasformare le ferite in qualcosa di utile.

L'altra cosa che mi è servita tantissimo nella vita, oltre a trasformare la fragilità in forza, è stato il Perdono. Io odiavo mio padre: lui picchiava, gridava e beveva. La prima cosa che ho dovuto fare è stato capire perché faceva così. Poi un giorno lui mi disse che era il primo di cinque fratelli e che suo padre era morto quando aveva solo 10 anni e da quel momento era lui che si doveva incaricare di tutti loro. Quando l’ha detto mi è sembrato normale che gridasse. 

Se fosse capitato a noi di perdere il padre o la madre a 10 anni e sapere che a noi corrispondeva tirare su quattro fratelli, certamente anche noi ci saremmo arrabbiati. Senza voler giustificare ho capito che la prima cosa, se vuoi perdonare, è capire il perché delle cose. Se uno fa una cosa cattiva quella cosa è cattiva, il male va semplicemente fermato, ma poi non si può odiare. Anch’io ho un istinto molto violento come mio padre. Lo stesso tutti voi avete il sangue di vostro padre e di vostra madre; quante volte magari avete detto “non voglio diventare come mia madre” e poi ti guardi e sei uguale, spiccicato, identico. Se odi diventi come ciò che odi. È una vita che io lotto con me stesso per tirare fuori ironia, calma, tenerezza: la lotta vera è con me non con mio padre. 

Mio padre poi ha preso un ictus ed è finito all'ospedale. Io sono andato in chiesa a piangere tutta la notte e a trattare con Dio: ho detto a Dio “se è l’ora, prendilo, ma dammi qualche giorno, non me lo portare via subito”. Due giorni prima che morisse ho buttato fuori i miei quattro fratelli dalla camera e, piangendo davanti a lui, ho detto “grazie perché mi hai picchiato e perché gridavi. Ancora oggi tremo per tutte le urla che ho sentito, ma grazie, perché se non fossi stato così io non sarei quest’uomo che sono oggi”. 

Per questo vi dicevo che non posso non essere attento a chi soffre, o a chi è ferito semplicemente perché anch’io ho sofferto e anch’io sono stato ferito. Questo ormai fa parte di me, non ne posso fare a meno.

Che cos’è allora la missione per me? È una passione che ho dentro, è qualcosa di cui non posso fare a meno, è il bisogno di non pensare a me, ma vedere se quello che ho vissuto può servire a qualcuno per non disperare. 

La parola missione vuol dire invio, mandare. Il problema è cosa si manda e soprattutto con che stile. Gesù ce l'ha detto chiaro: andate senza troppa roba, andate umili, andati attenti alle persone, non fate i prepotenti. C'è una bellissima frase che don Tonino Bello usava spesso: “i missionari sono dei mendicanti che incontrano altri mendicanti e gli dicono dove hanno trovato da mangiare”. Io sto con la gente e dico “ragazzi, io ho trovato da mangiare qui in queste cose”, ma ogni persona dovrebbe poter dire dove ha trovato da mangiare per campare. 

Per me il problema oggi non è se uno crede in Dio oppure no. Oggi il problema è che se vedi uno mezzo morto per la strada, ti fermi o vai via; se uno cammina o smette di camminare; cosa me ne faccio con uno con tutte le verità in mano che ha smesso di camminare? Come ha detto Papa Francesco meglio un ateo che un cristiano ipocrita! Vedete l'aiuto vero che si può dare oggi alle persone non è quello di convertirle a Dio e basta, ma è quello di aiutarle ad ascoltarsi, perché non si ascolta più nessuno; ad alzarsi invece di lamentarsi; ad aprire gli occhi e guardare meglio.

Io non sopporto alcune parole come per esempio la parola “accogliere”. Per me la parola accogliere è prepotente perché vuole dire che noi siamo più bravi e gli altri sono degli sciagurati. Io uso la parola raccogliere che mi ricorda la messe che è molta ma gli operai sono pochi, le cose belle ci sono da tutte le parti e noi abbiamo la fortuna di raccoglierle. Sopporto poco la parola “progetti” per me i progetti sono demoniaci, perché se io mi faccio un progetto e dico “sono qui e voglia arrivare laggiù”, fra me e laggiù ci siete voi, c'è la gente, c’è lo spirito che dice “ma dove vai?”. Guardate Gesù o San Francesco, non avevano mai un buon progetto ma seguivano umilmente la vita. Allora credo che il futuro della chiesa sarà tornare ai discepoli di Emmaus: Gesù per prima cosa non si fa a riconoscere e cammina con loro, poi condivide il loro dolore e dice “perché siete tristi?” e alla fine fa finta di andare via, li lascia liberi, devono essere loro a dire ci “batte il cuore”... e solo alla fine spezza il pane. E allora bisogna ribaltare tutto: camminare con la gente,  condividere il dolore, lasciarli liberi, fargli battere il cuore... e poi alla fine quel sapore di pane sa davvero di pane. 

Il Cardinal Martini, già tanti anni fa, diceva: “dov’é la debolezza della chiesa?” e indicava tre elementi: il primo un'umanità poco sensibile, il secondo che pensa sempre come vincere; il terzo gli manca la gioia. Forse dovremmo ripartire da lì: tornare a un'umanità più sensibile, non preoccuparsi di vincere niente, ma soprattutto tirare fuori la gioia.

Dovremmo soprattutto capire: “ma di cosa ha bisogno la gente? qualunque persona, chi crede e chi non crede, i piccoli e i vecchi? Se siamo onesti sappiamo che abbiamo bisogno di due o tre cose per campare: un pezzo di pane, un po' d’affetto e sentirmi a casa da qualche parte. Sentirmi a casa non vuole dire avere quattro pareti e un pezzo di pane, ma un luogo dove uno mi guarda e mi guarda davvero; dove uno mi ascolta ma mi ascolta davvero; dove uno mi perdona ma mi perdona davvero.

Dove si trova oggi un posto così? Avete visto come siamo strani? che se uno semplicemente ti guarda ti senti vivo ma  nessuno ti guarda ti senti morto; che se uno ti ascolta ti senti unico al mondo, ma se non ti ascolta nessuno, ti senti solo un numero; se uno ti abbraccia ti senti bello, altrimenti ti senti brutto. In qualunque religione c'è questo minimo che vale davvero per tutti.

Concludo con una frase di Rumi, questo Sufi musulmano. L’ho scritta sulla porta della fraternità, ormai 30 anni fa: “vieni, vieni, vieni chiunque tu sia; sognatore, devoto, vagabondo, poco importa, vieni. Anche se hai infranto i tuoi voti mille volte, vieni nonostante tutto, vieni, questa porta è aperta per chiunque”. E poi un altro brano bellissimo dello stesso autore: “al di là di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato, c'è un luogo e ci incontreremo là”. Vedete, la chiesa per due mila anni ha detto che fuori della chiesa è fuori di Cristo non c'è salvezza; io spero che sia il momento di dire che nessuno è fuori della chiesa nessuno è lontano da Cristo.

* Luigi Verdi è il fondatore della Fraternità di Romena. Nel 1991, dopo un periodo di crisi personale e spirituale, ha creato a Romena un’innovativa esperienza di incontro e di accoglienza.Un posto dove poter sostare, incontrare se stessi e gli altri, e riprendere il proprio cammino.

Ultima modifica il Lunedì, 24 Ottobre 2022 12:38

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