Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori

Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori олег реутов da Pixabay
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I testi che seguono ci aiutano a discernere tra un atteggiamento di attivismo, spesso sbilanciato, che nasconde spirito di protagonismo, e un vero spirito apostolico che non punta principalmente alla conquista di consensi quanto a spendere le migliori energie per la diffusione del bene.

Salmo 126

Se il Signore non costruisce la casa,
invano vi faticano i costruttori.
Se il Signore non custodisce la città,
invano veglia il custode.
Invano vi alzate di buon mattino,
tardi andate a riposare
e mangiate pane di sudore:
il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno.
Ecco, dono del Signore sono i figli,
è sua grazia il frutto del grembo.
Come frecce in mano a un eroe
sono i figli della giovinezza.
Beato l'uomo che ne ha piena la faretra:
non resterà confuso quando verrà a trattare
alla porta con i propri nemici.

Dal Vangelo secondo Giovanni 

Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli dissero: "Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla.
Quando già era l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: "Figlioli, non avete nulla da mangiare?". Gli risposero: "No". Allora disse loro: "Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: "È il Signore!". (Gv 21, 1-7 )

Evangelii Gaudium

Il problema non sempre è l'eccesso di attività, ma soprattutto sono le attività vissute male, senza le motivazioni adeguate, senza una spiritualità che permei l'azione e la renda desiderabile. Da qui deriva che i doveri stanchino più di quanto sia ragionevole, e a volte facciano ammalare. Non si tratta di una fatica serena, ma tesa, pesante, insoddisfatta e, in definitiva, non accettata. Questa accidia pastorale può avere diverse origini. Alcuni vi cadono perché portano avanti progetti irrealizzabili e non vivono volentieri quello che con tranquillità potrebbero fare. Altri, perché non accettano la difficile evoluzione dei processi e vogliono che tutto cada dal cielo. Altri, perché si attaccano ad alcuni progetti o a sogni di successo coltivati dalla loro vanità. Altri, per aver perso il contatto reale con la gente, in una spersonalizzazione della pastorale che porta a prestare maggiore attenzione all'organizzazione che alle persone, così che li entusiasma più la "tabella di marcia" che la marcia stessa. Altri cadono nell'accidia perché non sanno aspettare, vogliono dominare il ritmo della vita. L'ansia odierna di arrivare a risultati immediati fa sì che gli operatori pastorali non tollerino facilmente il senso di qualche contraddizione, un apparente fallimento, una critica, una croce.(EG 82)

Domande

Quali sono le motivazioni che muovono il nostro zelo apostolico? Quanto riesco a far risalire tutto quello che faccio e vivo a quell'incontro vivificante nel quale ho fatto esperienza di "Gesù crocifisso" per Amore?

Riesco a trovare il giusto mezzo che mi permetta di integrare il desiderio di fare grandi cose e le possibilità reali che mi vengono date per vivere - qui ed ora - qualcosa di bello? Riesco a confrontarmi a collaborare rimanendo aperto a giudizi costruttivi che mirino a quell'obiettivo comune che è l'annuncio del Risorto?

Riconosco quando i mezzi diventano fine, perdendo così di vista le relazioni con gli altri, la mia vocazione fondamentale di genitore, di figlio, di religioso? 

Preghiera

Santa Maria, donna in cammino, come vorremmo somigliarti nelle nostre corse trafelate. Siamo pellegrini come te, e qualche volta ci manca nella bisaccia di viandanti la cartina stradale che dia senso alle nostre itineranze. Donaci sempre, ti preghiamo, il gusto della vita. Fa' che i nostri sentieri siano come lo furono i tuoi, strumento di comunicazione con la gente e non nastri isolanti entro cui assicuriamo la nostra aristocratica solitudine. Prendici per mano e, se ci vedi allo sbando, sul ciglio della strada, fermati, Samaritana dolcissima, per versare sulle nostre ferite l'olio di consolazione e il vino della speranza. E poi rimettici in carreggiata. Dalle nebbie di questa valle di lacrime, in cui si consumano le nostre afflizioni, facci volgere gli occhi verso i monti da dove verrà l'aiuto. E allora sulle nostre strade fiorirà l'esultanza del Magnificat. Come avvenne in quella lontana primavera, sulle alture della Giudea, quando ci salisti tu. (Don Tonino Bello)

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