Il fenomeno – sottolinea il quotidiano di Londra – è documentato da una serie di progetti di acquisizione miliardari, che hanno come protagoniste società di diversi paesi “ricchi ma poveri di terre”, dall’Arabia Saudita alla Corea del sud. Esemplare per dimensioni e modalità appare proprio il caso coreano, con la ‘Daewoo’ pronta a comprare in Madagascar una concessione della durata di 99 anni su una superficie coltivabile di un milione di ettari: se la valutazione di impatto ambientale annunciata dal governo di Antananarivo fosse positiva, il colosso asiatico dell’automobile potrebbe produrre fino a cinque milioni di tonnellate di grano l’anno entro il 2023, impiegando per lo più manodopera sudafricana. “Questi accordi possono avere un valore puramente commerciale – ha detto Carl Atkin, un consulente inglese esperto in transazioni del genere – ma nascondono spesso una precisa richiesta del governo in materia di sicurezza alimentare”. Secondo il ‘Guardian’, passaggi di proprietà di grandi estensioni potrebbero avvenire anche in Sudan, dove il governo sarebbe in cerca di investitori stranieri per la cessione di 900.000 ettari, e in Etiopia, dove potrebbero arrivare petrodollari sauditi. Nonostante diversi casi-tipo si concentrino in Africa - il giornale keniano ‘Daily Nation’ ha denunciato in questi giorni “una razzia di terre coltivabili” da parte dei paesi ricchi – il “neo-colonialismo” agricolo riguarda anche altre regioni del Sud del mondo. In agosto un consorzio di investitori di Riad ha annunciato di voler acquistare 500.000 ettari in Indonesia per produrre riso destinato all’esportazione in Arabia Saudita; sulla base di uno schema simile in settembre una società del Qatar ha firmato un contratto con il governo del Vietnam, mentre la Libia ha acquistato 250.000 ettari in Ucraina e la Cina ha avviato trattative per alcune concessioni nel Laos. Situazioni diverse fra loro, ma segnate comunque dai rischi e dalle opportunità garantite dal forte aumento dei prezzi dei generi alimentari evidente già un anno fa. “Se si trattasse di trattative tra parti uguali – ha osservato un dirigente dell’organizzazione non governativa occidentale ‘Oxfam’ – sarebbe una buona cosa. Potrebbero garantire investimenti, prezzi più stabili e prevedibilità dei mercati. Ma il problema è che in questa lotta per la terra non c’è alcuno spazio per i contadini”. Questa preoccupazione sembra particolarmente fondata per l’Africa, un continente dove la proprietà della terra è spesso un concetto tradizionale e non giuridico. “I contadini che non hanno titoli di proprietà – ha detto Alex Evans, studioso del Centro per la cooperazione internazionale con sede a New York – saranno privati della loro terra”.
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